sticazzi

Supercazzola

La capacità di innovazione del sé nulla ha a che vedere con certe (trite e ritrite) pretese di coerenza. Là dove la portata metamorfica di un io è un autentico aspetto della personalità, non v’è da discutere di coerenza. Non foss’altro per quella naturale concatenazione di cause ed effetti che, in teoria, consentono l’altrettanto naturale cambiamento.

Le pallosità “coerenti” trovano solitamente fondamento in tutti coloro i quali, per motivi “innocentemente” egoistici, se non per vero e proprio dolo, necessitano di dummies perennemente immobili cui pesantemente riversare addosso le proprie paure, noie, responsabilità e altro.

Peraltro l’uso stesso (abuso, più spesso) del termine coerenza è sovente improprio ed errato, volto a legittimare, invece, proprio quella infondata pretesa di immobilismo di una persona.

La coerenza, quella in senso proprio, insensatamente chiamata in causa come valore positivo, unilateralmente considerata nella sua accezione di valore assoluto, non collegato all’elemento determinante e, stante la sua efficacia di elemento determinato, da questo non indipendente, non sempre è da considerarsi un reale motivo di elogio o vanto.

Uno stronzo coerente non è propriamente il massimo. Forse non è noioso quanto un coglione coerente, ma comunque non lo metterei nella lista dei desideri da scrivere nella letterina a Babbo Natale.

E quanto, invece, sia interessante una personalità metamorfica e in perenne evoluzione è facilmente immaginabile.

Sì, sono di parte.

Sì, sentenzio.

Sì, sticazzi.

Pesantoni

Sbuff.

Ciò proprio lo sbuffo marcilento in questi giorni.

Sì, marcilento: marci, da marciume. E lento, da lentezza. Quello sbuffo pesantepesantepesante.

Quello che mi farebbe chiedere alle persone: – Ma perché non muori un po’? Giusto un pochino, mica chissà cosa. – O mi suscita tutte quelle frasi tipo: – Ma quando te l’ho chiesto? –  – E sticazzi? –

E soprattutto: Giamaica.

Già m’hai cacato er cazzo.

Tutta sta gente da mal de panza che ti si insinua tra l’ansa del colon, il duodeno e te la senti tutta nel retto.

Le persone-colica.

Piuttosto preferisco concentrarmi sulle cose importanti della vita: il garage.

Mi sono scervellata per cercare di trovare un modo per uscire da quell’ascensore lanciando un messaggio velato ma inequivocabile; una cosina discreta, senza troppo chiasso, ma allo stesso tempo chiara.

Niente parole.

Un gioco di sguardi? Un ammiccamento fugace?

E ho trovato una soluzione che mi si confà. Adatta alla mia persona.

Musica.

Prendo tutto l’impianto 5.1 e me lo monto addosso: due casse sulle spalle, due sulle mani, l’orizzontale su un supporto montato sulle tette e il subwoofer sulla testa. Non credo sia necessario specificare dove infilare la presa per l’alimentazione.

Sono solo indecisa sulla canzone.

Questa?

O questa?

O, infine, questa?

 

Persone-colica, non mi avrete mai!

Fammi una pompa

O tu, improvvido stalker alle prime armi che fotografi portoni e non riesci a ingurgitare i miei no fatti di silenzi solidi come una grande muraglia di sticazzi, tu che non demordi e con i tuoi 49853958798 numeri di telefono le provi tutte, dall’ironia alla sfida all’insulto. Tu, vieni qui e fammi una bella pompa.

E tu, che nello spiraglio di luce che t’ho soffiato lungo una linea immobile di migliaia di giorni mi recapiti una dozzina di rose bianche, sapendo che… Sapendo che è sotto a sta cappella che hai da passare per ottenere ciò che desideri: tornare alla vita, alla luce, alla gioia, al riso. Pure tu, dismettiti le immediate speranze, che hai da sollazzarmi per altrettante migliaia di giorni prima di riavere un assaggio di vita. Pure tu, sì, sì, vieni qui e fammela una bella pompa.

E vogliamo parlare di te? Che fai finta di fare finta di fare finta? Ma, tesoro bello, mi hai già raccontato abbastanza di te, seppure con tutte le omissioni del caso, perché io non sappia in quanta merda tu stia sguazzando. Dai, dai, su, abbassa il capo e succhiamelo per bene.

Presentatevi pure a me splendidi splendenti o striscianti di leccaculismo, venite a me, con l’amnesia delle circostanze. Vestitevi pure a festa. Ai miei occhi siete nudi allo stesso modo: vi conosco là dove non batte il sole della vostra coscienza, vi ho mappato i nei che nascondete sotto lo zerbino dell’apparenza.

Ecco, mi metto comoda sul mio trono, sul mio solido scranno, a godermi lo spettacolo del vostro impegno.

Mi raccomando, che il lavoro sia accurato e appassionato.

E non abbiate alcuna fretta, per talune cose io non ne ho, non ne ho mai avuta. So attendere anni e anni e anni…

Prima di venirvi in faccia la verità.

Sberleffo apotropaico

Giorni di gelore e seccanza, manifesti pel tramite d’un mutismo alternato a sillabe roboanti.

O altrimenti detto, mi girano i cojoni tanto che anche i miei casuali vicini di marciapiedi s’abbassano le ciglia incontrandomi lo sguardo.

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Poi incontro Martina, mentre mi bevo un caffè sul ballatoio e osservo nella corte centrale una cosa che dovrebbe essere etnica con un’indiana che danza e studenti che guardano e un signore che ogni tanto parla, ma io non riesco a sentire cosa dice.

– Aò Martì, come va? –

– Nammerda, nammerda, lasciamo stare… –

Sì, vero, meglio.

E poi dopo incontro Silvia che va di fretta di fretta di fretta e le chiedo come mai va di fretta e -va tutto bene?-

Silvia sorride. Sempre. Sorride sempre. Con le gonnellone fiorite e le collanone e il bel visino. Sorride.

– Vado di fretta perché è da stamattina che mi girano le palle, sono stranita e non vedo l’ora di andare a casa perché oggi mi stanno sul cazzo tutti -. Anche questo lo dice sorridendo.

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Comincio a sospettare che allora no, non sono solo io, no, non sono sola. No, ci sono anche Martina e Silvia. E io con loro sto bene, abbiamo un pezzo di cervello simile, quello che se ne va per i cazzi suoi in altra lingua.

E poi c’è Clelia che mi dice: – Oggi l’avvocato se ne sta da sola. Com’è? Ti isoli? Non è da te. –

E anche io sorrido, come Silvia sorrido, ma senza la gonnellona fiorita e la collanona. E manco il bel visino. No.

Lo so Clelia mia, che anche tu hai un pezzo di cervello che se ne va per i cazzi suoi in altra lingua. Hai ragione. No, non mi isolo. Sto qua, con voi.

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E’ che ho bisogno d’essere apotropaica.

Devo esprimermi le espressioni apotropaiche in modo molto espressivo.

Perché c’è gente che caga il cazzo, ma tanto. Ma tanto tanto.

Può succedere ad esempio che un giorno ti compaia sul cellulare un messaggio da un numero che non conosci e che si limita a comunicarti semplicemente: – Il 22 e il 23 sono a Roma -. E tu pensi che sia un errore, poi pensi che forse può essere quello stracciapalle del regista di Messina e allora fai spallucce e te ne fotti.

Ma poi te ne arriva un altro che ti intima: – Smetti di fare la bambina -. E allora tu, come da prassi, secondo il tuo stile, rispondi: – A sapere chi cazzo sei -.

E te lo dice chi è. No, non ci avevi pensato, all'”amico” stronzo che s’è comportato male quando sapeva che eri fragile, quando sapeva che t’avevano ferita. In fondo, son passati mesi, potevi mai pensare? Dopo averlo cancellato dalla rubrica dell’esistenza, potevi mai pensare che avesse tanta faccia da culo? Perché mi dimentico sempre delle straordinarie potenzialità delle facce da culo delle persone?

– Pensavo a 10 minuti, per un caffé –

– No –

Semplice. Secco. Facile no? Non è un concetto complesso, mi pare.

E invece il 23 mattina ti squilla il telefono di casa. Quel numero di telefono che non ha nessuno a parte gli intimissimi.  Non rispondi perché il numero che ti compare sul monitor del fax non lo conosci e scatta la segreteria. E senti quella voce che registra: – Sono sotto casa tua, almeno affacciati alla finestra, ti saluto da qui –

No. E’ semplice. No.

Non ti muovi dalla scrivania.

Ma poi ti suonano al citofono.

Resti immobile alla scrivania.

Dopo un’ora accendi il cellulare.

E comincia a squillare con l’ennesimo diverso numero di telefono. Milioni di numeri di telefono diversi.

Non rispondi.

E poi nuovamente un messaggio.

– T’avrei salutato dalla finestra -.

E la foto del tuo portone. Del tuo citofono.

Allora poi ti girano le palle. Perché i cagacazzi che non accettano i no, che non accettano di non essere i signori de stocazzo, che si comportano male e poi, senza chiedere scusa, ti usano anche la violenza di procurarsi il tuo numero, di venire sotto casa a cagarti il cazzo, pensando che uno strappo possa ricucirsi così, ennò, proprio no. Ancora no. Per sempre no.

E quindi, Clelia mia, no, non mi isolo, sto con voi e cazzeggio come sempre, perché vaffanculo a me se mi perdo un istante di vita.

Ma mi faccio apotropaica. E con lo sberleffo.

A chiunque pensi di avere il diritto di ricevere sempre e solo “sì”.

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Formula rituale dell’apotropaica: “E sticazzi, e tanti cazzi, masticazzi, e sto par di cazzi, e metticelo uno sticazzi”.

Uno.

Due.

Tre.

Ssssà.

Ssssà.

Prova.

Prova.

Mmmmm—Uhmmm—Ehmmm

Schiarisco la voce.

Devo fare un annuncio.

INIZIO ANNUNCIO

Mi sono rotta il cazzo di tutti quelli che pensano di vedere in me quello che vogliono-vorrebbero-avrebbero bisogno di vedere. NON esisto in virtù di-in funzione di-per concessione di-grazie a.

Siore e Siori, sono un comunissimo esempio di essere umano. Di quelli che si trovano un po’ ovunque, per strada, nelle case, nei supermercati. Non sono solo buona, solo cattiva, solo allegra, solo triste, solo serena, solo incazzata, e – pensa un po’ – ho un numero ampio di variabili emotive et altresì talune (poche) connotazioni razionali. Non sono La Dolce Lisbetta ne’ Lisbetta La Sanguinaria. Forse a pagamento e per una mezza giornata mi lascio riporre sul cassettone della camera da letto sbattendo gli occhi con il sorrisone e facendo ciao con la manina come un Maneki Neko. Ma non so quale sia il corretto codice di Partita Iva per la prestazione e, quindi, non emetto fattura.

Non ambisco a essere contenuta-sospinta-guidata-indirizzata-adorata-protetta.

Nella vita dei testa di cazzo sono lieta di essere un errore.

Adoro mettere i punti alla fine di ogni frase e non credo smetterò mai di farlo. Se non per capriccio o per noia.

E no, non sono stata inviata da qualche divinità esotica con gli occhi strabici per salvare te.

FINE ANNUNCIO

Avrei voluto inserire il video di The Unforgiven, ma, nonostante mi sia detta – Beh è il mio blog, potrò metterci il cazzo di musica che voglio, no? -, mentre lo pensavo, innanzi agli occhi m’è tosto comparsa quell’alzata di sopracciglio di Marla che mi mette tanta tanta soggezione e, allora, per non saper ne’ leggere ne’ scrivere,  manco lo linko, chenonsisamai.

 

Mi bilancio dove non batte il sole

Settembre è il mese dei bilanci…

Sì? Davvero? Mai cagato. Never covered.

E quello tra capodanno e gennaio, che tanto verrà ripetuto come un pappone indigesto? Quanti cazzo di bilanci fate?

E poi c’è la primavera – oh che bello che bello – e sbocciano le pratoline e le violette e le roselline e sta cippa che è immediatamente antecedente all’estate che è sempre troppo calda/non abbastanza calda e di nuovo settembre con il bilancio ante-capodanno…

Spetta che ci penso eh.

Ci ho pensato.

Mentre mi davo un’annoiata grattatina al pube.

Mai fatto bilanci in vita mia.

Sarà che nasco ogni giorno?

E chi c’è c’è, chi non c’è non c’è. Non esiste. Scusa, chi sei? Ci conosciamo? Mi spiace, ma proprio non mi ricordo. Ah davvero qualche mese fa uscivamo insieme? E come mai oggi al mio risveglio non c’eri?

Ah stavi per caso aspettando che arrivasse settembre per poter fare un bilancio d’aria fritta?

No, perché io, sai, nel frattempo sono nata una sessantina di volte circa e, tra una nascita e l’altra, solitamente erigo templi e mi perdo i pezzi di merda per strada.

Ieri è passato remoto.

Andai.

Vidi.

Feci.

Ecco, soprattutto. Feci.

With the fire from the fireworks up above me
With a gun for a lover and a shot for the pain at hand