riflessioni

Mother Road

 

E’ qui alla fine che t’ho imparato.

Come si imparano le ruote e i fiori del giardino. Come si imparano le vocali e il sapore del caffé. Come si imparano gli occhi e la morte.

Come si impara a essere uomini.

Ti ho imparato là dove vai a morirti. In mare.

Dove ti sbiadisci i passi d’asfalto per farti bianca di granelli.

L’ho segnato sulla parola “fine”:

che lo stesso cielo è un tumulto ingombro di lividi. O un bacio impresso a fuoco.

E’ lo stesso.

Dipende da dove guardi.

 

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 Foto per gentile concessione del mio totalmente ignaro migliore amico.  E tanti cazzi.

Supercazzola

La capacità di innovazione del sé nulla ha a che vedere con certe (trite e ritrite) pretese di coerenza. Là dove la portata metamorfica di un io è un autentico aspetto della personalità, non v’è da discutere di coerenza. Non foss’altro per quella naturale concatenazione di cause ed effetti che, in teoria, consentono l’altrettanto naturale cambiamento.

Le pallosità “coerenti” trovano solitamente fondamento in tutti coloro i quali, per motivi “innocentemente” egoistici, se non per vero e proprio dolo, necessitano di dummies perennemente immobili cui pesantemente riversare addosso le proprie paure, noie, responsabilità e altro.

Peraltro l’uso stesso (abuso, più spesso) del termine coerenza è sovente improprio ed errato, volto a legittimare, invece, proprio quella infondata pretesa di immobilismo di una persona.

La coerenza, quella in senso proprio, insensatamente chiamata in causa come valore positivo, unilateralmente considerata nella sua accezione di valore assoluto, non collegato all’elemento determinante e, stante la sua efficacia di elemento determinato, da questo non indipendente, non sempre è da considerarsi un reale motivo di elogio o vanto.

Uno stronzo coerente non è propriamente il massimo. Forse non è noioso quanto un coglione coerente, ma comunque non lo metterei nella lista dei desideri da scrivere nella letterina a Babbo Natale.

E quanto, invece, sia interessante una personalità metamorfica e in perenne evoluzione è facilmente immaginabile.

Sì, sono di parte.

Sì, sentenzio.

Sì, sticazzi.

True colors

La gente per strada. Sempre di più.

Solitamente mi muovo mangiando i marciapiedi con i tacchi e immaginando la realtà come un videogame in cui calcolare esattamente le distanze tra i punti tramite rette diversamente colorate a seconda delle diverse associazioni. Tra persone e oggetti. Statici o dinamici.

Ogni movimento che scantona quelle rette in modo imprevisto è un probabile obiettivo contro cui mirare.

Ma di recente qualcosa è cambiato.

Devo aver abbattuto tutti i mostri ed essere passata al livello successivo.

E’ cominciato quando la signora della lavanderia s’è fermata a fissarmi la frangetta. Quando le ho lasciato la trapuntina estiva, quella con le rose blu.

Me la guardava, immobile. Lei che, piccoletta, parla sempre. E’ sempre in movimento. Ma entro i confini ben delimitati del bancone, senza travalicare le mie rette.

– Sono meravigliosi.  Questi colori hanno una luminosità incredibile. – Mi guardava stralunata, come fossi un insetto esotico.

Poi una signora, lungo il corridoio d’ingresso al supermercato. Che io imbocco così come quello della metropolitana: come un tunnel all’interno del quartier generale nemico. So che sboccherò in un posto pieno di nemici e dovrò far fuoco a raffica.

– Bellissima! Bellissima! –

Mi sono voltata. “Ma dici a me? Ma dici a me?”.

Anche lei ipnotica sulla frangia. Ma esaltata. Non più un insetto strano, no.  Più come una botta di coca in forma ottica.

E a poco a poco mi sono abituata. Ho cominciato a giocarci.

Sulla metropolitana, per strada, nel supermercato, al bar, ovunque. Quando posso fingo di non accorgermene, poi mi volto e guardo la reazione.

Quando posso. Perché, di solito, non si trattengono.

I sorrisi, i commenti, le domande, le parole. E tutti gli sguardi.

Talvolta fanno finta di. Si girano. Ma con la coda dell’occhio controllo: tornano a guardare. E io di nuovo mi volto a coglierli in fallo. Sguardi colpevoli. Oppure, qualcuno più spudorato si fa coraggio e smette di nascondersi. E mi viene da ridere.

Donne, uomini, adulti, giovani. Non ha importanza. Nemmeno la nazionalità. Le commesse sulla porta dei negozi a fumare, le persone in fila alla cassa, i bambini che smettono di colpo di rompere i cojoni ovunque, la badante dell’est che parla a raffica al cellulare aggrappata a un palo fermo che “eppur si muove”, il peruviano che suona la chitarra sotto la metro a Piazza Vittorio, il ragazzo cinese del mio stesso colore che ci si saluta con l’indice reciprocamente puntato sulla testa dell’altro. E con chi è viola uno scambio fugace di sguardi complici: in fondo apparteniamo alla stessa cromia.

E’ tutto un fiorire di sorrisi d’approvazione.

Ma che davvero?

Davvero, umani?

Davvero avevate dimenticato i colori?

 

 

 

No, non pensate che. Mi state comunque tutti sul cazzo.

N°10

Le lettere scritte e custodite nel fondo dei cassetti devono poter volare libere e disperdersi nell’etere. 

Assieme ai destinatari.

 

Mio adorato,

non troveresti splendido poter dire senza restrizioni tutto ciò che si pensa, così come lo si pensa?

Senza intenti d’aggressione, come mera esigenza comunicativa, esplicativa del sé. Una disarmante, denudante, disamina di contenuti.

Forse no. Forse non sarebbe davvero splendido. Forse sarebbe comunque l’ennesima riproposizione di un ego straripante e trofico. O forse la disperata (e anche un po’ stolida) soddisfazione momentanea di esigenze ancora egotiste.

No. Credo di non trovare sufficienti argomentazioni a sostegno di una tesi di depurazione (o epurazione) di qualsivoglia barriera.

Certo vi sarebbe l’indubbio vantaggio di una accelerazione della conoscenza. Il restringimento o abbattimento dei tempi morti.

Ma anche la perdita del disvelamento per gradi, ricolmo di quei sussulti e scoramenti, attese e frustrazioni, tanto cari agli innamorati.

Come a dire che quella poesia, così cercata dagli umani, altro non è che un temporeggiare dinanzi alla morte.

Eppure, non lo nascondo, troverei davvero affascinante l’ipotesi di dire. O di dirti.

Anche per un solo, singolo, sussulto.

七月二十五日

Pesantoni

Sbuff.

Ciò proprio lo sbuffo marcilento in questi giorni.

Sì, marcilento: marci, da marciume. E lento, da lentezza. Quello sbuffo pesantepesantepesante.

Quello che mi farebbe chiedere alle persone: – Ma perché non muori un po’? Giusto un pochino, mica chissà cosa. – O mi suscita tutte quelle frasi tipo: – Ma quando te l’ho chiesto? –  – E sticazzi? –

E soprattutto: Giamaica.

Già m’hai cacato er cazzo.

Tutta sta gente da mal de panza che ti si insinua tra l’ansa del colon, il duodeno e te la senti tutta nel retto.

Le persone-colica.

Piuttosto preferisco concentrarmi sulle cose importanti della vita: il garage.

Mi sono scervellata per cercare di trovare un modo per uscire da quell’ascensore lanciando un messaggio velato ma inequivocabile; una cosina discreta, senza troppo chiasso, ma allo stesso tempo chiara.

Niente parole.

Un gioco di sguardi? Un ammiccamento fugace?

E ho trovato una soluzione che mi si confà. Adatta alla mia persona.

Musica.

Prendo tutto l’impianto 5.1 e me lo monto addosso: due casse sulle spalle, due sulle mani, l’orizzontale su un supporto montato sulle tette e il subwoofer sulla testa. Non credo sia necessario specificare dove infilare la presa per l’alimentazione.

Sono solo indecisa sulla canzone.

Questa?

O questa?

O, infine, questa?

 

Persone-colica, non mi avrete mai!

The Garage

Sta pioggetta…

E’ gnettagnetta, ggetta… troppo etta. Mi scassetta un po’ la minchietta.

Potrei scrivere una bella poesiola della pioggetta sul poggiuolo con i giaggiuoli. Per partorirmi il sonno.

Lo sapete che a Genova il balcone si chiama “poggiolo”?

– Da dove mi chiami? Sento il canto degli uccelli… –

– Dal poggiolo –

– Cheeeeeeeeeeeeeee?-

Fine poesia-romanticismo-attimo pseudoumano.

E se prendessi la macchina e andassi a fare un giro?

Che mi sento tanto sciura con la mia macchinetta nera nel garage 24/7. A me piace tutto ciò che è 24/7. Come me del resto.

Che ormai conosco tutti. TUTTI. In pochi giorni ho conosciuto tutti. Mi mancano solo i nomi da associare nel modo giusto ai volti.

I 15 lavoranti turnanti del garage. Tutti dall’est o dal nord Africa. Più il proprietario ariano finto-vikingo.

ADORO pigiare il bottoncino del telefoncino con il numercino già pronto: – Sono occhi neri frangetta blu. Ho bisogno della macchina fra 5 minuti -.

Dalla strada prendo l’ascensore che mi porta negli inferi delle macchine.

Non è un ascensore: è la scalinata di un castello, è il sipario di un palcoscenico.

Si aprono le porte metalliche, spesse. Un po’ da Alien, invero. Ma non devo confondere location ora.

Ed esco io.

Passo svelto, marziale, spalle erette, frangetta de dio, occhio tagliato, lampadari alle orecchie. E sopracciglio alzato. Ormai ciò una paresi al sopracciglio sinistro.

E’ studiato. Tutto studiato.

T’arrivo seria e incalzante, come dovessi andare a salvare il pianeta dalle grinfie de Stocazzo in persona. Uei! Sono io! Fate largo che ho urgenza!

I must fix it!

Appena incrocio il primo schiavo di turno o The Owner, trasformo l’espressione, sincerandomi che sia stata notata la precedente, e t’apro sto sorriso che illumina tutto l’inferno garagioso.

E improvvisamente non devo più salvare il mondo: sto andando a un party esclusivissimo che porcaputtana mi diverto daddio! Ma… alle dieci di mattina? Certo villico! Non sai che per me è sempre festa? Trallallero trallallà!

Vado in automatico. Sto di cazzata sparata a raffica. Dai biondi! Che vi porto l’allegria in questo buio meraviglioso, che quaggiù è sempre notte.

Un ragazzetto di non so dove, ma sicuramente un luogo in cui fa caldo, domenica ci ha tenuto moltissimo a farmi guardare sul suo cellulare una foto in cui aveva una ciocca centrale dei capelli arancionissima. – Rifattela, ti sta bene, tu hai i capelli neri neri, è stupenda così -. Sorride, contento. Quanto mi piace fare contenti gli sconosciuti! Attribuisce un senso diverso alla mia giornata. Quasi quanto un vaffanculo ai conosciuti.

Stamattina, invece, c’era il braccio destro di The Owner: sà il cazzo di dove, ma sicuramente dell’est. Alto alto, secco, allampanato, vagamente dinoccolato, bianchissimo, con quegli zigomi ossuti, il volto magro, qualcosa di leggermente lontanamente inquietante. Vecchio, per me vecchio: potrebbe persino avere 45 anni.

Eppure… ha qualcosa, qualcosa che mi fa sangue.

Un tono nel chiamarmi “Signora”, il fatto che abbia dovuto studiarmi prima di sorridermi, quella diffidenza che me piace, quel modo di guardarmi negli occhi che è diretto eppure torvo e sbieco allo stesso tempo. Guarda tutto, vede tutto, osserva tutto.

E stamattina era ancora dentro l’auto quando sono arrivata con il solito passo e l’espressione da “aRivo io, levete!”. L’aveva appena portata. Ho sbragato il sorriso. – Vieni con me? Mi accompagni tu? Dai, così non devo guidare! -.

Un sorriso nuovo, diverso dal solito. Timido??? Imbarazzato??? Ha abbassato lo sguardo…

Poi, con quell’accento slavo o sà il cazzo di dove dell’est: – Stamattina sono da solo qui, non posso nemmeno prendermi un caffé… –

Sento il sopracciglio che mi arriva all’osso sacro.

– Oh, mi dispiace, devi fare tutto tu… -. Sorrido comprensiva.

Lo trovo ancora al ritorno. Scendo dall’auto mollandola così a cazzo come sempre.

– Deve ancora riprendere la macchina oggi? –

– No, puoi anche buttarla –

Scoppia a ridere.

Uhm.

Tu guarda se uno di sti giorni non mi presento interamente in latex nero.

Tanto vado sempre a una festa io…no?

Antiquitas

Sei pesante. Sei pedante. Sei noioso. Sei antico. Sei antico antico antico antico. Sei antico che appena ti avvicini io sento odore di muffa. O forse è naftalina. O muffa e naftalina insieme. E’ possibile? Non lo so. Ma ci metto anche la canfora e taglio la testa al toro.

Sei antico come la carta da parati vecchia e tutta ingiallita nelle case delle nonne. Non le mie. Le mie appena vedevano un segnetto, una cosina, un po’ di antico… SDRA’! Toglievano tutto. Via tutto! Tutto nuovo! E siamo fatte così in famiglia. Che vuoi farci? Noi non appena… SDRA’! E via!

E allora sei antico come quei frammenti di carta da parati vecchissima nella stanza del mio ex ex ex, non so se li ho contati giusti. Ormai mi confondo. Comunque, per intenderci, quello che ogni due parole doveva dire “postmoderno”, oppure “Derrida”, oppure “San Sebastiano”. Quando andava di lusso alternava con “Apocalisse”, ma doveva aver fumato bene bene per dire “Apocalisse”. Anzi, quasi quasi un giorno di questi lo chiamo e gli faccio un pernacchione al telefono. Glielo dico – Allora? Come stai vecchio ubriacone? -. Così gli prende un colpo. Anzi due. Gliene prendono due, perché uno già ce l’ha avuto.

Però a ripensarci bene, lui li teneva apposta quei pezzi di carta da parati gialli e pendenti, apposta come la bambole impiccate al lampadario e quelle legate con il fil di ferro. Quindi nemmeno la sua carta da parati va bene. Era voluta, non è lo stesso.

Sei antico come… antico come…

E non mi viene.

Anzi. Sai che faccio? Ti uso.

Da oggi in poi, appena noterò un po’ di carta da parati ingiallita a casa di qualcuno, lo dirò.

E’ antica come te.

Su, via!

Chiudo gli occhi e respiro.

Respiro con gli occhi.

Lascio che le parole fluiscano in me.

Me lo hai scritto. Che la merda me la lascio scivolare sulla frangetta liscia. E’ vero.

E ora me la pettino un po’, per cancellare i residui di qualche passaggio.

Chiudo gli occhi e ricordo.

Inevitabile un sorriso. Inevitabile aprire gli occhi. Inevitabile guardare.

Inevitabili le mie spalle dritte. Inevitabile il mio passo. Inevitabili le mie spine.

Perché a questa tavola ci hanno mangiato un po’ tutti. Anche coloro che non erano stati invitati.

Da questa tavola ognuno s’è portato via qualcosa: un cucchiaio, la saliera, un sottobicchiere…

Ciò che faceva più comodo. A mie spese.

Ma a costo di rifarmi milioni di servizi nuovi, adesso i piatti ve li lancio addosso.

E chiudetevi pure la porta alle spalle.

 

 

 

Proseguendo una conversazione interrotta dall’incombente

E’ il problema di chiunque si costruisca un personaggio rappresentativo di un’unica porzione di sé.

Con la convinzione che esso costituisca la propria parte fondante, la reale unicità di un essere che unico e monolitico non può (essere).

Per sopperire a frustrazioni, colmare mancanze, ingigantire piccolezze e nascondersi i giganti.

Perché la bellezza del personaggio è nella sua costruzione realistica e reale, ma marginale rispetto al prisma complesso dell’essere.

E’ nella coscienza e volontà del personaggio, nel dolo del medesimo.

Così è possibile l’alternanza delle maschere. Autentiche, ma variabili come il mascara nero, blu o viola. Come una cravatta diversa per ogni giorno. Come il cielo: mutevole nei tempi e nei luoghi, eppure unico.

Così è possibile l’uso del personaggio per il proprio piacere. E per quello altrui. E’ possibile estrapolarlo da qualsiasi dimensione per incastonarlo in altre.

E, dicevo, il problema di chiunque si costruisca un personaggio rappresentativo di un’unica porzione di sé è proprio quello di rimanervi incastrato, staticamente infisso. Di non essere in grado di uscirne e, anzi, di fomentarne quotidianamente l’ampiezza, ingrandendosi la convinzione d’essere esattamente, propriamente ed esclusivamente ciò che si vorrebbe o si assume essere.

Legittimato dagli applausi di spettatori interessati esclusivamente allo spettacolino della settimana, prima di spostarsi altrove. Di spettacolo in spettacolo. Senza, realmente, comprendere le capacità interpretative. Troppo occupati, a loro volta, nella propria personale interpretazione di un unico personaggio.

Così i giganti nascosti mutano le proprie forme in fantasmi e ombre e mostri, da individuarsi in un esterno inesistente.

Inesistente tanto quanto l’interiorità ormai tristemente soppressa dall’ossessiva costruzione e vivificazione dell’unico (e alla fine anche un po’ noioso) personaggio.

Ecco. Ora me ne vo a far cose e addentarmi un pezzetto di quotidiano.

Scegliendomi l’abito più adeguato all’interno di un guardaroba di proporzioni imbarazzanti.