racconto

Parbleu

E’ nel sottoscala della vecchia bettola sul mare che si nasconde per dormire.

La signorina Parbleu, incalzata dalle domande dei fugaci passanti, si ripassa la matita sugli occhi specchiandosi sul palmo di una mano. Troppo liso perché le linee della vita si intersechino nel verso giusto.

<Parbleu! Anche stanotte vuoi sgusciare sotto le assi del pavimento?>

<Oui, Monsieur.> Compunta risponde la Parbleu, senza aggiungere altro vezzo da riporre tra le pieghe dei commenti increduli e dei risolini malcelati.

Se lo domandano, il vecchio guardiano del faro, l’ostessa rubizza, la stridula cameriera, i giocatori di tressette col morto e senza, i marinaretti e le donzelle a pois e riga sulla calza, i pescatori mani rugose e anche il capitano del vecchio trinchetto ormai in secca.

Se lo domandano tutti. Ma nessuno, probabilmente, vuole saperlo.

Se lo sapessero, non avrebbero più di che parlottare o sogghignare. Nessuno strano verso con la bocca e il naso tra una carta e l’altra, nessun mormorio da soffiare oltre le dita nelle orecchie del vicino, nessuna strizzatina d’occhio o sguardo complice.

Si limitano a guardarla, la Parbleu, con le sue manine piccole e curate, il rossetto scarlatto e la borsetta di coccodrillo nera.

La guardano mentre sorseggia il Kir Royal delle diciotto, mentre sorride al benzinaio della stazione lungo la litoranea, che le bacia il dorso della mano, non prima d’essersi dato una strofinata ai palmi sulla tuta. La guardano mentre scoppia a ridere per una mosca dispettosa che si posa impertinente sul cranio calvo del vicesindaco.

E la guardano quando, a notte inoltrata, s’alza dalla seggiola senza far rumore e s’avvia nell’angolo in fondo a destra, quello di fianco all’armadio dei liquori.

<E’ ora, Parbleu?>

<Oui, Monsieur. Sono piuttosto stanca. Buonanotte a tutti!>

Agita la manina muovendo l’aria fumosa dell’unica grande sala della vecchia bettola sul mare.

Si china a sollevare quattro assi del pavimento e, come per magia – opla! – scompare sottoterra. Là dove, un tempo, era il sottoscala dell’antica casa del doganiere.

Ma ecco, un giorno, arrivare un bambino. Ricciolo biondo e nasetto all’insù, nipote della governante del sindaco.

<Signorina Parbleu, è vero che di notte scende sotto il pavimento? Perché va a dormire lì?>

Un mormorio di silenzi si intreccia tra gli sguardi degli avventori. Le orecchie tese e le bocche socchiuse.

<Oh!>, fa la Parbleu con le labbra tonde e gli occhi stupiti.

Sbatte le ciglia e poi: <Perché tanto tempo fa laggiù ho seppellito un fiore. E io non abbandono mai ciò che ho amato.>

<Parbleu!>

The Garage

Sta pioggetta…

E’ gnettagnetta, ggetta… troppo etta. Mi scassetta un po’ la minchietta.

Potrei scrivere una bella poesiola della pioggetta sul poggiuolo con i giaggiuoli. Per partorirmi il sonno.

Lo sapete che a Genova il balcone si chiama “poggiolo”?

– Da dove mi chiami? Sento il canto degli uccelli… –

– Dal poggiolo –

– Cheeeeeeeeeeeeeee?-

Fine poesia-romanticismo-attimo pseudoumano.

E se prendessi la macchina e andassi a fare un giro?

Che mi sento tanto sciura con la mia macchinetta nera nel garage 24/7. A me piace tutto ciò che è 24/7. Come me del resto.

Che ormai conosco tutti. TUTTI. In pochi giorni ho conosciuto tutti. Mi mancano solo i nomi da associare nel modo giusto ai volti.

I 15 lavoranti turnanti del garage. Tutti dall’est o dal nord Africa. Più il proprietario ariano finto-vikingo.

ADORO pigiare il bottoncino del telefoncino con il numercino già pronto: – Sono occhi neri frangetta blu. Ho bisogno della macchina fra 5 minuti -.

Dalla strada prendo l’ascensore che mi porta negli inferi delle macchine.

Non è un ascensore: è la scalinata di un castello, è il sipario di un palcoscenico.

Si aprono le porte metalliche, spesse. Un po’ da Alien, invero. Ma non devo confondere location ora.

Ed esco io.

Passo svelto, marziale, spalle erette, frangetta de dio, occhio tagliato, lampadari alle orecchie. E sopracciglio alzato. Ormai ciò una paresi al sopracciglio sinistro.

E’ studiato. Tutto studiato.

T’arrivo seria e incalzante, come dovessi andare a salvare il pianeta dalle grinfie de Stocazzo in persona. Uei! Sono io! Fate largo che ho urgenza!

I must fix it!

Appena incrocio il primo schiavo di turno o The Owner, trasformo l’espressione, sincerandomi che sia stata notata la precedente, e t’apro sto sorriso che illumina tutto l’inferno garagioso.

E improvvisamente non devo più salvare il mondo: sto andando a un party esclusivissimo che porcaputtana mi diverto daddio! Ma… alle dieci di mattina? Certo villico! Non sai che per me è sempre festa? Trallallero trallallà!

Vado in automatico. Sto di cazzata sparata a raffica. Dai biondi! Che vi porto l’allegria in questo buio meraviglioso, che quaggiù è sempre notte.

Un ragazzetto di non so dove, ma sicuramente un luogo in cui fa caldo, domenica ci ha tenuto moltissimo a farmi guardare sul suo cellulare una foto in cui aveva una ciocca centrale dei capelli arancionissima. – Rifattela, ti sta bene, tu hai i capelli neri neri, è stupenda così -. Sorride, contento. Quanto mi piace fare contenti gli sconosciuti! Attribuisce un senso diverso alla mia giornata. Quasi quanto un vaffanculo ai conosciuti.

Stamattina, invece, c’era il braccio destro di The Owner: sà il cazzo di dove, ma sicuramente dell’est. Alto alto, secco, allampanato, vagamente dinoccolato, bianchissimo, con quegli zigomi ossuti, il volto magro, qualcosa di leggermente lontanamente inquietante. Vecchio, per me vecchio: potrebbe persino avere 45 anni.

Eppure… ha qualcosa, qualcosa che mi fa sangue.

Un tono nel chiamarmi “Signora”, il fatto che abbia dovuto studiarmi prima di sorridermi, quella diffidenza che me piace, quel modo di guardarmi negli occhi che è diretto eppure torvo e sbieco allo stesso tempo. Guarda tutto, vede tutto, osserva tutto.

E stamattina era ancora dentro l’auto quando sono arrivata con il solito passo e l’espressione da “aRivo io, levete!”. L’aveva appena portata. Ho sbragato il sorriso. – Vieni con me? Mi accompagni tu? Dai, così non devo guidare! -.

Un sorriso nuovo, diverso dal solito. Timido??? Imbarazzato??? Ha abbassato lo sguardo…

Poi, con quell’accento slavo o sà il cazzo di dove dell’est: – Stamattina sono da solo qui, non posso nemmeno prendermi un caffé… –

Sento il sopracciglio che mi arriva all’osso sacro.

– Oh, mi dispiace, devi fare tutto tu… -. Sorrido comprensiva.

Lo trovo ancora al ritorno. Scendo dall’auto mollandola così a cazzo come sempre.

– Deve ancora riprendere la macchina oggi? –

– No, puoi anche buttarla –

Scoppia a ridere.

Uhm.

Tu guarda se uno di sti giorni non mi presento interamente in latex nero.

Tanto vado sempre a una festa io…no?

Anime

Non ho venduto l’anima al diavolo.

E’ arrivato un giorno e se l’è presa.

M’ha guardata con quegli occhi tagliati e suadenti e me l’ha detto: – Bella mia, io me la prendo. Che tu voglia o no! –

Con la faccetta dubbiosa ho sterzato la testa in diagonale: – Mbé? E che penseresti di farne? –

Oh che sorriso charmant! Che canino affusolato e luccicante!

– La indosso. Vestito a nuovo mi garantisco un passaggio tra gli umani. Tra un ballo e un bacio, tra uno schiaffo e una lusinga, donzella mia, io me la diverto! –

E in un attimo l’ha ingoiata.

Poi s’è tutto strabuzzato l’occhio, violaceo in volto, ha cominciato a tossire strozzato e, piegato su se stesso, l’ha sputata in terra.

– Per carità! Figlia mia, riprenditi sta roba! –

Mi son raccattata l’anima dal pavimento e gliel’ho chiesto, preoccupata: – E perché mai? –

E il sorriso charmant? E il canino e l’occhio tagliato?

Sgualcito e smunto, mi guardava disgustato.

– Con tutta la schifezza che t’è passata davanti agli occhi, io con quella nulla ci fo! No no, tientela pure, prova a rifilarla a qualche angelo, che quelli sono un po’ farlocchi. Io di sicuro non me la prendo! –

E se n’è andato. Con la camminata a papera e il mantelluccio sgualcito.

Me la son guardata: a me non pareva così malmessa. Ne ho assaggiata un pezzettino. Non mi dispiaceva affatto.

E’ così che mi sono rimangiata l’anima.

Finché un giorno ho incontrato un angelo: pelle eburnea e sguardo limpido.

Ci ho pensato un attimo. Solo un attimo.

Poi con gli occhi tagliati e suadenti, il sorriso charmant e il canino affusolato e luccicante, l’ho chiamato: – Ehi tu! Sì, tu! Angioletto bello, vieni un attimo qui…. –

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Slow play*

Era proprio tra il Wyoming e il South Dakota, con un pizzico di Montana, che inviavo mail lunghissime per raccontare a un ragazzo che non conoscevo la diversa consistenza del corpo e l’odore dei jeans gettati sulla moquette dei motel, la potenza dell’Old Faithfull, le steak house e il sapore del caffé all’alba, Deadwood, la Dead Man’s Hand e l’amore assolutamente folle e non ricambiato di Calamity Jane per Wild Bill Hickock, le loro tombe vicine, le Harley in fila lungo la strada e i colori del Morning Glory.

Non lo conoscevo, ma saperlo lieto dei miei racconti, entusiasticamente incuriosito da un mondo e una vita a lui sconosciuti, mi era sufficiente. Per spendere quell’oncia di tempo a cercare le parole per descrivere l’esatto odore dell’aria e la linea di luce negli occhi di Las Vegas.

Una volta l’ho anche chiamato al telefono. Dalla piscina di Sheridan, chissà che ora era in Italia. M’ero dimenticata la sua voce, avendola ascoltata una sola volta in precedenza.

Onestamente, lo confesso, a me non me ne importava molto.

Di quel ragazzo. Mi divertivano le sue stranezze e il senso di sorpresa per qualsiasi piccola insignificante cosa.

Ero felice. E ho sempre pensato che quando si è felici, si possa amplificare e lasciarsi dietro un’eco di quella felicità condividendola. Così tra decine e decine di persone avevo scelto lui per la mia condivisione. Mi sembrava meritarlo, mi sembrava lo desiderasse più di altri o che ne avesse bisogno più di altri. Che volesse un sogno nuovo. E, allora, perché no?

E al ritorno mi ha ascoltato per ore raccontare tutto ciò che non ero riuscita a scrivere. Credo di non aver mai parlato tanto in vita mia, così, tutto insieme.

E’ stato durante quelle interminabili conversazioni che mi ha detto di aver comprato il biglietto per un treno e aver prenotato un albergo per venire qui. Ma non da me o per me. No no, per rivedere dei vecchi amici di Roma. Che sarebbe stato qui una settimana e, se magari ne avessi avuto voglia, gli avrebbe fatto tanto piacere incontrarmi per un caffè.

E io, sì, ero incuriosita, certo. Ma non molto. Non avevo grandi interessi nei suoi confronti se non quelle chiacchierate sull’America e Heidegger. A me sta più che bene far chiacchiere al telefono, a kilometri e kilometri di distanza. Non mi cambia nulla sotto certi aspetti. Essendo, per certi versi, tutta conficcata nel cervello e, per altri, solo sulla pelle. Una perfetta scissione in una straordinaria coabitazione.

Ma sì, che venga. Deciderò il giorno stesso se ho voglia di incontrarlo o meno. A seconda di come mi gira.

Volevo inviargli una mia foto, assieme a quelle dell’America. Ma mi aveva strappato la promessa solenne di non inviargliene alcuna. Voleva vedermi per la prima volta di persona. E quando gli inviai una foto della Cagnola in cui si vedeva la mia mano che le accarezzava il musetto, ne fu terribilmente contrariato perché “era un pezzo di me” che gli era giunto tramite un’immagine.

Diceva che non voleva che considerazioni di alcun genere sulla fisicità condizionassero il piacere di un incontro.

Mi son detta – E vabbè, è strambo. Sticazzi -.

Così, dopo un paio d’ore dal suo arrivo a Roma, ci siamo dati appuntamento per un caffè.

Erano i primi di settembre di un anno fa, un primo pomeriggio caldo e assolato. Avevo ancora Vegas negli occhi a colorarmi la pelle e aprirmi il sorriso.

Non c’era nessuno al centro della piazza a quell’ora. Tranne lui.

E quando l’ho visto mi si sono spalancati gli occhi e la pelle mi ha appena sospirato un -Ooohhh- di sorpresa.

No, non ha mai dormito nell’albergo che aveva prenotato.

E no, non aveva nessun amico a Roma.

Ora, di tanto in tanto, mi aiuta a piegare le lenzuola per stenderle.

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* Lo Slow Play è una delle forme di bluff usate nel poker: si fa credere all’avversario di avere una cippalippa quando invece si hanno carte forti in mano per spingerlo a continuare a giocare puntando sempre di più, al fine di riscuotere un piatto sostanzioso. Ammiro lo slow play altrui.

* Nella Dead’s Man Hand si hanno in mano due assi entrambi neri e due otto entrambi neri: erano le carte che aveva in mano Wild Bill Hickock quando venne ucciso a Deadwood durante una partita a poker. Avere una dead man’s hand in mano non è mai una bella cosa. Anche in senso non metaforico suppongo.

La Béla Burdéla del Pamela – Capitolo 2

Lui è lì.

Sorride. Intenso. Sfrontato. Una sfida celata nell’iride boschiva.

Liscbet si sente il battito del cuore mancarle un colpo: è quello ben assestato da Raoul e dalla sua entrata al Pamela.

– E’ solo! – pensa, mentre il respiro le solleva l’insenatura tra due coppe 4C, già drammaticamente strizzate verso l’alto.

– E’ solo… -, e le labbra le si schiudono appena, lasciando morbida la linea curva della bocca.

E’ solo l’evanescenza di un pensiero fugace, quando compare alle spalle del dj un’ombra rosa fluo che gli si avvinghia a un braccio come la gramigna al chicco buono.

– Mo quela è la Vanilde! – sussurra sorpresa la Milvia che, mai per un attimo s’è scostata dall’amica, pronta a ghermirla al volo nell’ipotesi di qualche strambo e repentino colpo di testa.

Lo sguardo della Liscbet muta di colpo: dall’aura magica dello stupore al ringhio ferale, zanne snudate.

La sua voce  è quasi un rantolo: – La Vanilde? Quella chiappa secca e mossia della Vanilde? Ce le spezzo quelle braccine ossute! Che ci fa lui con quela lì? Quela il giorno va a toglier le uova dal culo delle galline, non sa neanche parlar bene il dialetto! -.

La Milvia ha già pronta la litania, la formula rituale da recitare per l’occasione: – Mo che ti importa? Tu sei la Liscbet! Tirati su la tetta, muovi la chiappa! Sei la Liscbet, la burdéla cativa! -.

Liscbet si ricompone, il volto torna impassibile, ma il sopracciglio le si alza tanto che le arriva quasi all’attaccatura del capello.

Un reciproco cenno, felini che si sfidano il territorio, uno con il sorriso sbieco, l’altra con l’occhio rapace.

E’ a quel punto che la Liscbet si volta nuovamente verso il Gionatan che è ancora lì fisso fisso fisso a guardarla. Gionatan su! Una mossetta? No?

La nostra comprende la timidezza del novello tocco di manzo e decide di adottare la “mossa del bagno”.

– Milvia, ‘ndiamo al bagno và -, senza distogliere d’un secondo lo sguardo. La Milvia, che ben conosce strategie e tattiche del Pamela, s’appropinqua alla burdéla e intanto studia a sua volta il tavolo del Gionatan.

Le giovini camminano come le Kessler con passo perfettamente coordinato, ondeggiando qualsiasi cosa si possa ondeggiare, bicchieri in mano. Per andare al bagno bisogna necessariamente passare di fianco al tavolo cui siede il Gionatan con l’allegra combriccola maschia.

Ed è proprio nel punto in cui la Liscbet sa d’essere alla giusta distanza, con la giusta luce, la giusta prospettiva, che spara addosso all’occhio fisso del Gionatan tutto il grifagno del mondo e poi -tac! – nell’istante perfetto, avvicina il bicchiere alla bocca che diventa un perfetto cuoricino che circonda la cannuccia per una rapida succhiatina.

Due secondi, forse tre, durante i quali avviene un monologo muto. – Mo cosa fai lì? Vieni qui, vieni a prendermi, non lo vedi che son tua? Non ti piace tutta questa robina qui? Guarda che labbra morbide… -.

Milvia e Liscbet attendono in bagno il tempo adeguato affinché il manzo sia bello arrostito in superficie, ma sanguigno all’interno, poi escono nuovamente verso la sala.

Pochi passi e il Gionatan, magliettina tarra nera e jeans a vita bassa,  si alza e si piazza al momento giusto sulla traiettoria della Liscbet, che, a quel punto, potrà scegliere se circumnavigarlo indifferente o fermarsi esattamente di fronte a lui. Nella seconda ipotesi, come da manuale, la Milvia si dovrebbe scollare dalla gemella e proseguire verso il bancone, dove, sempre secondo regolamento del Pamela, un altro ragazzotto del gruppo provvederà a intrattenerla affinché non si senta sola….

Si ferma. Sono uno di fronte all’altra. Il Gionatan finalmente sorride alla sua griglia. – Ciao, scei beliscima, come ti chiami? –

Tocca a Liscbet. Via tutto il grifagno! E’ il momento della cerbiatta, della gazzella, della ninfa cedevole. – Liscbet e tu? -. Piega anche appena appena di lato la testa per mostrare meglio lo sguardo “Sono dolce e maliziosa allo stesso tempo”.

– Gionatan. Ti va di balare? –

Una polka frizzantina ha agitato già gli animi degli avventori del Pamela. – Baliamo! –

Mother è al bancone e parla con Alieto, il barista discreto. Entrambi guardano la burdéla gettarsi in pista.

Gionatan le cinge il fianco sinuoso, Liscbet palpa leggera il bicipite sostanzioso.

Quand’ecco che, tra il volteggiare a passetti delle coppie, tra le luci strobo della sala, Liscbet scorge Raoul con la smandruppona della serata. Ballano, lui le parla e sorride. Lei ride con scoppiettii a singulti.

Liscbet conosce alla perfezione l’epilogo di quel parlare per sorrisi.  Tenta di condurre il suo partner in altro punto della pista: non vuole vedere, non vuole sapere. Ma, come per un maleficio, se li ritrova sempre accanto. Anzi, adesso le due coppie ballano affiancate. Si irrigidisce, ma non desidera che Gionatan se ne possa accorgere e sorride comunque.

E’ un attimo. Il braccio di Raoul sfiora quello di Liscbet, a più riprese. E’ una vicinanza lieve, un incontro di brividi sulla pelle. Ma a Liscbet è sufficiente per sentirsi avvampare. Sente il suo odore, il suo calore. Così vicino. Guarda, solo con la coda dell’occhio, e lo scopre: Raoul le lancia rapide frecciatine di sguardi. Lo sta facendo apposta! E si diverte!

E’ troppo! Per Liscbet è davvero troppo! Le monta la carogna, pronta a divampare in un lampo. Ma è mentre Gionatan la fa volteggiare, che scorge in lontananza lo sguardo di Mother: il sopracciglio è impennato. E, di fianco a lei, Alieto ridacchia con aria canzonatoria.

E’ così che Liscbet torna con la mira sul suo muscolo ruspante e decide.

Sguardo svenevole, svenevolissimo.

– Gionatan, mi manca un po’ l’aria qui dentro. Forse è solo stanchezza… forse sarebbe meglio andare a casa – sguardo sguincio dal basso – ma non so se ce la faccio a piedi, non voglio rovinare la serata alla Milvia e la macchina serva a Marla e alora non so proprio cosa fare…-

– Mo ti porto io! Ho la macchina qui davanti! Ti porto a casa subito! –

– Davvero? Oh,ma… forse vuoi restare con i tuoi amici? –

Gionatan le perfora le pupille con significativa e maschia sicurezza: – Mo ti pare che nel deserto io lassio morire l’unico fiore? Spettami che vado ad avvertirli e poi ci penso io a te… –

Corre dagli amici: – Oh Ianes, dammi le chiavi della tua macchina. Te la riporto domani mattina! –

Timido sì, ma romagnolo ruspante, mica moschio!

Poco prima di avvicinarsi all’uscita, Liscbet avverte Mother con un cenno d’intesa: Marla sorride appena appena. E’ ok.

Poi si volta, è più forte di lei, e si volta a guardare Raoul: anche lui la sta guardando mentre si allontana con Gionatan.

E non sembra sorridere come prima.

Previously on “Più Balere Per Tutti”:

La Béla Burdéla del Pamela – Chapter One

Raoul, il dj migliore della Romagna

A Sud degli Angeli

La costa tra il Big Sur e Los Angeles ha cambiato insenature e l’aria s’è scaldata di un soffio ogni miglio.

La pelle si schiude le palpebre al risveglio degli odori, il profumo dei deserti che si insinua sottile tra il salmastro. S’insinua con il ricordo di vita, un serpente a sonagli che vibra sonoro nell’anima.

A ridosso degli Angeli da nord e il tramonto che ci insegue con il fiato sul collo.

L’auto si lascia andare le miglia come sassolini dalle tasche. Sarà la memoria a raccoglierli un giorno, uno a uno.

Dobbiamo fermarci, dovremmo fermarci. Ancora a L.A., di nuovo.

Lei indossa un cappello texano bianco, ha gli omini di Keith Haring tatuati attorno al braccio e guida.

Io indosso un cappello texano nero e ho i piedi nudi poggiati sul cruscotto.

– Davvero dobbiamo fermarci a Los Angeles? –

– Sei tu che guidi -.

Si volta un attimo a guardarmi.

– E se tiro dritto? Dove andiamo? –

– Tira dritto. Andiamo a Sud. –

Si tocca appena la tesa del cappello e l’abbassa un po’ sugli occhi. Sorride guardando la strada.

– Andiamo a Sud -. Prende una sigaretta con una mano, la porta alla bocca e l’accende guardandomi con la coda dell’occhio.

Anch’io prendo una sigaretta e mi raddrizzo un po’ sul sedile. Sguardo fisso sul cielo più grande del mondo.

Arriviamo nel deserto mentre il sole sta incendiando il mondo, squarciandolo di strappi, afferrandolo per la gola con un bacio.

E’ notte e Palm Springs è un’oasi illuminata nel nulla. Pale eoliche giganti lasciano il proprio bianco a spezzare lento lo spazio.

L’aria ribolle tra i cactus e le palme.

– Adesso siamo arrivate –

I’m on my way

Niente luna stanotte.

Un velo di nubi stracciate e filamentose cosparso in un cielo in cinemascope, enorme e schiacciato, ne lascia appena intravedere il bagliore lattiginoso a illuminare in lontananza il profilo di una collina arida.

Il vento s’alza a folate ampie e morbide. Caldo, come un abbraccio avvolgente e carezzevole.

Lisbeth è inquieta.

E’ quel vento a smuoverle l’anima, forse. O i grilli che friniscono senza sosta, l’urlo del rapace solitario a straziare il silenzio o, ancora, quel pensiero che, incessante, le graffia il sonno.

Di fronte alla porta della sua stanza, in quel motel perso nel deserto, concede al vento l’incontro notturno con la sua pelle. I capelli corvini s’alzano e volteggiano, lunghi, accompagnandosi alla stoffa leggera del vestito.

Osserva, senza davvero guardare, il turchese della piscina, al centro del piccolo cortile. Le luci basse giocano con l’acqua smossa dall’aria a proiettare ombre e movimenti.

E’ per questo che non se ne accorge subito.

Un’ombra sotto il porticato, dall’altro lato del cortile, apparentemente immobile, la osserva a distanza.

Lisbeth, altrettanto immobile, si ingrandisce le pupille e lentamente disegna i contorni di un uomo.

Poggiato a una trave del porticato, il ginocchio piegato, il tacco dello stivale sul legno. Un rapido riflesso di luce dalla piscina e compare una bottiglia di birra in una mano.

Lo straniero sa d’esser stato visto. Avvicina la bottiglia alle labbra e beve un sorso.

Lisbeth si passa leggera un polpastrello sopra le labbra, un velo di sudore. Poi con una mano si raccoglie i capelli e con l’altra s’accarezza la nuca, il collo e il petto. Il caldo dipinge sulla pelle i riflessi di una luna nascosta.

Lo straniero si piega a poggiare la bottiglia ai suoi piedi.

Lisbeth si muove appena, un paio di passi verso la piscina. Poi si ferma. Accende una sigaretta.

Lo straniero accende ripetutamente uno zippo sfregandolo sui jeans e poi lo richiude di scatto, spegnendo drasticamente la fiamma.

Rumore, fiamma, rumore.

Si guardano, silenziosi, fissi. Si guardano senza vedersi gli occhi.

Lisbeth, sollevando leggermente il mento, spalle dritte, cammina lentamente verso la piscina.

Rumore, fiamma, rumore.

Lisbeth getta la sigaretta lontano da sé. Una scia di scintille rosse infiamma l’asfalto. Poi apre il piccolo cancello della piscina e s’avvicina al turchese che danza con i fantasmi di luce e ombra.

Rumore, fiamma, rumore.

Si abbassa e con una mano raccoglie un po’ d’acqua. La lascia scivolare sul collo e sul petto a refrigerarsi dalla calura che sembra non cedere al buio. Con la coda dell’occhio controlla la fissità dell’ombra contro la trave.

Rumore, fiamma, rumore.

Poi, d’un tratto, silenzio.

Lisbeth volta il capo lentamente e guarda dritta quel silenzio.

Tacchi degli stivali sull’asfalto.

Lo straniero s’avvicina. Passo regolare e cadenzato.

Lisbeth cammina verso il cancello.

E’ lì, sul cardine di quel cancello, che s’incontrano.

Lo straniero la sovrasta più di una spanna. Camicia texana arrotolata agli avambracci, spalle possenti, occhi di ghiaccio.

Sguardo fermo, sicuro, una pagliuzza di sorriso sfrontato a macchiarne il gelo socchiuso. Incastrato con l’altro, nero ardente che, di rimando, lo guarda dal basso verso l’alto, quasi senza un battito di ciglia.

E’ lo straniero a parlare per primo.

Voce bassa, profonda, whisky di torba e tabacco. – I got a situation –

Veloce, un brivido le corre lungo le braccia. Lisbeth con lentezza distoglie lo sguardo abbassandolo sulle labbra che hanno appena detto, e ancora in basso, sulle spalle, il pettorale scolpito, l’addome, la vita bassa e poi, più giù, si ferma, attenta, sul cavallo dei jeans a guardare. Indugia. E osserva.

Inarca appena un sopracciglio, piegando impercettibilmente il capo da un lato e, lieve, un sorriso compiaciuto le risolleva lo sguardo socchiuso tra le ciglia a tornare sul ghiaccio che la guarda spudorato, poi, con le labbra morbide, morbidissime, in un sussurro: – We can fix it -.

N.B. Chi ha poca dimestichezza con l’inglese e/o con film e serie tv americane (in lingua originale) difficilmente comprenderà l’ironia “linguistica”. Posso anche far finta d’esserne dispiaciuta.

La Béla Burdéla del Pamela

Liscbet, la burdéla cativa, è arrivata presto al Pamela stasera.

Con la Milvia, l’amica del cuore, attraversa la pista a passetti rapidi rapidi e, impettita, si dirige al bancone del bar. E’ decisa a balare e divertirsi come non ci fosse un domani. Per questo indossa due lampadari verdi smeraldo alle orecchie, tonsurton con il vestitino di lycra elasticizzato, strizzatissimo: sa che la camminata ondeggiante provocherà un gemellaggio sismico tra i pendenti e la tetta morbida.

– Ciao Alieto, c’è ancora poca gente stasera –

Alieto, il barista discreto, sorride, mentre prepara i secchielli del ghiaccio e del lime. Solitamente silenzioso, Alieto conosce vita morte e miracoli di tutti. Al Pamela non si muove foglia che Alieto non voglia. Raccoglie tutte le confidenze e osserva acuto movimenti e sguardi all’interno della balera.

– Mo ciao Liscbet! Abbiamo appena aperto, vedrai che arrivano… A proposito, è un po’ che non si vede il Raoul, vero? –

Liscbet, si irrigidisce sospingendosi ancora più in alto la tetta e, fingendo un tono indifferente e disinteressato: – Dici? Non l’ho notato… -. Alieto sogghigna appena e le porge l’abituale vodka al melone. – Tieni mò, Liscbet! Contra i pinsìr un gran rimédi l’è e’ bichìr! –

Raoul, l’uomo dallo sguardo ‘sassino, è la spina nel fianco di Liscbet. La ferita sempre aperta, l’unico per il quale sarebbe disposta a lasciare a casa il suo sottotitolo perenne di “burdéla cativa”.

E’ un notissimo dj che batte tutte le balere e i dancing del’Emilia-Romagna: dalle nebbie profonde della pianura padana fino alle spiaggie assolate della riviera adriatica. Lo conoscono tutti e, soprattutto… tutte. Nonostante la accertata fama di gran castigatore di femmine, al suo attivo non risultano legami sentimentali.

Liscbet le ha provate tutte con lui: lo sguardo grifagno, l’intera gamma di movimenti di labbra, gli occhioni da cerbiatta, la fanciulla impaurita e bisognosa di protezione, la maliarda che ti apre in due… Niente! Raoul, uomo di poche parole, ma ben assestate, non cade, non cede e, con un sorriso sfrontato e una frase ironica, la taglia a metà come una forma di Parmigiano.

Liscbet con un’occhiataccia in tralice strappa via il bicchiere dalle mani di Alieto, ma il cruccio evapora alla vista di un gruppo di virgulti che si fanno strada, bacino in avanti, all’interno della balera, per raggiungere i divanetti di finta pelle rossa. La burdéla li esamina e seziona in pochi secondi.

– Milvia, mo quello chi è? – indicando appena, con la punta dell’indice con cui tiene il bicchiere, un bel metro e novanta di ragazzone.

La Milvia, una biondona dal capello selvaggio e l’occhio verde gattoso, in abito rosso sangue-passione-cuore-sexyshop lucidissimo, si avvicina al caschetto nero Valentina di Crepax o Rosa Fumetto della Liscbet per sussurrarle più da vicino.

– Mo coooome? Non lo sai?  Quello è Gionatan, il figlio di Oberdan, il macellaio di Bagnacavallo. Quello grande, della piazzona centrale –

– Il macellaio? Ma io mi ricordo un ragazzotto tutto ciccia e brufoli, lì in negozio! –

La Milvia sorride maliziosa. – Quello era prima… –

 – Prima di che? –

La domanda dà finalmente la stura alla Milvia, che, alla pari di Alieto, sa i cazzi di tutti i cazzi, è sempre la prima a conoscere tutte le novità, ma sa anche che deve evitare di informare la Liscbet sui movimenti del Raoul. Anzi, non deve nemmeno nominarlo!

E’ un fiume in piena. – Il Gionatan s’era preso la cotta per la Gessica, la cassiera del negozio, quella gatta morta con i capelli rosso menopausa. E le ha comprato il brillante, il visone e l’automobile e stava pure per comprarle l’appartamentino! Il babbo, é purén! -. Liscbet sgrana gli occhioni, immediatamente interessanta all’articolo – Poi un giorno Gionatan l’ha beccata con Volmer il meccanico, che già da un pezzo ci davano e che ci davano… E allora è caduto in depressione, non mangiava più, non dormiva più… il babbo…é purén! Allora è andato dalla psicologa che ci ha detto di fare tanta attività fisica e sfogare sfogare. E và, và come ti è diventato… –

Liscbet fa l’inventario della tartaruga e del bicipite marmoreo, malcelati dall’attillatissima maglietta nera lucida, tamarra come la vetrina della boutique della Prisca, quella che si crede Rocca Barocca.

– Attività fisica, eh? Mo bene… Certo ci manca un tatuaggetto su quel bicipite, magari un bel “Liscbeth” tra due rose… -, sorride Liscbet con lo sguardo calcolatore, giocando con l’unghia del pollice laccata cobalto.

– Ancora? Mo Liscbet, ma quanti ancora lo devono avere su sto tatuaggio??? –

D’un tratto la Liscbet intercetta dall’altro lato della balera lo sguardo di Marla The Mother e istintivamente raddrizza la schiena. Con gli occhi le indica il pezzo di manzo seduto sui divanetti di pelle. Mother controlla. Liscbeta trattiene il respiro: la ben nota alzata di sopracciglio decreterà l’abbandono del campo; un lievissimo sorriso sghembo, impercettibile ai più, indicherà il via libera.

A Marla basta un’occhiatina rapida, il giudizio è formulato in pochissimi secondi: sorride appena appena.

La Liscbet si carica a manetta e, giocando sull’orlo del bicchiere con la bocca a cuoricino, punta lo sguardo sul Gionatan. E’ grifagna, con una punta di cerbiatta e una goccia di svenevole, una cosa talmente difficile a descriversi che, se ve la facessi vedere, faremmo prima.

Il pezzo di manzo si accorge immantinente del laser che lo sta sezionando e comincia a guardare la Liscbet fisso fisso fisso fisso… e fallo un sorrisino Gionatan! Che mica schiatti, su mò ! No? E dai pù… E’ timido. Fisso fisso fisso…

Ma una gomitata della Milvia nel fianco della burdéla cativa la fa sobbalzare.

Liscbet volge lo sguardo là dove anche la Milvia guarda: dall’entrata avanza fiero, sicuro e grifagno (sì, pure lui è grifagno) Raoul. Bello come una notte tetra, oscura e misteriosa (alla Liscbet piace tetro e oscuro, e alora?), con quella camminata che invita al coito sul posto; con la coda dell’occhio individua la burdéla e le spara un sorriso sfrontatissimo e stronzo. Sì, perchè lo sai, e, se lo sai, allora sei stronzo. Liscbet si sente il sangue rimescolarsi…

Casting 1

– Chi è questa, Lisbè? –

– Nonricordoilnome, per la parte della Leggiadra –

– Vabbuò. Falla entrare và –

Giovanissima biondina riccioluta, invitata a sedere davanti alla “commissione” (composta dal Regista Etereo Non Etero, Direttore della Fotografia bello come l’ambra sulla superficie del pane appena sfornato, Segretaria d’Edizione sciroccata e assistente alla regia [minuscola ovviamente]), si lascia andare d’un botto sulla sedia, ingobbita, sbracandosi a gambe completamente aperte. Indossa mutandine rosa, ove mai interessasse.

Regista: – Parlaci di te, che esperienza hai? –

Biondina, come recitando una poesiola a memoria: – Ho studiato recitazione con Questoequello, lavorato per una cosetta al Teatro Ics e ora sto facendo uno stage con Quellaltroancora -. Poi ride con lo sguardo totalmente perso nel vuoto.

Regista: – Facciamo una piccola prova. Lisbetta, vuoi spiegare tu? –

Lisbetta: – Allora tu sei una fanciulla molto molto eterea, diciamo una sorta di spirito evanescente. Devi fare questo e dire quest’altro, ok? Io faccio la parte della protagonista. Fai finta di passarmi un oggetto tra le mani, guardami negli occhi e dì questo e quello -.

Biondina con il volto interdetto sembra cercare qualcosa nell’aria. Regista osserva nel monitor.

Biondina: – Se non ho un oggetto in mano ora, non riesco proprio a farlo –

Lisbetta: – Tiè, pja sta penna e passamela -.

Biondina scoppia a ridere felice come se qualcuno avesse risolto per lei un enigma irrisolvibile.

Regista dà l’azione. Biondina smolla la penna in mano a Lisbetta come fosse un cespo di lattuga venduto al banco del mercato.

Regista: – Dovresti essere un po’ più morbida e lenta nel movimento. Leggiadra, leggera. Ok? Riproviamo –

Biondina rismolla la penna a Lisbetta, stavolta come fosse una palla de piombo pesantissima e faticosissima da muovere.

Regista: – Un po’ più leggero e solenne il movimento, grazie –

Biondina rismolla la penna a Lisbetta, per la terza volta, come fosse una biscia che si contorce, difficile da controllare.

Poi ci ripensa. – Ah! Ma è tipo, cioè, un passaggio dimenZionale? Tipo, cioè, da una dimenZione all’altra? –

Regista e Lisbetta si guardano seri seri seri.

Lisbetta: – Sì, tipo. –

Biondina: – Aaaaaaaahhhh! Capiiiiiiiitooooooo! – E scoppia a ridere come fosse una battuta divertentissima.

Regista: – Va bene, basta così. Perfetto! –

Lisbetta sorride cortese alla Biondina, ringraziandola per aver partecipato al casting.

Biondina getta le braccia al collo di Lisbetta che, istintivamente, si ritrae (anche un po’ spaventata), mentre Biondina le bacia entrambe le guance ripetendole con aria commossa: – Grazie! Grazie! –

Quando Biondina esce, Lisbetta guarda Regista e Direttore Fotografia e, senza parlare, cancella il nome di Biondina dalla lista con un’enorme ics.

Segretaria d’Edizione sciroccata: – A me piaceva! –

Lisbetta le si avvicina e, con la penna in mano, mima la cancellazione del volto di Segretaria d’Edizione.

Regista: – Fai entrare il prossimo, và –