persone

Pesantoni

Sbuff.

Ciò proprio lo sbuffo marcilento in questi giorni.

Sì, marcilento: marci, da marciume. E lento, da lentezza. Quello sbuffo pesantepesantepesante.

Quello che mi farebbe chiedere alle persone: – Ma perché non muori un po’? Giusto un pochino, mica chissà cosa. – O mi suscita tutte quelle frasi tipo: – Ma quando te l’ho chiesto? –  – E sticazzi? –

E soprattutto: Giamaica.

Già m’hai cacato er cazzo.

Tutta sta gente da mal de panza che ti si insinua tra l’ansa del colon, il duodeno e te la senti tutta nel retto.

Le persone-colica.

Piuttosto preferisco concentrarmi sulle cose importanti della vita: il garage.

Mi sono scervellata per cercare di trovare un modo per uscire da quell’ascensore lanciando un messaggio velato ma inequivocabile; una cosina discreta, senza troppo chiasso, ma allo stesso tempo chiara.

Niente parole.

Un gioco di sguardi? Un ammiccamento fugace?

E ho trovato una soluzione che mi si confà. Adatta alla mia persona.

Musica.

Prendo tutto l’impianto 5.1 e me lo monto addosso: due casse sulle spalle, due sulle mani, l’orizzontale su un supporto montato sulle tette e il subwoofer sulla testa. Non credo sia necessario specificare dove infilare la presa per l’alimentazione.

Sono solo indecisa sulla canzone.

Questa?

O questa?

O, infine, questa?

 

Persone-colica, non mi avrete mai!

Proseguendo una conversazione interrotta dall’incombente

E’ il problema di chiunque si costruisca un personaggio rappresentativo di un’unica porzione di sé.

Con la convinzione che esso costituisca la propria parte fondante, la reale unicità di un essere che unico e monolitico non può (essere).

Per sopperire a frustrazioni, colmare mancanze, ingigantire piccolezze e nascondersi i giganti.

Perché la bellezza del personaggio è nella sua costruzione realistica e reale, ma marginale rispetto al prisma complesso dell’essere.

E’ nella coscienza e volontà del personaggio, nel dolo del medesimo.

Così è possibile l’alternanza delle maschere. Autentiche, ma variabili come il mascara nero, blu o viola. Come una cravatta diversa per ogni giorno. Come il cielo: mutevole nei tempi e nei luoghi, eppure unico.

Così è possibile l’uso del personaggio per il proprio piacere. E per quello altrui. E’ possibile estrapolarlo da qualsiasi dimensione per incastonarlo in altre.

E, dicevo, il problema di chiunque si costruisca un personaggio rappresentativo di un’unica porzione di sé è proprio quello di rimanervi incastrato, staticamente infisso. Di non essere in grado di uscirne e, anzi, di fomentarne quotidianamente l’ampiezza, ingrandendosi la convinzione d’essere esattamente, propriamente ed esclusivamente ciò che si vorrebbe o si assume essere.

Legittimato dagli applausi di spettatori interessati esclusivamente allo spettacolino della settimana, prima di spostarsi altrove. Di spettacolo in spettacolo. Senza, realmente, comprendere le capacità interpretative. Troppo occupati, a loro volta, nella propria personale interpretazione di un unico personaggio.

Così i giganti nascosti mutano le proprie forme in fantasmi e ombre e mostri, da individuarsi in un esterno inesistente.

Inesistente tanto quanto l’interiorità ormai tristemente soppressa dall’ossessiva costruzione e vivificazione dell’unico (e alla fine anche un po’ noioso) personaggio.

Ecco. Ora me ne vo a far cose e addentarmi un pezzetto di quotidiano.

Scegliendomi l’abito più adeguato all’interno di un guardaroba di proporzioni imbarazzanti.

Blog(s), blogger(s) e persone

Così come non rovisterei tra banchi di mercati e mercatini, affollati di gente, soffocanti per le ansiose claustrofobiche intolleranti, allo stesso modo mi sono ingegnata nell’affidarmi a un metodo di ricerca personale tra i blog(s), congeniale al mio cervello che riordina e inscatola.

Procedo subito per esclusione.

Eliminando a piè pari e definitivamente tutti i blog(s) che riguardano: calcio e sport vari, fashion e cosmetica, ricette e cuciname, news. La stessa fine è destinata ai blog(s) religiosi (ce ne sono una marea), a quelli riguardanti amministrazioni/associazioni/roba varia locali, a quelli delle scuole, a quelli di corsi di ogni tipo e a tutti quelli pubblicitari (altra categoria immensa).

Senza eliminare definitivamente, salto subito, senza leggere, tutti gli articolisti e opinionisti che discettano di politica e sociale; i blog(s) scientifici e tutti quelli di recensioni di qualsiasi cosa. Non li elimino perché non si sa mai, anche se lo so, in fondo lo so, che non avrò mai desiderio di leggerli.

Dopo l’eliminazione, mi occupo della scelta all’interno della rimanenza.

La “roba d’arte” sta lì che magari butto un occhio nel caso vedessi qualcosa che mi piace, così come tutto ciò che contiene immagini.

In realtà l’attenzione è concentrata sul personale e sul creativo.

Procedo con la lettura delle prime righe di un post così come compaiono nel reader.

Se un post comincia con “Ciao a tutti!” o “Oggi ho mangiato pasta e melanzane”, non lo apro.

Se comincia con sgrammaticature, faccette, entusiasmi per videogiochi, fa la stessa fine di quello sopra.

Apro un post, talvolta, per il titolo seducente, soprattutto se accompagnato da prime righe azzeccate e da un nome del blog non palloso. I nomi di blog a rischio pallosità sono, ad esempio, “stelline e coriandoli”; “scorzetta d’arancia”; “amorequalsiasicosa”; ecc.

Se il post che apro e leggo mi piace, controllo che altri post(s) del medesimo blog siano simiglianti e che quello che ho testé letto non sia un caso eccezionale in un mare di “ciaooooo!”, “puccilallallero” et affini.

Nell’ipotesi di coerenza, seguo il blog.

Gli sporchi brutti e cattivi hanno più chance di essere seguiti rispetto ai lagnosi melanconici monotematici.

E poi ci sono le mie vere grandi passioni: i non cagati/non caganti.

Blog(s) con tutte le caratteristiche adeguate per il mio piacere, mai cagati da altri e, tendenzialmente, non caganti verso gli altri. Persone che scrivono per la propria esigenza di scrivere, per il proprio piacere, per la propria necessità, che se ne fottono di fare opera di proselitismo. Anzi, magari je rode pure il culo se vai troppo a cagargli il cazzo. Perché hanno bisogno di una sensazione di solitudine e privacy, seppure all’interno di una piattaforma e non sulla propria paginetta di word (o open office o il cazzo che vuoi).

In presenza di non cagati/non caganti, mi annetto, accozzandomi con il follow. Magari lascio un paio di like(s), tanto per dire: – Guarda mi piace quello che scrivi, però siccome non so se ti fa piacere che ti intasi il blog con i miei commenti, ti lascio qualche like e magari 1 commento. Se ti fa piacere, sai come rispondermi e trovarmi, sennò vai tranqui, che non ti cago il cazzo e continuo a leggere silente -.

Perché, per quanto a molti, affannati nella ricerca di folloUer(s) e consensi, possa apparire assurdo, ci sono tante persone che vogliono starsene per i cazzi propri. Sì, anche su una piattaforma per blog(s), sì, anche senza chiudersi in blog privato e sì, anche senza chiudere i commenti.

Tra i blog(s), invece, di persone che aderiscono alla scelta dello scambio comunicativo, è più facile che mi capiti di seguire quelli in cui mi imbatto casualmente leggendone altri. Ciò che influisce sulla mia determinazione, spesso, è il commento. Se leggo su altri blog(s) commenti interessanti, divertenti, articolati o pertinenti, mi incuriosisco nei riguardi della persona e, di conseguenza, getto un occhio al suo blog, che poi, spesso, decido di seguire.

Non faccio di tutta l’erba un fascio, è tutto diviso in categorie: la lettura; la scrittura; lo scambio tramite commenti. Ogni “settore” corrisponde a un diverso piacere, così come ogni persona ha una maggiore predisposizione per l’una o l’altra “attività”.

E’ una questione di scelte, di preferenze, di gusti personali. E’ una questione di obiettivi e finalità, dell’aver chiaro in testa cosa si cerca e desidera all’interno di una piattaforma per blog(s).

O forse dipende dalla circostanza che ho sempre preferito le lettere ai numeri.

Memento me

Dimentico sempre di scrivere quando sono triste. Lo dimentico perché  lo voglio dimenticare. E’ quella noia di sé salvifica per i cervelli in eterna combustione.

Senza contare la particolare avversione per l’aggettivo “triste” che mi provoca un reflusso gastroesofageo. Il sostantivo “tristezza”, invece, mi concede margini più ampi di immaginifico. Potrei persino arrivarmi a una goliardia da due lire, al buffonesco Er Tristezza. Non riesci a essere seria Lisbeth? Ci provo. Ma se dovessi mai riuscirci davvero, temo dovrei procurarmi delle armi (rima baciata: in punizione per 1 giorno), e diventare il Manson De Noantri.

E invece ogni tanto dovrei concedermi un bel postarone tristarone (rima baciata voluta con intento dissacrante: niente punizione), di quelli pesantoni, che ti fanno piangere tutta la famiglia davanti al televisore. Perché la catarsi, la catarsi, la catarsi… Ma non ce la faccio proprio.

Che faccio? Mi butto sull’archetipo? L’archetipo del Tristone? Mi si trasforma immediato in qualche maschera carnascialesca, che sberleffa, canzona e fa un gran casino. Potrei farmi Meo Patacca con un finale da Rugantino. In fondo sono nata a Trastevere: filologicamente sarei esatta.

Sono triste. Sono molto triste.

Brava Lisbeth. Ce l’hai fatta.

***

Un venerdì 17 ottobre di millemila anni fa ho preso 30 e lode all’esame di diritto commerciale. C’era il sole nello studio del docente. Unico nella facoltà, lui gli esami se li faceva a tu per tu nel suo studio. Porta aperta, gli altri esaminandi in attesa in corridoio, pressavano quelli vicini agli stipiti, con l’orecchio pizzo per sentire bene le domande, le risposte e tutta la vicenda dell’esaminato. Quando ho varcato quella porta per andarmene con il libretto in mano, mi ricordo gli sguardi sorpresi, i sussurrii di complimenti stupefatti. E sì, mi ricordo anche qualcuno che, scherzando, mi ha poggiato una mano sul braccio: – Fatte toccà! -. Come una miracolata.

Sono scappata via da quel luogo che odiavo per correre in un negozio di dischi. Ho comprato un cd, a penna ci ho scritto sopra la data e, una volta a casa, l’ho ascoltato a un volume altissimo ballando da sola. Era l’unica cosa che mi interessava davvero fare quel giorno. Quelli che la maggior parte delle persone individuano in me come grandi meriti o capacità, per me sono solo rotture di coglioni. Preferisco ballare.

***

Oggi, venerdì 17 ottobre, s’è spenta una persona che ha rappresentato per me un mondo e un modo di vivere. E, soprattutto, una porzione sostanziale e significativa di me, della mia vita e dei miei ricordi, che avevo seppellito appositamente nella dimenticanza. Così come dimentico di scrivere che sono triste. Così come dimentico che sono triste. Perché voglio dimenticarlo.

Oggi, venerdì 17 ottobre, quella porzione di me, quella che ha meriti e virtù infinitamente maggiori di uno stupido voto, di uno stupido titolo, di stupide parole, di stupide “cosità”, s’è ricordata d’esistere con un dolore straziante. E non ha potuto fare a meno di spostarsi un masso.

Quella me ha contattato una persona cui rifiutava qualsiasi contatto da 5 anni, dopo quasi 20 anni di legame quotidiano e intenso, legame fraterno, legame intimo e vitale che ha connotato la mia esistenza, il mio essere quello che sono, il mio non essere mai più stata.

– Non riesco a reggermi uno strazio che non pensavo avrei provato in tale circostanza. Stringimi una mano in silenzio, per favore -.

Poi ho letto la risposta.

– Te la stringo ora e tutte le volte che ne avremo bisogno. Oggi è un giorno straziato. Ma ne abbiamo fatto parte. E con stile -.

Ho preso un masso enorme della mia vita e l’ho spostato con un soffio. Senza dire niente a nessuno. Incurante di qualsiasi conseguenza. Questa sono io. Questa qui.

Come prendere il masso Madre, o Padre, o Fratello e spostarlo da qua a là. Lievemente. Silenziosamente. Senza scalpori. Senza chiasso.

Cosa accadrà ora? Che succederà? Non lo so. Non ne ho idea. Ci sto pensando solo ora. Sono riuscita a fare quello che per 5 anni non ho potuto, voluto fare. Quello che per anni non sono riuscita a fare. Terrorizzata. Ci sto pensando solo ora. Con lo stomaco da qualche altra parte, gli occhi sgranati, la testa in ebollizione nebbiosa.

Ma noi ne abbiamo fatto parte. E con stile. E non devo dimenticarlo mai più.

***

Ho trascorso una bella serata, allegra e serena, con una persona che mi sembra carina, anche se mi fa schifo definire “carine” le persone. Se lo sia davvero, carina, non lo so. Ma ha fatto in modo che la mia serata lo fosse e per me questo è già molto. Ho bevuto un mojito buonissimo, mica lo sapevo che in quel posto fanno il mojito così buono. Devo tornare a prenderlo. E voglio portarci Mother quando verrà da me. Chissà se la persona che sembra carina s’è accorta durante la serata che in me c’era una rivoluzione, un moto ondoso, uno tsunami. Chissà se s’è accorta che avevo da poco preso il biglietto della mia vita che porta in destinazione ignota e lo avevo obliterato. Chissà se s’è accorta che avrei voluto urlare più forte che potevo qualsiasi cosa, solo per spezzarmi le corde vocali. Glielo chiederei quasi.

Talvolta penso che potrei prendermi una pugnalata al centro del petto e continuare a mantenere impassibile il mio sguardo.

E magari sorridere pure.

Casting 1

– Chi è questa, Lisbè? –

– Nonricordoilnome, per la parte della Leggiadra –

– Vabbuò. Falla entrare và –

Giovanissima biondina riccioluta, invitata a sedere davanti alla “commissione” (composta dal Regista Etereo Non Etero, Direttore della Fotografia bello come l’ambra sulla superficie del pane appena sfornato, Segretaria d’Edizione sciroccata e assistente alla regia [minuscola ovviamente]), si lascia andare d’un botto sulla sedia, ingobbita, sbracandosi a gambe completamente aperte. Indossa mutandine rosa, ove mai interessasse.

Regista: – Parlaci di te, che esperienza hai? –

Biondina, come recitando una poesiola a memoria: – Ho studiato recitazione con Questoequello, lavorato per una cosetta al Teatro Ics e ora sto facendo uno stage con Quellaltroancora -. Poi ride con lo sguardo totalmente perso nel vuoto.

Regista: – Facciamo una piccola prova. Lisbetta, vuoi spiegare tu? –

Lisbetta: – Allora tu sei una fanciulla molto molto eterea, diciamo una sorta di spirito evanescente. Devi fare questo e dire quest’altro, ok? Io faccio la parte della protagonista. Fai finta di passarmi un oggetto tra le mani, guardami negli occhi e dì questo e quello -.

Biondina con il volto interdetto sembra cercare qualcosa nell’aria. Regista osserva nel monitor.

Biondina: – Se non ho un oggetto in mano ora, non riesco proprio a farlo –

Lisbetta: – Tiè, pja sta penna e passamela -.

Biondina scoppia a ridere felice come se qualcuno avesse risolto per lei un enigma irrisolvibile.

Regista dà l’azione. Biondina smolla la penna in mano a Lisbetta come fosse un cespo di lattuga venduto al banco del mercato.

Regista: – Dovresti essere un po’ più morbida e lenta nel movimento. Leggiadra, leggera. Ok? Riproviamo –

Biondina rismolla la penna a Lisbetta, stavolta come fosse una palla de piombo pesantissima e faticosissima da muovere.

Regista: – Un po’ più leggero e solenne il movimento, grazie –

Biondina rismolla la penna a Lisbetta, per la terza volta, come fosse una biscia che si contorce, difficile da controllare.

Poi ci ripensa. – Ah! Ma è tipo, cioè, un passaggio dimenZionale? Tipo, cioè, da una dimenZione all’altra? –

Regista e Lisbetta si guardano seri seri seri.

Lisbetta: – Sì, tipo. –

Biondina: – Aaaaaaaahhhh! Capiiiiiiiitooooooo! – E scoppia a ridere come fosse una battuta divertentissima.

Regista: – Va bene, basta così. Perfetto! –

Lisbetta sorride cortese alla Biondina, ringraziandola per aver partecipato al casting.

Biondina getta le braccia al collo di Lisbetta che, istintivamente, si ritrae (anche un po’ spaventata), mentre Biondina le bacia entrambe le guance ripetendole con aria commossa: – Grazie! Grazie! –

Quando Biondina esce, Lisbetta guarda Regista e Direttore Fotografia e, senza parlare, cancella il nome di Biondina dalla lista con un’enorme ics.

Segretaria d’Edizione sciroccata: – A me piaceva! –

Lisbetta le si avvicina e, con la penna in mano, mima la cancellazione del volto di Segretaria d’Edizione.

Regista: – Fai entrare il prossimo, và –

La maGGia del cinema

L’assistente alla regia.

Va dalla cagna protagonista che, risultando assolutamente fuori luogo, indossa un volto perennemente drammatico perché “si sta concentrando”, anche se deve dire due battute in croce, ma è tanto amica del regista. E la rassicura, le dice che è bravissima, diomio che talento e che bellezza! E nel contempo, va dalle vere brave attrici, che, siccome non sono amiche del regista (che è frocio, quindi no, nemmeno si tromba la protagonista), hanno una particina marginale marginale come l’angolo del battiscopa dietro un armadio e dice loro, con un sorriso entusiasta, che però sicuramente avranno un primo piano tra le inquadrature. Vergognandosi come una che ruba al barbone sotto casa du spicci dalla scatola di cartone.

Va dal regista che si muove come la Fracci tra le attrezzature e, guardando in macchina dopo che tutti hanno preparato tutto, dice: “Ok!”. E gli chiede che cazzo bisogna fare, qual è la prossima inquadratura, qual è il campo, cercando un piano di lavorazione della giornata che, tanto, verrà immancabilmente modificato dal regista a seconda dell’estro (o del mestruo), per poi riferire a tutti i macchinisti, operatori, elettricisti, attori, cazzi e mazzi, inventando e creando sul momento una qualsiasi cosa. Sperando di azzeccare il mestruo artistico direttoriale.

Va dai macchinisti, operatori, elettricisti, attori, cazzi e mazzi, urlando cose qualsiasi, anche solo di spostarsi da qui a là, al fine di far sembrare il set un luogo in cui tutti lavorano e non stanno a grattarsi le palle.

Va dal direttore della fotografia, che è sempre bono, e con la voce flautata chiede quanto tempo ci vuole perché tutto sia pronto per comunicare agli altri quando prepararsi in posizione. Il direttore della fotografia, fico come una notte d’estate in braccio alle stelle sul culo della luna, risponderà immancabilmente: “15 minuti”. E non dirà mai più una parola.

Trova uno schiavo qualsiasi che vada a procacciare il cibo per tutta la troupe, raggranellando soldi elargiti dalla produzione q.b. per foraggiare una formica in tempi di carestia.

Trova uno schiavo qualsiasi che corra a comprare una gelatina “magenta 102” con lo scooter dall’altra parte della città, perché il direttore della fotografia, bello come una spiaggia di un atollo oceanico deserta ma con tutti i comfort del caso, ritiene che il “magenta 101” non corrisponda esattamente alla propria idea.

Trova uno schiavo che per due ore regga il lupo in posizione obliqua a mezz’aria perché non c’è un adeguato reggilupodelcazzo che lo tenga esattamente in quel punto con quella inclinazione, mentre il direttore della fotografia, bello come un cedro del Libano in controluce in un tramonto desertico, muove di un millimetro alla volta la bandiera, perché c’è un pelino d’ombra che non corrisponde precisamente al pelino d’ombra che aveva in mente.

Dopo, trova un altro schiavo che regga il lupo per altre due ore, in sostituzione del precedente, ormai defunto o quantomeno con una paresi irreversibile nella metà superiore del corpo.

Alla bisogna prepara i caffè per tutto l’universo, anzi, se tu che leggi vuoi un caffè, passa pure, tanto ne sto facendo giusto 1387, che vuoi che sia farne 1388?

Ma deve anche reperire del te verde per la segretaria d’edizione sciroccata, che è vegana, anche se dice che se c’è qualcosa di alcolico va bene lo stesso e intanto racconta che per un mese s’è accompagnata sessualmente a una e che poi l’ha mollata perché questa mangiava solo frutta eccessivamente matura. E quindi ora tromba con il ciakkista. Ma trombano solo eh! Mica stanno insieme. Del resto fra un mese deve andare a Tallinn perché ha conosciuto un estone per girare un documentario e spera di fare in tempo prima di andare a Oslo. A quel punto le molla due sberle e qualche insulto.

Poi va dal ciakkista e gli urla che se anche si tromba quella demente della segretaria d’edizione, ha comunque un cervello adeguato per capire che, quando si grida: “Ai posti!”, lui deve stare davanti alla macchina. Non di lato. Non accanto. Non dietro. Davanti. Non è difficile, cazzo, dai!

Poi va dalla tecnicA del suono che vive con il boom attaccato addosso, anzi, al posto del braccio ormai ha direttamente un boom, e, dopo essersi assicurata che indossi le cuffie e il tascam sia acceso, le urla qualcosa nel microfonone facendola saltare. Scappando poi via, sogghignando come Cattivik.

Poi va dal gruppo attori e gente varia con le palle sfrante, ammucchiata tutta in un angolo, ormai consunta e fusa tutta assieme in un grande cero spento, e attacca il pippotto motivazionale entusiastico, sostenendo che è grazie al loro lavoro che questo progetto potrà funzionare, che il loro lavoro è essenziale, che il successo di questo progetto avrà inevitabilmente delle straordinarie ripercussioni su ciascuno di loro. Ottenendo ogni volta che l’enorme cero di sfranti si accenda. Seppure sempre più flebile rispetto alla volta precedente.

Ha fatto un corso speciale di 3 mesi presso la Guardia di Finanza per ottenere l’olfatto di un cane antidroga e scovare negli angoli più remoti del set gente varia intenta in azioni illecite potenzialmente dannose per la lavorazione. Poi a mani nude frantuma la boccetta di vetro della segretaria d’edizione sciroccata, contenente un qualsiasi alcolico che ella sostiene essere “gocce omeopatiche”.

Torna dal ciakkista che, dopo 175 ciak ha finalmente capito che deve stare davanti la macchina, ma non ha ancora capito che poi, quando quello che sta dietro la macchina e che si chiama regista urla: “Azione!”, se ne deve andare via di corsa dal campo e non rimanere lì nei pressi lasciando nell’inquadratura un piede, un gomito o l’angolo del ciak. E gli suggerisce, altresì, che forse, smettendo di frequentare quella sciroccata della segretaria d’edizione, nel breve tempo di altri 200 ciak, sarà in grado di non mandare a puttane un ciak a causa del ciak.

E, a un certo punto, dovrà andare a cercare il regista, perché quando saranno tutti pronti per una delle 308564 inquadrature inutili, si udrà un: “Dov’è il regista?”. E lo troverà seminascosto in penombra in un angolo di uno dei balconi, intento a fumare una sigaretta e a fissare il vuoto e gli domanderà: “Reggì, che minchia fai qui?” e quando egli risponderà: “Sto pensando…” continuando a fissare il vuoto, stringerà i denti e, invece di urlare insulti di varia natura, con aria adorante di disprezzo, si limiterà a un: “Stiamo tutti aspettando te”.

Il Caso

E mentre ero al supermercato, straordinariamente semidesolato nel primo pomeriggio, s’è creato Il Caso.

Due bambine, apparentemente in fila alla cassa, stazionavano con un cestello pieno di prodotti, invitando gestualmente le persone a passare avanti nella fila apparente.

Apparente, perché in realtà loro non erano in fila, pur trovandosi quasi di fronte alla cassa. Una delle due, addirittura, s’era seduta per terra.

Il cassiere, un tizio con due baffoni da Buffalo Bill e la parlata tra il Quarticciolo e Centocelle, scocciatissimo, a un certo punto ha chiesto loro cosa stessero facendo lì.

Le due bambine lo hanno guardato come fosse stato un tricheco parlante e, ovviamente, non conoscendo la lingua dei trichechi, non hanno risposto.

A quel punto, il Cassieretricheco, come da prassi stabilita da regolamento del supermercato, ha urlato verso il bancone della direzione: – Aò ma ste due che stanno a fà qua? -.

Prontamente è giunta una responsabile bionda, pettoruta e con le occhiaie fino ai piedi. La pettoruta, con un accento più da Pietralata, si è rivolta alle due domandando: – Voi! Che fate? -. Perché erano bambine, fossero stati due pregiudicati in canotta lercia, probabilmente avrebbe sorriso e offerto a cup of tea.

La bambina più grande, una ricciola scura con l’aria giudiziosa e lo sguardo spento di chi è abituato a rompersi i coglioni per le incomprensioni, le ha risposto svelta.

In inglese.

A quel punto la Pettoruta s’è tutta agitata e assieme a lei, anche il cartellino di riconoscimento, appuntato sul pettorone. – Oddio queste parlano inglese! -. Il Cassieretricheco, sempre lento e scocciato, continuando a passare prodotti sulla cassa, l’ha guardata con l’occhio calato: – Hai capito mò? Sò du ore che me stanno a fà ‘mpazzì ste due -.

La Pettoruta tosto ha chiamato l’addetta alla panetteria, una ragazzona sana (come si direbbe in un libro d’altri tempi), con la matita nera costantemente calata sotto gli occhi. – Aò te sai parlà inglese? -.

Nel mentre, il Cassieretricheco s’è fermato nella sua attività di passaggio di prodotti per seguire la conversazione, assieme, peraltro, a tutti i clienti, ormai incuriositi dalla situazione, seppure con volto assolutamente inebetito.

Naturalmente, pur sapendo parlare perfettamente l’inglese, io mi sono per un po’ astenuta dal farmi avanti per poter prima osservare con accuratezza l’operato dell’italiano medio in condizioni di difficoltà.

– No, cioè giusto du parole, ma non li capisco mica -. Ha detto, strascicando con lentezza le parole, la Ragazzona Sana.

E’ stato in quel momento che la Pettoruta ha preso in mano la situazione con decisione e abile destrezza: avvicinandosi al microfono della cassa, piegandosi innaturalmente tutta in avanti, con il pettorone che la sbilanciava sempre più verso il basso, ha battuto un dito sul microfono stonf stonf – Funziona sto coso? -, risuonando metallica per tutto il supermercato e poi: – Se c’è qualcuno che parla inglese è pregato di recarsi alla cassa 1. Ripeto, se qualcuno parla inglese, si rechi alla cassa 1 -.

Come stessero cercando con urgenza un medico per praticare un massaggio cardiaco, una veloce rianimazione, una respirazione bocca a bocca. Qualcuno che parla inglese.

Nel silenzio generale ho capito che quello era il mio momento, era il mio, tutto per me. Luci sul palco: – Io, io so parlare inglese -.

All’unisono si sono tutti voltati verso di me, Cassieretricheco, Pettoruta, Ragazzona Sana, clienti in fila. Come fossi il supereroe giunto da un’altra galassia.

– Ah! Meno male và! Puoi chiedergli come mai stanno lì? – mi ha domandato la Pettoruta.

Ho guardato le bambine, che, in mezzo a tutta quella agitazione e nel blocco totale del supermercato, sembravano attendere con pacatezza e rassegnazione il momento in cui qualcuno si fosse rivolto loro per rompere i coglioni definitivamente e, in inglese, ho domandato se stessero aspettando qualcuno.

Sempre la più grande mi ha risposto che stavano lì alla cassa attendendo la sorella maggiore mentre terminava la spesa nel supermercato. Poi, con aria sempre più stanca, mi ha domandato se c’era qualcosa di sbagliato nell’attendere alla cassa. Avrei voluto dirle che no, non c’è nulla di sbagliato, che, per me, potrebbe pure prenderci la residenza e che tocca aver pazienza, tanta pazienza in questo paese del cazzo, ma mi sono limitata a tradurre la conversazione alla Pettoruta.

Questa, non sapendo esattamente che problema riscontrare nella situazione, quale strana prassi del cazzo adottare, ha dovuto necessariamente giustificare tutto lo scompiglio creato dalla circostanza che nessuno sapesse parlare inglese, intimando alle bambine, per il mio tramite, di spostarsi di 10 cm per non “far pensare agli altri di essere in fila alla cassa creando confusione”. Ho tradotto quanto più gentilmente possibile la stronzata e dopo poco tutto l’iter ha ricominciato a procedere secondo i consueti ritmi: i clienti inebetiti hanno continuato la processione alla cassa, il Cassieretricheco a passare prodotti, la Ragazzona Sana a incartare panini, mentre la Pettoruta controllava che tutto fosse secondo prassi.

Mentre infilavo le mie cose nel sacchetto, la Pettoruta ridendo ha detto al Cassieretricheco: – Aò, qua tocca pure imparasse l’inglese, ‘a capito? -, mentre il tricheco bofonchiava un malimortè.

Sì, tocca addirittura imparasse l’inglese, mortaccivostra, sì.