per me è praticamente sempre Carnevale

Memento me

Dimentico sempre di scrivere quando sono triste. Lo dimentico perché  lo voglio dimenticare. E’ quella noia di sé salvifica per i cervelli in eterna combustione.

Senza contare la particolare avversione per l’aggettivo “triste” che mi provoca un reflusso gastroesofageo. Il sostantivo “tristezza”, invece, mi concede margini più ampi di immaginifico. Potrei persino arrivarmi a una goliardia da due lire, al buffonesco Er Tristezza. Non riesci a essere seria Lisbeth? Ci provo. Ma se dovessi mai riuscirci davvero, temo dovrei procurarmi delle armi (rima baciata: in punizione per 1 giorno), e diventare il Manson De Noantri.

E invece ogni tanto dovrei concedermi un bel postarone tristarone (rima baciata voluta con intento dissacrante: niente punizione), di quelli pesantoni, che ti fanno piangere tutta la famiglia davanti al televisore. Perché la catarsi, la catarsi, la catarsi… Ma non ce la faccio proprio.

Che faccio? Mi butto sull’archetipo? L’archetipo del Tristone? Mi si trasforma immediato in qualche maschera carnascialesca, che sberleffa, canzona e fa un gran casino. Potrei farmi Meo Patacca con un finale da Rugantino. In fondo sono nata a Trastevere: filologicamente sarei esatta.

Sono triste. Sono molto triste.

Brava Lisbeth. Ce l’hai fatta.

***

Un venerdì 17 ottobre di millemila anni fa ho preso 30 e lode all’esame di diritto commerciale. C’era il sole nello studio del docente. Unico nella facoltà, lui gli esami se li faceva a tu per tu nel suo studio. Porta aperta, gli altri esaminandi in attesa in corridoio, pressavano quelli vicini agli stipiti, con l’orecchio pizzo per sentire bene le domande, le risposte e tutta la vicenda dell’esaminato. Quando ho varcato quella porta per andarmene con il libretto in mano, mi ricordo gli sguardi sorpresi, i sussurrii di complimenti stupefatti. E sì, mi ricordo anche qualcuno che, scherzando, mi ha poggiato una mano sul braccio: – Fatte toccà! -. Come una miracolata.

Sono scappata via da quel luogo che odiavo per correre in un negozio di dischi. Ho comprato un cd, a penna ci ho scritto sopra la data e, una volta a casa, l’ho ascoltato a un volume altissimo ballando da sola. Era l’unica cosa che mi interessava davvero fare quel giorno. Quelli che la maggior parte delle persone individuano in me come grandi meriti o capacità, per me sono solo rotture di coglioni. Preferisco ballare.

***

Oggi, venerdì 17 ottobre, s’è spenta una persona che ha rappresentato per me un mondo e un modo di vivere. E, soprattutto, una porzione sostanziale e significativa di me, della mia vita e dei miei ricordi, che avevo seppellito appositamente nella dimenticanza. Così come dimentico di scrivere che sono triste. Così come dimentico che sono triste. Perché voglio dimenticarlo.

Oggi, venerdì 17 ottobre, quella porzione di me, quella che ha meriti e virtù infinitamente maggiori di uno stupido voto, di uno stupido titolo, di stupide parole, di stupide “cosità”, s’è ricordata d’esistere con un dolore straziante. E non ha potuto fare a meno di spostarsi un masso.

Quella me ha contattato una persona cui rifiutava qualsiasi contatto da 5 anni, dopo quasi 20 anni di legame quotidiano e intenso, legame fraterno, legame intimo e vitale che ha connotato la mia esistenza, il mio essere quello che sono, il mio non essere mai più stata.

– Non riesco a reggermi uno strazio che non pensavo avrei provato in tale circostanza. Stringimi una mano in silenzio, per favore -.

Poi ho letto la risposta.

– Te la stringo ora e tutte le volte che ne avremo bisogno. Oggi è un giorno straziato. Ma ne abbiamo fatto parte. E con stile -.

Ho preso un masso enorme della mia vita e l’ho spostato con un soffio. Senza dire niente a nessuno. Incurante di qualsiasi conseguenza. Questa sono io. Questa qui.

Come prendere il masso Madre, o Padre, o Fratello e spostarlo da qua a là. Lievemente. Silenziosamente. Senza scalpori. Senza chiasso.

Cosa accadrà ora? Che succederà? Non lo so. Non ne ho idea. Ci sto pensando solo ora. Sono riuscita a fare quello che per 5 anni non ho potuto, voluto fare. Quello che per anni non sono riuscita a fare. Terrorizzata. Ci sto pensando solo ora. Con lo stomaco da qualche altra parte, gli occhi sgranati, la testa in ebollizione nebbiosa.

Ma noi ne abbiamo fatto parte. E con stile. E non devo dimenticarlo mai più.

***

Ho trascorso una bella serata, allegra e serena, con una persona che mi sembra carina, anche se mi fa schifo definire “carine” le persone. Se lo sia davvero, carina, non lo so. Ma ha fatto in modo che la mia serata lo fosse e per me questo è già molto. Ho bevuto un mojito buonissimo, mica lo sapevo che in quel posto fanno il mojito così buono. Devo tornare a prenderlo. E voglio portarci Mother quando verrà da me. Chissà se la persona che sembra carina s’è accorta durante la serata che in me c’era una rivoluzione, un moto ondoso, uno tsunami. Chissà se s’è accorta che avevo da poco preso il biglietto della mia vita che porta in destinazione ignota e lo avevo obliterato. Chissà se s’è accorta che avrei voluto urlare più forte che potevo qualsiasi cosa, solo per spezzarmi le corde vocali. Glielo chiederei quasi.

Talvolta penso che potrei prendermi una pugnalata al centro del petto e continuare a mantenere impassibile il mio sguardo.

E magari sorridere pure.