parole

N°10

Le lettere scritte e custodite nel fondo dei cassetti devono poter volare libere e disperdersi nell’etere. 

Assieme ai destinatari.

 

Mio adorato,

non troveresti splendido poter dire senza restrizioni tutto ciò che si pensa, così come lo si pensa?

Senza intenti d’aggressione, come mera esigenza comunicativa, esplicativa del sé. Una disarmante, denudante, disamina di contenuti.

Forse no. Forse non sarebbe davvero splendido. Forse sarebbe comunque l’ennesima riproposizione di un ego straripante e trofico. O forse la disperata (e anche un po’ stolida) soddisfazione momentanea di esigenze ancora egotiste.

No. Credo di non trovare sufficienti argomentazioni a sostegno di una tesi di depurazione (o epurazione) di qualsivoglia barriera.

Certo vi sarebbe l’indubbio vantaggio di una accelerazione della conoscenza. Il restringimento o abbattimento dei tempi morti.

Ma anche la perdita del disvelamento per gradi, ricolmo di quei sussulti e scoramenti, attese e frustrazioni, tanto cari agli innamorati.

Come a dire che quella poesia, così cercata dagli umani, altro non è che un temporeggiare dinanzi alla morte.

Eppure, non lo nascondo, troverei davvero affascinante l’ipotesi di dire. O di dirti.

Anche per un solo, singolo, sussulto.

七月二十五日

Su, via!

Chiudo gli occhi e respiro.

Respiro con gli occhi.

Lascio che le parole fluiscano in me.

Me lo hai scritto. Che la merda me la lascio scivolare sulla frangetta liscia. E’ vero.

E ora me la pettino un po’, per cancellare i residui di qualche passaggio.

Chiudo gli occhi e ricordo.

Inevitabile un sorriso. Inevitabile aprire gli occhi. Inevitabile guardare.

Inevitabili le mie spalle dritte. Inevitabile il mio passo. Inevitabili le mie spine.

Perché a questa tavola ci hanno mangiato un po’ tutti. Anche coloro che non erano stati invitati.

Da questa tavola ognuno s’è portato via qualcosa: un cucchiaio, la saliera, un sottobicchiere…

Ciò che faceva più comodo. A mie spese.

Ma a costo di rifarmi milioni di servizi nuovi, adesso i piatti ve li lancio addosso.

E chiudetevi pure la porta alle spalle.

 

 

 

Le Chic c’est freak

Mi ricordo i miei polsi legati dietro la schiena. E le mani, dorso contro dorso.

E il freddo del metallo sui capezzoli a contrastare un fuoco rigato sulla morbidezza.

Mi ricordo di te, che mi hai costretta a guardarmi allo specchio quando io non volevo, dicendomi: “Guardati ora. Ora sei libera, guarda quanto sei bella”. Ma io ho guardato solo i tuoi occhi, attraverso lo specchio, ed è stato in quel momento che l’ho capito. Quanto fosse vero.

Avevi l’età che adesso è mia e mi sembravi così grande così grande. Mi chiamavi “la mia bambina”. E ridevamo tanto, sempre.

Mi portavi in ristoranti troppo costosi a mangiare prelibatezze. Mi hai insegnato i vini e  il cristallo dei bicchieri. E mi dicevi: “Ridi, ridi sempre. Qualsiasi cosa succeda, in qualsiasi momento, tu ridi”.

In spagnolo una notte d’estate mi hai detto che profumo come l’erba appena tagliata e in giardino abbiamo ballato un tango.

E mi parlavi della Cina. Quando la Cina ancora non era. Mi dicevi: “Vieni con me, vieni lontano con me”.

Mi ricordo quando un giorno mi hai detto che in me c’era il sacro e che dinanzi al sacro nulla si può. Nemmeno tu. Nemmeno tu hai più potuto.

Nessuno ha mai più potuto.

E anche l’ultimo giorno, quando mi hai regalato il libro dicendomi: “Usalo solo per difenderti”. Sorridevi. Perchè bisogna sorridere sempre. Ma i tuoi occhi ormai li conoscevo e al sacro nulla può nascondersi.

Mi ricordo di come a distanza mi hai osservata vegliando su di me, per anni. Per anni. E di come, ad un certo punto, ho voluto esser morta. E lo sono stata.

Perchè eri grande, così grande, ma mi hai resa più grande di te. Troppo in fretta e io non potevo più accettarlo.

Ma stamattina ho avuto un balzo al cuore, perchè per un attimo non ho più ricordato il tuo nome.

Ho pensato: “E’ scritto da qualche parte. So che l’ho scritto”.

Ho raggrumato i ricordi per cercarti e mi è comparso il tuo nome.

Posso dimenticare qualsiasi cosa e non è importante. Ma mai, mai, il tuo nome.

Perchè è quello il nome che voglio.

La Béla Burdéla del Pamela – Capitolo 2

Lui è lì.

Sorride. Intenso. Sfrontato. Una sfida celata nell’iride boschiva.

Liscbet si sente il battito del cuore mancarle un colpo: è quello ben assestato da Raoul e dalla sua entrata al Pamela.

– E’ solo! – pensa, mentre il respiro le solleva l’insenatura tra due coppe 4C, già drammaticamente strizzate verso l’alto.

– E’ solo… -, e le labbra le si schiudono appena, lasciando morbida la linea curva della bocca.

E’ solo l’evanescenza di un pensiero fugace, quando compare alle spalle del dj un’ombra rosa fluo che gli si avvinghia a un braccio come la gramigna al chicco buono.

– Mo quela è la Vanilde! – sussurra sorpresa la Milvia che, mai per un attimo s’è scostata dall’amica, pronta a ghermirla al volo nell’ipotesi di qualche strambo e repentino colpo di testa.

Lo sguardo della Liscbet muta di colpo: dall’aura magica dello stupore al ringhio ferale, zanne snudate.

La sua voce  è quasi un rantolo: – La Vanilde? Quella chiappa secca e mossia della Vanilde? Ce le spezzo quelle braccine ossute! Che ci fa lui con quela lì? Quela il giorno va a toglier le uova dal culo delle galline, non sa neanche parlar bene il dialetto! -.

La Milvia ha già pronta la litania, la formula rituale da recitare per l’occasione: – Mo che ti importa? Tu sei la Liscbet! Tirati su la tetta, muovi la chiappa! Sei la Liscbet, la burdéla cativa! -.

Liscbet si ricompone, il volto torna impassibile, ma il sopracciglio le si alza tanto che le arriva quasi all’attaccatura del capello.

Un reciproco cenno, felini che si sfidano il territorio, uno con il sorriso sbieco, l’altra con l’occhio rapace.

E’ a quel punto che la Liscbet si volta nuovamente verso il Gionatan che è ancora lì fisso fisso fisso a guardarla. Gionatan su! Una mossetta? No?

La nostra comprende la timidezza del novello tocco di manzo e decide di adottare la “mossa del bagno”.

– Milvia, ‘ndiamo al bagno và -, senza distogliere d’un secondo lo sguardo. La Milvia, che ben conosce strategie e tattiche del Pamela, s’appropinqua alla burdéla e intanto studia a sua volta il tavolo del Gionatan.

Le giovini camminano come le Kessler con passo perfettamente coordinato, ondeggiando qualsiasi cosa si possa ondeggiare, bicchieri in mano. Per andare al bagno bisogna necessariamente passare di fianco al tavolo cui siede il Gionatan con l’allegra combriccola maschia.

Ed è proprio nel punto in cui la Liscbet sa d’essere alla giusta distanza, con la giusta luce, la giusta prospettiva, che spara addosso all’occhio fisso del Gionatan tutto il grifagno del mondo e poi -tac! – nell’istante perfetto, avvicina il bicchiere alla bocca che diventa un perfetto cuoricino che circonda la cannuccia per una rapida succhiatina.

Due secondi, forse tre, durante i quali avviene un monologo muto. – Mo cosa fai lì? Vieni qui, vieni a prendermi, non lo vedi che son tua? Non ti piace tutta questa robina qui? Guarda che labbra morbide… -.

Milvia e Liscbet attendono in bagno il tempo adeguato affinché il manzo sia bello arrostito in superficie, ma sanguigno all’interno, poi escono nuovamente verso la sala.

Pochi passi e il Gionatan, magliettina tarra nera e jeans a vita bassa,  si alza e si piazza al momento giusto sulla traiettoria della Liscbet, che, a quel punto, potrà scegliere se circumnavigarlo indifferente o fermarsi esattamente di fronte a lui. Nella seconda ipotesi, come da manuale, la Milvia si dovrebbe scollare dalla gemella e proseguire verso il bancone, dove, sempre secondo regolamento del Pamela, un altro ragazzotto del gruppo provvederà a intrattenerla affinché non si senta sola….

Si ferma. Sono uno di fronte all’altra. Il Gionatan finalmente sorride alla sua griglia. – Ciao, scei beliscima, come ti chiami? –

Tocca a Liscbet. Via tutto il grifagno! E’ il momento della cerbiatta, della gazzella, della ninfa cedevole. – Liscbet e tu? -. Piega anche appena appena di lato la testa per mostrare meglio lo sguardo “Sono dolce e maliziosa allo stesso tempo”.

– Gionatan. Ti va di balare? –

Una polka frizzantina ha agitato già gli animi degli avventori del Pamela. – Baliamo! –

Mother è al bancone e parla con Alieto, il barista discreto. Entrambi guardano la burdéla gettarsi in pista.

Gionatan le cinge il fianco sinuoso, Liscbet palpa leggera il bicipite sostanzioso.

Quand’ecco che, tra il volteggiare a passetti delle coppie, tra le luci strobo della sala, Liscbet scorge Raoul con la smandruppona della serata. Ballano, lui le parla e sorride. Lei ride con scoppiettii a singulti.

Liscbet conosce alla perfezione l’epilogo di quel parlare per sorrisi.  Tenta di condurre il suo partner in altro punto della pista: non vuole vedere, non vuole sapere. Ma, come per un maleficio, se li ritrova sempre accanto. Anzi, adesso le due coppie ballano affiancate. Si irrigidisce, ma non desidera che Gionatan se ne possa accorgere e sorride comunque.

E’ un attimo. Il braccio di Raoul sfiora quello di Liscbet, a più riprese. E’ una vicinanza lieve, un incontro di brividi sulla pelle. Ma a Liscbet è sufficiente per sentirsi avvampare. Sente il suo odore, il suo calore. Così vicino. Guarda, solo con la coda dell’occhio, e lo scopre: Raoul le lancia rapide frecciatine di sguardi. Lo sta facendo apposta! E si diverte!

E’ troppo! Per Liscbet è davvero troppo! Le monta la carogna, pronta a divampare in un lampo. Ma è mentre Gionatan la fa volteggiare, che scorge in lontananza lo sguardo di Mother: il sopracciglio è impennato. E, di fianco a lei, Alieto ridacchia con aria canzonatoria.

E’ così che Liscbet torna con la mira sul suo muscolo ruspante e decide.

Sguardo svenevole, svenevolissimo.

– Gionatan, mi manca un po’ l’aria qui dentro. Forse è solo stanchezza… forse sarebbe meglio andare a casa – sguardo sguincio dal basso – ma non so se ce la faccio a piedi, non voglio rovinare la serata alla Milvia e la macchina serva a Marla e alora non so proprio cosa fare…-

– Mo ti porto io! Ho la macchina qui davanti! Ti porto a casa subito! –

– Davvero? Oh,ma… forse vuoi restare con i tuoi amici? –

Gionatan le perfora le pupille con significativa e maschia sicurezza: – Mo ti pare che nel deserto io lassio morire l’unico fiore? Spettami che vado ad avvertirli e poi ci penso io a te… –

Corre dagli amici: – Oh Ianes, dammi le chiavi della tua macchina. Te la riporto domani mattina! –

Timido sì, ma romagnolo ruspante, mica moschio!

Poco prima di avvicinarsi all’uscita, Liscbet avverte Mother con un cenno d’intesa: Marla sorride appena appena. E’ ok.

Poi si volta, è più forte di lei, e si volta a guardare Raoul: anche lui la sta guardando mentre si allontana con Gionatan.

E non sembra sorridere come prima.

Previously on “Più Balere Per Tutti”:

La Béla Burdéla del Pamela – Chapter One

Raoul, il dj migliore della Romagna

A Sud degli Angeli

La costa tra il Big Sur e Los Angeles ha cambiato insenature e l’aria s’è scaldata di un soffio ogni miglio.

La pelle si schiude le palpebre al risveglio degli odori, il profumo dei deserti che si insinua sottile tra il salmastro. S’insinua con il ricordo di vita, un serpente a sonagli che vibra sonoro nell’anima.

A ridosso degli Angeli da nord e il tramonto che ci insegue con il fiato sul collo.

L’auto si lascia andare le miglia come sassolini dalle tasche. Sarà la memoria a raccoglierli un giorno, uno a uno.

Dobbiamo fermarci, dovremmo fermarci. Ancora a L.A., di nuovo.

Lei indossa un cappello texano bianco, ha gli omini di Keith Haring tatuati attorno al braccio e guida.

Io indosso un cappello texano nero e ho i piedi nudi poggiati sul cruscotto.

– Davvero dobbiamo fermarci a Los Angeles? –

– Sei tu che guidi -.

Si volta un attimo a guardarmi.

– E se tiro dritto? Dove andiamo? –

– Tira dritto. Andiamo a Sud. –

Si tocca appena la tesa del cappello e l’abbassa un po’ sugli occhi. Sorride guardando la strada.

– Andiamo a Sud -. Prende una sigaretta con una mano, la porta alla bocca e l’accende guardandomi con la coda dell’occhio.

Anch’io prendo una sigaretta e mi raddrizzo un po’ sul sedile. Sguardo fisso sul cielo più grande del mondo.

Arriviamo nel deserto mentre il sole sta incendiando il mondo, squarciandolo di strappi, afferrandolo per la gola con un bacio.

E’ notte e Palm Springs è un’oasi illuminata nel nulla. Pale eoliche giganti lasciano il proprio bianco a spezzare lento lo spazio.

L’aria ribolle tra i cactus e le palme.

– Adesso siamo arrivate –

Memento me

Dimentico sempre di scrivere quando sono triste. Lo dimentico perché  lo voglio dimenticare. E’ quella noia di sé salvifica per i cervelli in eterna combustione.

Senza contare la particolare avversione per l’aggettivo “triste” che mi provoca un reflusso gastroesofageo. Il sostantivo “tristezza”, invece, mi concede margini più ampi di immaginifico. Potrei persino arrivarmi a una goliardia da due lire, al buffonesco Er Tristezza. Non riesci a essere seria Lisbeth? Ci provo. Ma se dovessi mai riuscirci davvero, temo dovrei procurarmi delle armi (rima baciata: in punizione per 1 giorno), e diventare il Manson De Noantri.

E invece ogni tanto dovrei concedermi un bel postarone tristarone (rima baciata voluta con intento dissacrante: niente punizione), di quelli pesantoni, che ti fanno piangere tutta la famiglia davanti al televisore. Perché la catarsi, la catarsi, la catarsi… Ma non ce la faccio proprio.

Che faccio? Mi butto sull’archetipo? L’archetipo del Tristone? Mi si trasforma immediato in qualche maschera carnascialesca, che sberleffa, canzona e fa un gran casino. Potrei farmi Meo Patacca con un finale da Rugantino. In fondo sono nata a Trastevere: filologicamente sarei esatta.

Sono triste. Sono molto triste.

Brava Lisbeth. Ce l’hai fatta.

***

Un venerdì 17 ottobre di millemila anni fa ho preso 30 e lode all’esame di diritto commerciale. C’era il sole nello studio del docente. Unico nella facoltà, lui gli esami se li faceva a tu per tu nel suo studio. Porta aperta, gli altri esaminandi in attesa in corridoio, pressavano quelli vicini agli stipiti, con l’orecchio pizzo per sentire bene le domande, le risposte e tutta la vicenda dell’esaminato. Quando ho varcato quella porta per andarmene con il libretto in mano, mi ricordo gli sguardi sorpresi, i sussurrii di complimenti stupefatti. E sì, mi ricordo anche qualcuno che, scherzando, mi ha poggiato una mano sul braccio: – Fatte toccà! -. Come una miracolata.

Sono scappata via da quel luogo che odiavo per correre in un negozio di dischi. Ho comprato un cd, a penna ci ho scritto sopra la data e, una volta a casa, l’ho ascoltato a un volume altissimo ballando da sola. Era l’unica cosa che mi interessava davvero fare quel giorno. Quelli che la maggior parte delle persone individuano in me come grandi meriti o capacità, per me sono solo rotture di coglioni. Preferisco ballare.

***

Oggi, venerdì 17 ottobre, s’è spenta una persona che ha rappresentato per me un mondo e un modo di vivere. E, soprattutto, una porzione sostanziale e significativa di me, della mia vita e dei miei ricordi, che avevo seppellito appositamente nella dimenticanza. Così come dimentico di scrivere che sono triste. Così come dimentico che sono triste. Perché voglio dimenticarlo.

Oggi, venerdì 17 ottobre, quella porzione di me, quella che ha meriti e virtù infinitamente maggiori di uno stupido voto, di uno stupido titolo, di stupide parole, di stupide “cosità”, s’è ricordata d’esistere con un dolore straziante. E non ha potuto fare a meno di spostarsi un masso.

Quella me ha contattato una persona cui rifiutava qualsiasi contatto da 5 anni, dopo quasi 20 anni di legame quotidiano e intenso, legame fraterno, legame intimo e vitale che ha connotato la mia esistenza, il mio essere quello che sono, il mio non essere mai più stata.

– Non riesco a reggermi uno strazio che non pensavo avrei provato in tale circostanza. Stringimi una mano in silenzio, per favore -.

Poi ho letto la risposta.

– Te la stringo ora e tutte le volte che ne avremo bisogno. Oggi è un giorno straziato. Ma ne abbiamo fatto parte. E con stile -.

Ho preso un masso enorme della mia vita e l’ho spostato con un soffio. Senza dire niente a nessuno. Incurante di qualsiasi conseguenza. Questa sono io. Questa qui.

Come prendere il masso Madre, o Padre, o Fratello e spostarlo da qua a là. Lievemente. Silenziosamente. Senza scalpori. Senza chiasso.

Cosa accadrà ora? Che succederà? Non lo so. Non ne ho idea. Ci sto pensando solo ora. Sono riuscita a fare quello che per 5 anni non ho potuto, voluto fare. Quello che per anni non sono riuscita a fare. Terrorizzata. Ci sto pensando solo ora. Con lo stomaco da qualche altra parte, gli occhi sgranati, la testa in ebollizione nebbiosa.

Ma noi ne abbiamo fatto parte. E con stile. E non devo dimenticarlo mai più.

***

Ho trascorso una bella serata, allegra e serena, con una persona che mi sembra carina, anche se mi fa schifo definire “carine” le persone. Se lo sia davvero, carina, non lo so. Ma ha fatto in modo che la mia serata lo fosse e per me questo è già molto. Ho bevuto un mojito buonissimo, mica lo sapevo che in quel posto fanno il mojito così buono. Devo tornare a prenderlo. E voglio portarci Mother quando verrà da me. Chissà se la persona che sembra carina s’è accorta durante la serata che in me c’era una rivoluzione, un moto ondoso, uno tsunami. Chissà se s’è accorta che avevo da poco preso il biglietto della mia vita che porta in destinazione ignota e lo avevo obliterato. Chissà se s’è accorta che avrei voluto urlare più forte che potevo qualsiasi cosa, solo per spezzarmi le corde vocali. Glielo chiederei quasi.

Talvolta penso che potrei prendermi una pugnalata al centro del petto e continuare a mantenere impassibile il mio sguardo.

E magari sorridere pure.

Ma anche l’amicizia è un dardo. Che ti si conficca sempre lì.

Entra in casa come una furia, un’erinni, un ciclone, urlando, letteralmente urlando, milioni di parole, una di seguito all’altra con toni diversi: interrogativo, esclamativo, molto esclamativo e esclamativissimo.

Io sono in cucina che bado a due sleppe di spigole (n.d.r. branzino per i polentoni del Nord) che sono in forno, belle incastrate sotto un’erta  e coriacea coltre di sale che, ogni volta, mi ricorda lo spessore della mia personalità, pronta a sbriciolarsi con una mestolata ben assestata. Ho lasciato la porta di casa aperta dopo il suono del citofono, as usual.

Mi volto con l’occhio spalancato e la vedo che mi entra in sala buttando la borsa sulla poltroncina, gesticolando ossessiva. Solo dopo capisco che è al cellulare, con l’auricolare e sta raccontando qualcosa che, credo, non voglio sapere.

Silenzio. – Pronto? Pronto? -. Mi guarda con l’occhio incredulo. – Sto parlando al telefono da sola!-.  Lo vedo che è paonazza di rabbia, ma non ce la faccio, non ce la posso fà. Scoppio a ridere mentre mugolo delle scuse stridule, mescolate alle risate che non riesco a frenare.

Resta interdetta qualche secondo. Poi, finalmente, ride pure lei. Evvai cazzo! Evvai! Penso di averla sfangata facilmente.

E invece no.

Si siede in cucina, mi guarda ancora con l’occhio spiritato. – Devo fumare, anche se ho smesso -. Prende le mie sigarette. E attacca.

Stessi toni, stesse parole. Ha ragione, la capisco, stavolta ha perfettamente ragione.

Io però ciò le sleppe in forno e ‘nsia mai che mi si cuociono troppo. Aò 30 Euri de spigole!

– Che dici? Una birretta? Uno strappetto alla dieta stasera, eh Tata? -. Ci provo così.

Ci pensa un attimo. – Sì Tata sì. Stasera sì -.

Lo so, lo so. Tata&Tata. Non ditemi niente. Lo so… Tata&Tata… e vabbè.

La ingolfo di birra, mentre finalmente le sleppe sono pronte. Mangia con foga, beve, fuma e parlaparlaparlaparla.

Sento che la questione non è di pronta e rapida soluzione. Non basta una bottiglia di idraulico liquido come al solito, qua tocca chiamà lo stagnaro (n.d.r. idraulico, per i polentoni del Nord).  E, del resto, anche io ho qualche cazzo su per il culo, ma, vabbè, me lo tengo, as usual.

Quindi passo in rassegna, velocissima, tutte le stronzate da poter dire per raggiungere il consueto effetto: sedativo-motivazionale.

Niente, le ho usate già tutte con lei.

Poi, un lampo di genio.

– Tata, ho fiducia in te: tu sei come l’Araba Fenice -.

Pausa. Mi guarda con l’occhio sguincio, perplesso ma incuriosito.

– Cioè? -.

Evvai! Questa non la sa! Ciò azzeccato!

– La Fenice, l’uccello mitologico: rinasce sempre dalle proprie ceneri, dopo la morte -.

E’ folgorata, colpita, stupita. Vuole sapere.

Attacco un pippone misto di mitologia, filosofia, PNL, linguistica… Una roba che manco lo so che cazzo ho detto. Una supercazzola divina.

– Tata! Tu sì che sei cazzuta! -. Uh! Una cifra, sapessi…

Nel frattempo ho uotsap che impazza. Normale amministrazione. Sono programmata per: mandare affanculo qualcuno, amare qualcun’altro, dare la buonanotte a due-tre persone, rispondere a quesiti metafisici, scrivere porcate e, intanto, rifilare a voce il pippotto a Tata e pensare a cosa cucinarmi domani sera. Tutto insieme.

La supercazzola è andata a buon fine. E’ sedata e motivata. Pronta per lasciare la Casa del Disagio, ex Villa Sticazzi. Già pregusto il silenzio, la solitudine, il nulla cerebrale.

Ma ecco che il cellulare mi lampeggia di nuovo: – Almeno stanotte possiamo sentirci che ho ancora bisogno di parlarti? -.

Mi viene la tachicardia.

Lo faccio, lo faccio, lo devo fare!

Spengo il cellulare.

Tata se ne va.

Ma il mio cazzo su per il culo sta ancora lì.

I’m on my way

Niente luna stanotte.

Un velo di nubi stracciate e filamentose cosparso in un cielo in cinemascope, enorme e schiacciato, ne lascia appena intravedere il bagliore lattiginoso a illuminare in lontananza il profilo di una collina arida.

Il vento s’alza a folate ampie e morbide. Caldo, come un abbraccio avvolgente e carezzevole.

Lisbeth è inquieta.

E’ quel vento a smuoverle l’anima, forse. O i grilli che friniscono senza sosta, l’urlo del rapace solitario a straziare il silenzio o, ancora, quel pensiero che, incessante, le graffia il sonno.

Di fronte alla porta della sua stanza, in quel motel perso nel deserto, concede al vento l’incontro notturno con la sua pelle. I capelli corvini s’alzano e volteggiano, lunghi, accompagnandosi alla stoffa leggera del vestito.

Osserva, senza davvero guardare, il turchese della piscina, al centro del piccolo cortile. Le luci basse giocano con l’acqua smossa dall’aria a proiettare ombre e movimenti.

E’ per questo che non se ne accorge subito.

Un’ombra sotto il porticato, dall’altro lato del cortile, apparentemente immobile, la osserva a distanza.

Lisbeth, altrettanto immobile, si ingrandisce le pupille e lentamente disegna i contorni di un uomo.

Poggiato a una trave del porticato, il ginocchio piegato, il tacco dello stivale sul legno. Un rapido riflesso di luce dalla piscina e compare una bottiglia di birra in una mano.

Lo straniero sa d’esser stato visto. Avvicina la bottiglia alle labbra e beve un sorso.

Lisbeth si passa leggera un polpastrello sopra le labbra, un velo di sudore. Poi con una mano si raccoglie i capelli e con l’altra s’accarezza la nuca, il collo e il petto. Il caldo dipinge sulla pelle i riflessi di una luna nascosta.

Lo straniero si piega a poggiare la bottiglia ai suoi piedi.

Lisbeth si muove appena, un paio di passi verso la piscina. Poi si ferma. Accende una sigaretta.

Lo straniero accende ripetutamente uno zippo sfregandolo sui jeans e poi lo richiude di scatto, spegnendo drasticamente la fiamma.

Rumore, fiamma, rumore.

Si guardano, silenziosi, fissi. Si guardano senza vedersi gli occhi.

Lisbeth, sollevando leggermente il mento, spalle dritte, cammina lentamente verso la piscina.

Rumore, fiamma, rumore.

Lisbeth getta la sigaretta lontano da sé. Una scia di scintille rosse infiamma l’asfalto. Poi apre il piccolo cancello della piscina e s’avvicina al turchese che danza con i fantasmi di luce e ombra.

Rumore, fiamma, rumore.

Si abbassa e con una mano raccoglie un po’ d’acqua. La lascia scivolare sul collo e sul petto a refrigerarsi dalla calura che sembra non cedere al buio. Con la coda dell’occhio controlla la fissità dell’ombra contro la trave.

Rumore, fiamma, rumore.

Poi, d’un tratto, silenzio.

Lisbeth volta il capo lentamente e guarda dritta quel silenzio.

Tacchi degli stivali sull’asfalto.

Lo straniero s’avvicina. Passo regolare e cadenzato.

Lisbeth cammina verso il cancello.

E’ lì, sul cardine di quel cancello, che s’incontrano.

Lo straniero la sovrasta più di una spanna. Camicia texana arrotolata agli avambracci, spalle possenti, occhi di ghiaccio.

Sguardo fermo, sicuro, una pagliuzza di sorriso sfrontato a macchiarne il gelo socchiuso. Incastrato con l’altro, nero ardente che, di rimando, lo guarda dal basso verso l’alto, quasi senza un battito di ciglia.

E’ lo straniero a parlare per primo.

Voce bassa, profonda, whisky di torba e tabacco. – I got a situation –

Veloce, un brivido le corre lungo le braccia. Lisbeth con lentezza distoglie lo sguardo abbassandolo sulle labbra che hanno appena detto, e ancora in basso, sulle spalle, il pettorale scolpito, l’addome, la vita bassa e poi, più giù, si ferma, attenta, sul cavallo dei jeans a guardare. Indugia. E osserva.

Inarca appena un sopracciglio, piegando impercettibilmente il capo da un lato e, lieve, un sorriso compiaciuto le risolleva lo sguardo socchiuso tra le ciglia a tornare sul ghiaccio che la guarda spudorato, poi, con le labbra morbide, morbidissime, in un sussurro: – We can fix it -.

N.B. Chi ha poca dimestichezza con l’inglese e/o con film e serie tv americane (in lingua originale) difficilmente comprenderà l’ironia “linguistica”. Posso anche far finta d’esserne dispiaciuta.

Il Post della Qualunque

La vita è bella, è una cosa bellissima…

… però è anche brutta, ma per fortuna c’è l’amore, perché l’amore è vita e ti riempie e dà senza chiedere ed è la cosa più importante del mondo… come l’amicizia, anzi, l’amicizia è la cosa più importante del mondo, perché anche se l’amore va male, l’amico c’è….

… però anche il sesso è una cosa bellissima, soprattutto se c’è l’amore, che è la cosa più importante del mondo, dopo l’amicizia…

… ma in fondo sticazzi! Anche senza amore, il sesso è il sesso e io oggi mi sento molto figo, sì, cazzo, sono proprio figo e vaffanculo a tutti! Perché io sono io e anche se voglio bene a tutti, io sono comunque io! E se mi fai del male io allora rivendico il diritto di dirti “Stronzo mi hai fatto male”, è un diritto di tutti poter dire: “Stronzo!”…

… anche se però il perdono è una cosa bellissima, la cosa più importante del mondo, dopo l’amore e dopo l’amicizia. Perché se l’amico ti tradisce, se tu gli vuoi bene, allora lo perdoni, perché quando lei se n’è andata, lui c’era e non fa niente se è andata via con lui prima, perché siamo cresciuti insieme e cazzo! Siamo fratelli! Siamo fratelli! E io sono tanto fragile… fragile fragile fragile e piango piango piango perché chi l’ha detto che un uomo non piange? Eh? Chi l’ha detto? E allora io piango piango, però poi vaffanculo! E tiro calci al mondo sciupppandomi tutta la frangetta perché sono forte, cazzo, sono forte. Ecco! E non perdono! No vaffanculo non ti perdono perché sei brutto e cattivo e mi fai sciupppare la frangetta!

Sì, ecco. E in fondo… in fondo siamo tutti un po’ forti… ma anche un po’ fragili. E anche un po’ belli… ma anche un po’ brutti. E tutti tradiamo… però poi basta chiedere scusa – aò scusa fratè – e tutto va bene… e in fondo l’amore è in tutti… ma anche no.

E tu, tu che sei tornata, dopo essere andata via dalla spiaggia e io, io che con il sapore di sale sulle labbra ho pensato che tu te ne andavi, ma poi saresti tornata, con il sole al tramonto e i gabbiani e una canzone che fa venire i brividi e la pelle d’oca e io ti ho baciata mentre te ne andavi e poi ritornavi….

Ecco. Io.