maschere

Proseguendo una conversazione interrotta dall’incombente

E’ il problema di chiunque si costruisca un personaggio rappresentativo di un’unica porzione di sé.

Con la convinzione che esso costituisca la propria parte fondante, la reale unicità di un essere che unico e monolitico non può (essere).

Per sopperire a frustrazioni, colmare mancanze, ingigantire piccolezze e nascondersi i giganti.

Perché la bellezza del personaggio è nella sua costruzione realistica e reale, ma marginale rispetto al prisma complesso dell’essere.

E’ nella coscienza e volontà del personaggio, nel dolo del medesimo.

Così è possibile l’alternanza delle maschere. Autentiche, ma variabili come il mascara nero, blu o viola. Come una cravatta diversa per ogni giorno. Come il cielo: mutevole nei tempi e nei luoghi, eppure unico.

Così è possibile l’uso del personaggio per il proprio piacere. E per quello altrui. E’ possibile estrapolarlo da qualsiasi dimensione per incastonarlo in altre.

E, dicevo, il problema di chiunque si costruisca un personaggio rappresentativo di un’unica porzione di sé è proprio quello di rimanervi incastrato, staticamente infisso. Di non essere in grado di uscirne e, anzi, di fomentarne quotidianamente l’ampiezza, ingrandendosi la convinzione d’essere esattamente, propriamente ed esclusivamente ciò che si vorrebbe o si assume essere.

Legittimato dagli applausi di spettatori interessati esclusivamente allo spettacolino della settimana, prima di spostarsi altrove. Di spettacolo in spettacolo. Senza, realmente, comprendere le capacità interpretative. Troppo occupati, a loro volta, nella propria personale interpretazione di un unico personaggio.

Così i giganti nascosti mutano le proprie forme in fantasmi e ombre e mostri, da individuarsi in un esterno inesistente.

Inesistente tanto quanto l’interiorità ormai tristemente soppressa dall’ossessiva costruzione e vivificazione dell’unico (e alla fine anche un po’ noioso) personaggio.

Ecco. Ora me ne vo a far cose e addentarmi un pezzetto di quotidiano.

Scegliendomi l’abito più adeguato all’interno di un guardaroba di proporzioni imbarazzanti.

Orgoglio e dignità

Puoi guardarlo per ore e per giorni quel telefono. Anche tutta la vita.

Ma finché non avrai deciso, non avrai compreso e scelto, il tuo sguardo sarà l’illusoria perdita di un attimo in un pozzo di tempo profondo, scavato nell’abisso dei tuoi desideri.

Perché se ciò che ti impedisce di prendere quel telefono e scriverlo, scrivere: – Mi manchi. Tanto-, è l’orgoglio, allora non esitare un istante a schiacciarti le dita sui tasti. Perché ci possono essere frammenti di colpe contingenti, mie o tue, o mie e tue, non importa. Ciò che conta davvero è la sicurezza che vi sia una colpa identificabile e concreta, da rimarginare come una ferita, con la ricerca di una comprensione, di un punto di saldatura comune, di una comunione di intenti. Se c’è colpa, c’è volontà e, se c’è volontà, vuol dire che c’è un c’è.

Ma prima di prendere quel telefono, pensaci bene. Rifletti se davvero ciò che stai evitando è solo il frutto di un orgoglio, stupido, inutile e deleterio, come solo l’orgoglio sa essere.

Perché se, invece, la mano ti resta ferma, dinanzi alla ricerca dello sguardo, per dignità, allora no, allora non toccarlo mai più quel telefono e dismettiti l’anima.

Pensaci bene. Perché tu lo sai che a mancarti non è solo quello che è stato. Ciò che ti manca davvero è ciò che non è stato. Ciò che non avrebbe mai potuto essere. E non importa allora se ci sono porzioni di blande colpe da ripartire o da calcolare in diverse misure.

Se ognuno s’è indossato una maschera di doveroso e opportuno, chi per non palesare eccessivamente un sentimento ben più grande che sapeva già sarebbe rimasto sterile e chi per non perdere il piacere, l’indubitabile piacere, di una bella presenza, non c’è una vera colpa. Ognuno s’è preso ciò di cui aveva bisogno, con la confusa intenzione di non disturbare l’altro. I paletti di un confine e le mani alzate a rassicurare ci sono state. E lo sai.

Se ancora, dopo mesi, stai a ricercarti un segno, un messaggio, un codice tra parole non tue, allora vuol dire che non è orgoglio. E’ dignità.

La dignità che il rispetto di sé impone. La dignità che l’amore di sé impone. La dignità che la tutela di sé impone. Quella dignità madre dell’onestà con se stessi.

La dignità di non grattare via con le unghie frammenti di vernice da un muro che non oltrepasserai mai. Grattare fino a consumarti le dita. Fino a lasciarti sanguinare, fingendo un sorriso rassicurante. Per non perdere quei frammenti, comunque insufficienti, comunque insoddisfacenti.

L’orgoglio vive degli altri. La dignità è sola.

E allora lascialo lì quel telefono, assieme a tutti i tuoi sogni, desideri e speranze.

Scrivilo qui, quello che vuoi dire, e che sai essere inutile e deleterio. Deleterio per la dignità, non per l’orgoglio.

Mi manchi. Tanto. Da morire. Ma mi manca ancora di più tutto quello che non c’è stato.

E poi cancellalo da te.

Lay beside me,
tell me what they’ve done.
Speak the words I wanna hear,
to make my demons run.
The door is locked now,
but it’s open if you’re true.
If you can understand the me,
than I can understand the you