libertà

N°10

Le lettere scritte e custodite nel fondo dei cassetti devono poter volare libere e disperdersi nell’etere. 

Assieme ai destinatari.

 

Mio adorato,

non troveresti splendido poter dire senza restrizioni tutto ciò che si pensa, così come lo si pensa?

Senza intenti d’aggressione, come mera esigenza comunicativa, esplicativa del sé. Una disarmante, denudante, disamina di contenuti.

Forse no. Forse non sarebbe davvero splendido. Forse sarebbe comunque l’ennesima riproposizione di un ego straripante e trofico. O forse la disperata (e anche un po’ stolida) soddisfazione momentanea di esigenze ancora egotiste.

No. Credo di non trovare sufficienti argomentazioni a sostegno di una tesi di depurazione (o epurazione) di qualsivoglia barriera.

Certo vi sarebbe l’indubbio vantaggio di una accelerazione della conoscenza. Il restringimento o abbattimento dei tempi morti.

Ma anche la perdita del disvelamento per gradi, ricolmo di quei sussulti e scoramenti, attese e frustrazioni, tanto cari agli innamorati.

Come a dire che quella poesia, così cercata dagli umani, altro non è che un temporeggiare dinanzi alla morte.

Eppure, non lo nascondo, troverei davvero affascinante l’ipotesi di dire. O di dirti.

Anche per un solo, singolo, sussulto.

七月二十五日

Su, via!

Chiudo gli occhi e respiro.

Respiro con gli occhi.

Lascio che le parole fluiscano in me.

Me lo hai scritto. Che la merda me la lascio scivolare sulla frangetta liscia. E’ vero.

E ora me la pettino un po’, per cancellare i residui di qualche passaggio.

Chiudo gli occhi e ricordo.

Inevitabile un sorriso. Inevitabile aprire gli occhi. Inevitabile guardare.

Inevitabili le mie spalle dritte. Inevitabile il mio passo. Inevitabili le mie spine.

Perché a questa tavola ci hanno mangiato un po’ tutti. Anche coloro che non erano stati invitati.

Da questa tavola ognuno s’è portato via qualcosa: un cucchiaio, la saliera, un sottobicchiere…

Ciò che faceva più comodo. A mie spese.

Ma a costo di rifarmi milioni di servizi nuovi, adesso i piatti ve li lancio addosso.

E chiudetevi pure la porta alle spalle.

 

 

 

E, se qualcuno me lo domandasse, risponderei che io non scrivo.

Mi arrampico tra le parole.

Le scalo come vette aguzze e inaccessibili, se non per attimi di illusione comunicativa.

Preferisco sbriciolarmi le dita come farina da impastare lungo la via del non detto.

Preferisco consumarmi le nocche contro i muri grezzi dei silenzi e delle esclamazioni afone.

Non amo chi mi segue camminandomi sui talloni.

 

Pittoresco

Tutte queste persone che vivono come certi vecchietti di certi paesi, seduti su una seggiola fuori della porta di casa, tutto il giorno, a guardare quelli che passano, che poi sono gli stessi di qualche ora prima e delle ore future. Che poi sono gli stessi che un giorno staranno seduti sulle loro seggiole fuori della porta della loro casa. Che poi sono gli stessi. Gli stessi.

Sempre uguali, sempre uguali. Immobili, lì, su quella seggiola.

Che magari sono anche pittoreschi e carini da vedere, quando ti ritrovi per caso a passare in un paese. E quando passi, in quel momento, sei tu, sei tu quello che guardano passare e che non è lo stesso di qualche ora prima e non sarai lo stesso delle ore future. E allora diventi quello nuovo da guardare, lì, da quella seggiola sempre nello stesso angolo di spazio.

E sono pittoreschi e magari chiedi anche di scattare qualche foto. Possibilmente in bianco e nero, che fa molto foto d’epoca o testimonianza e soprattutto fa molto pittoresco.

Carini sì. Ma solo se ti ritrovi per caso a passare in un paese. Perché ti ci voglio, invece, a rimanere a guardarli, così come loro guardano gli altri passare. Restare giorni e giorni e guardarli seduti su quella seggiola, sempre nello stesso angolo di spazio.

Ecco. A osservare certe persone, quando ti ritrovi a passare per caso, si ha lo stesso effetto. Toh! Guarda! Sono ancora lì. Identici, immobili, sempre uguali.

Sempre a dire le stesse cose, a fare le stesse cose, con le stesse facce, con gli stessi vestiti, con le stesse espressioni, con le stesse idee, con le stesse parole.

Pittoreschi. Molto pittoreschi…

E allora facciamo così.

Facciamo che vi scatto una bella foto. Magari in bianco e nero. Come testimonianza, come foto d’epoca. Ma poi andatevene pure affanculo.

Che io preferisco essere quella che passa e non è la stessa di qualche ora prima e non sarà la stessa delle ore future.