ironia

La Béla Burdéla del Pamela – Capitolo 2

Lui è lì.

Sorride. Intenso. Sfrontato. Una sfida celata nell’iride boschiva.

Liscbet si sente il battito del cuore mancarle un colpo: è quello ben assestato da Raoul e dalla sua entrata al Pamela.

– E’ solo! – pensa, mentre il respiro le solleva l’insenatura tra due coppe 4C, già drammaticamente strizzate verso l’alto.

– E’ solo… -, e le labbra le si schiudono appena, lasciando morbida la linea curva della bocca.

E’ solo l’evanescenza di un pensiero fugace, quando compare alle spalle del dj un’ombra rosa fluo che gli si avvinghia a un braccio come la gramigna al chicco buono.

– Mo quela è la Vanilde! – sussurra sorpresa la Milvia che, mai per un attimo s’è scostata dall’amica, pronta a ghermirla al volo nell’ipotesi di qualche strambo e repentino colpo di testa.

Lo sguardo della Liscbet muta di colpo: dall’aura magica dello stupore al ringhio ferale, zanne snudate.

La sua voce  è quasi un rantolo: – La Vanilde? Quella chiappa secca e mossia della Vanilde? Ce le spezzo quelle braccine ossute! Che ci fa lui con quela lì? Quela il giorno va a toglier le uova dal culo delle galline, non sa neanche parlar bene il dialetto! -.

La Milvia ha già pronta la litania, la formula rituale da recitare per l’occasione: – Mo che ti importa? Tu sei la Liscbet! Tirati su la tetta, muovi la chiappa! Sei la Liscbet, la burdéla cativa! -.

Liscbet si ricompone, il volto torna impassibile, ma il sopracciglio le si alza tanto che le arriva quasi all’attaccatura del capello.

Un reciproco cenno, felini che si sfidano il territorio, uno con il sorriso sbieco, l’altra con l’occhio rapace.

E’ a quel punto che la Liscbet si volta nuovamente verso il Gionatan che è ancora lì fisso fisso fisso a guardarla. Gionatan su! Una mossetta? No?

La nostra comprende la timidezza del novello tocco di manzo e decide di adottare la “mossa del bagno”.

– Milvia, ‘ndiamo al bagno và -, senza distogliere d’un secondo lo sguardo. La Milvia, che ben conosce strategie e tattiche del Pamela, s’appropinqua alla burdéla e intanto studia a sua volta il tavolo del Gionatan.

Le giovini camminano come le Kessler con passo perfettamente coordinato, ondeggiando qualsiasi cosa si possa ondeggiare, bicchieri in mano. Per andare al bagno bisogna necessariamente passare di fianco al tavolo cui siede il Gionatan con l’allegra combriccola maschia.

Ed è proprio nel punto in cui la Liscbet sa d’essere alla giusta distanza, con la giusta luce, la giusta prospettiva, che spara addosso all’occhio fisso del Gionatan tutto il grifagno del mondo e poi -tac! – nell’istante perfetto, avvicina il bicchiere alla bocca che diventa un perfetto cuoricino che circonda la cannuccia per una rapida succhiatina.

Due secondi, forse tre, durante i quali avviene un monologo muto. – Mo cosa fai lì? Vieni qui, vieni a prendermi, non lo vedi che son tua? Non ti piace tutta questa robina qui? Guarda che labbra morbide… -.

Milvia e Liscbet attendono in bagno il tempo adeguato affinché il manzo sia bello arrostito in superficie, ma sanguigno all’interno, poi escono nuovamente verso la sala.

Pochi passi e il Gionatan, magliettina tarra nera e jeans a vita bassa,  si alza e si piazza al momento giusto sulla traiettoria della Liscbet, che, a quel punto, potrà scegliere se circumnavigarlo indifferente o fermarsi esattamente di fronte a lui. Nella seconda ipotesi, come da manuale, la Milvia si dovrebbe scollare dalla gemella e proseguire verso il bancone, dove, sempre secondo regolamento del Pamela, un altro ragazzotto del gruppo provvederà a intrattenerla affinché non si senta sola….

Si ferma. Sono uno di fronte all’altra. Il Gionatan finalmente sorride alla sua griglia. – Ciao, scei beliscima, come ti chiami? –

Tocca a Liscbet. Via tutto il grifagno! E’ il momento della cerbiatta, della gazzella, della ninfa cedevole. – Liscbet e tu? -. Piega anche appena appena di lato la testa per mostrare meglio lo sguardo “Sono dolce e maliziosa allo stesso tempo”.

– Gionatan. Ti va di balare? –

Una polka frizzantina ha agitato già gli animi degli avventori del Pamela. – Baliamo! –

Mother è al bancone e parla con Alieto, il barista discreto. Entrambi guardano la burdéla gettarsi in pista.

Gionatan le cinge il fianco sinuoso, Liscbet palpa leggera il bicipite sostanzioso.

Quand’ecco che, tra il volteggiare a passetti delle coppie, tra le luci strobo della sala, Liscbet scorge Raoul con la smandruppona della serata. Ballano, lui le parla e sorride. Lei ride con scoppiettii a singulti.

Liscbet conosce alla perfezione l’epilogo di quel parlare per sorrisi.  Tenta di condurre il suo partner in altro punto della pista: non vuole vedere, non vuole sapere. Ma, come per un maleficio, se li ritrova sempre accanto. Anzi, adesso le due coppie ballano affiancate. Si irrigidisce, ma non desidera che Gionatan se ne possa accorgere e sorride comunque.

E’ un attimo. Il braccio di Raoul sfiora quello di Liscbet, a più riprese. E’ una vicinanza lieve, un incontro di brividi sulla pelle. Ma a Liscbet è sufficiente per sentirsi avvampare. Sente il suo odore, il suo calore. Così vicino. Guarda, solo con la coda dell’occhio, e lo scopre: Raoul le lancia rapide frecciatine di sguardi. Lo sta facendo apposta! E si diverte!

E’ troppo! Per Liscbet è davvero troppo! Le monta la carogna, pronta a divampare in un lampo. Ma è mentre Gionatan la fa volteggiare, che scorge in lontananza lo sguardo di Mother: il sopracciglio è impennato. E, di fianco a lei, Alieto ridacchia con aria canzonatoria.

E’ così che Liscbet torna con la mira sul suo muscolo ruspante e decide.

Sguardo svenevole, svenevolissimo.

– Gionatan, mi manca un po’ l’aria qui dentro. Forse è solo stanchezza… forse sarebbe meglio andare a casa – sguardo sguincio dal basso – ma non so se ce la faccio a piedi, non voglio rovinare la serata alla Milvia e la macchina serva a Marla e alora non so proprio cosa fare…-

– Mo ti porto io! Ho la macchina qui davanti! Ti porto a casa subito! –

– Davvero? Oh,ma… forse vuoi restare con i tuoi amici? –

Gionatan le perfora le pupille con significativa e maschia sicurezza: – Mo ti pare che nel deserto io lassio morire l’unico fiore? Spettami che vado ad avvertirli e poi ci penso io a te… –

Corre dagli amici: – Oh Ianes, dammi le chiavi della tua macchina. Te la riporto domani mattina! –

Timido sì, ma romagnolo ruspante, mica moschio!

Poco prima di avvicinarsi all’uscita, Liscbet avverte Mother con un cenno d’intesa: Marla sorride appena appena. E’ ok.

Poi si volta, è più forte di lei, e si volta a guardare Raoul: anche lui la sta guardando mentre si allontana con Gionatan.

E non sembra sorridere come prima.

Previously on “Più Balere Per Tutti”:

La Béla Burdéla del Pamela – Chapter One

Raoul, il dj migliore della Romagna

I’m on my way

Niente luna stanotte.

Un velo di nubi stracciate e filamentose cosparso in un cielo in cinemascope, enorme e schiacciato, ne lascia appena intravedere il bagliore lattiginoso a illuminare in lontananza il profilo di una collina arida.

Il vento s’alza a folate ampie e morbide. Caldo, come un abbraccio avvolgente e carezzevole.

Lisbeth è inquieta.

E’ quel vento a smuoverle l’anima, forse. O i grilli che friniscono senza sosta, l’urlo del rapace solitario a straziare il silenzio o, ancora, quel pensiero che, incessante, le graffia il sonno.

Di fronte alla porta della sua stanza, in quel motel perso nel deserto, concede al vento l’incontro notturno con la sua pelle. I capelli corvini s’alzano e volteggiano, lunghi, accompagnandosi alla stoffa leggera del vestito.

Osserva, senza davvero guardare, il turchese della piscina, al centro del piccolo cortile. Le luci basse giocano con l’acqua smossa dall’aria a proiettare ombre e movimenti.

E’ per questo che non se ne accorge subito.

Un’ombra sotto il porticato, dall’altro lato del cortile, apparentemente immobile, la osserva a distanza.

Lisbeth, altrettanto immobile, si ingrandisce le pupille e lentamente disegna i contorni di un uomo.

Poggiato a una trave del porticato, il ginocchio piegato, il tacco dello stivale sul legno. Un rapido riflesso di luce dalla piscina e compare una bottiglia di birra in una mano.

Lo straniero sa d’esser stato visto. Avvicina la bottiglia alle labbra e beve un sorso.

Lisbeth si passa leggera un polpastrello sopra le labbra, un velo di sudore. Poi con una mano si raccoglie i capelli e con l’altra s’accarezza la nuca, il collo e il petto. Il caldo dipinge sulla pelle i riflessi di una luna nascosta.

Lo straniero si piega a poggiare la bottiglia ai suoi piedi.

Lisbeth si muove appena, un paio di passi verso la piscina. Poi si ferma. Accende una sigaretta.

Lo straniero accende ripetutamente uno zippo sfregandolo sui jeans e poi lo richiude di scatto, spegnendo drasticamente la fiamma.

Rumore, fiamma, rumore.

Si guardano, silenziosi, fissi. Si guardano senza vedersi gli occhi.

Lisbeth, sollevando leggermente il mento, spalle dritte, cammina lentamente verso la piscina.

Rumore, fiamma, rumore.

Lisbeth getta la sigaretta lontano da sé. Una scia di scintille rosse infiamma l’asfalto. Poi apre il piccolo cancello della piscina e s’avvicina al turchese che danza con i fantasmi di luce e ombra.

Rumore, fiamma, rumore.

Si abbassa e con una mano raccoglie un po’ d’acqua. La lascia scivolare sul collo e sul petto a refrigerarsi dalla calura che sembra non cedere al buio. Con la coda dell’occhio controlla la fissità dell’ombra contro la trave.

Rumore, fiamma, rumore.

Poi, d’un tratto, silenzio.

Lisbeth volta il capo lentamente e guarda dritta quel silenzio.

Tacchi degli stivali sull’asfalto.

Lo straniero s’avvicina. Passo regolare e cadenzato.

Lisbeth cammina verso il cancello.

E’ lì, sul cardine di quel cancello, che s’incontrano.

Lo straniero la sovrasta più di una spanna. Camicia texana arrotolata agli avambracci, spalle possenti, occhi di ghiaccio.

Sguardo fermo, sicuro, una pagliuzza di sorriso sfrontato a macchiarne il gelo socchiuso. Incastrato con l’altro, nero ardente che, di rimando, lo guarda dal basso verso l’alto, quasi senza un battito di ciglia.

E’ lo straniero a parlare per primo.

Voce bassa, profonda, whisky di torba e tabacco. – I got a situation –

Veloce, un brivido le corre lungo le braccia. Lisbeth con lentezza distoglie lo sguardo abbassandolo sulle labbra che hanno appena detto, e ancora in basso, sulle spalle, il pettorale scolpito, l’addome, la vita bassa e poi, più giù, si ferma, attenta, sul cavallo dei jeans a guardare. Indugia. E osserva.

Inarca appena un sopracciglio, piegando impercettibilmente il capo da un lato e, lieve, un sorriso compiaciuto le risolleva lo sguardo socchiuso tra le ciglia a tornare sul ghiaccio che la guarda spudorato, poi, con le labbra morbide, morbidissime, in un sussurro: – We can fix it -.

N.B. Chi ha poca dimestichezza con l’inglese e/o con film e serie tv americane (in lingua originale) difficilmente comprenderà l’ironia “linguistica”. Posso anche far finta d’esserne dispiaciuta.

Il Post della Qualunque

La vita è bella, è una cosa bellissima…

… però è anche brutta, ma per fortuna c’è l’amore, perché l’amore è vita e ti riempie e dà senza chiedere ed è la cosa più importante del mondo… come l’amicizia, anzi, l’amicizia è la cosa più importante del mondo, perché anche se l’amore va male, l’amico c’è….

… però anche il sesso è una cosa bellissima, soprattutto se c’è l’amore, che è la cosa più importante del mondo, dopo l’amicizia…

… ma in fondo sticazzi! Anche senza amore, il sesso è il sesso e io oggi mi sento molto figo, sì, cazzo, sono proprio figo e vaffanculo a tutti! Perché io sono io e anche se voglio bene a tutti, io sono comunque io! E se mi fai del male io allora rivendico il diritto di dirti “Stronzo mi hai fatto male”, è un diritto di tutti poter dire: “Stronzo!”…

… anche se però il perdono è una cosa bellissima, la cosa più importante del mondo, dopo l’amore e dopo l’amicizia. Perché se l’amico ti tradisce, se tu gli vuoi bene, allora lo perdoni, perché quando lei se n’è andata, lui c’era e non fa niente se è andata via con lui prima, perché siamo cresciuti insieme e cazzo! Siamo fratelli! Siamo fratelli! E io sono tanto fragile… fragile fragile fragile e piango piango piango perché chi l’ha detto che un uomo non piange? Eh? Chi l’ha detto? E allora io piango piango, però poi vaffanculo! E tiro calci al mondo sciupppandomi tutta la frangetta perché sono forte, cazzo, sono forte. Ecco! E non perdono! No vaffanculo non ti perdono perché sei brutto e cattivo e mi fai sciupppare la frangetta!

Sì, ecco. E in fondo… in fondo siamo tutti un po’ forti… ma anche un po’ fragili. E anche un po’ belli… ma anche un po’ brutti. E tutti tradiamo… però poi basta chiedere scusa – aò scusa fratè – e tutto va bene… e in fondo l’amore è in tutti… ma anche no.

E tu, tu che sei tornata, dopo essere andata via dalla spiaggia e io, io che con il sapore di sale sulle labbra ho pensato che tu te ne andavi, ma poi saresti tornata, con il sole al tramonto e i gabbiani e una canzone che fa venire i brividi e la pelle d’oca e io ti ho baciata mentre te ne andavi e poi ritornavi….

Ecco. Io.

La Béla Burdéla del Pamela

Liscbet, la burdéla cativa, è arrivata presto al Pamela stasera.

Con la Milvia, l’amica del cuore, attraversa la pista a passetti rapidi rapidi e, impettita, si dirige al bancone del bar. E’ decisa a balare e divertirsi come non ci fosse un domani. Per questo indossa due lampadari verdi smeraldo alle orecchie, tonsurton con il vestitino di lycra elasticizzato, strizzatissimo: sa che la camminata ondeggiante provocherà un gemellaggio sismico tra i pendenti e la tetta morbida.

– Ciao Alieto, c’è ancora poca gente stasera –

Alieto, il barista discreto, sorride, mentre prepara i secchielli del ghiaccio e del lime. Solitamente silenzioso, Alieto conosce vita morte e miracoli di tutti. Al Pamela non si muove foglia che Alieto non voglia. Raccoglie tutte le confidenze e osserva acuto movimenti e sguardi all’interno della balera.

– Mo ciao Liscbet! Abbiamo appena aperto, vedrai che arrivano… A proposito, è un po’ che non si vede il Raoul, vero? –

Liscbet, si irrigidisce sospingendosi ancora più in alto la tetta e, fingendo un tono indifferente e disinteressato: – Dici? Non l’ho notato… -. Alieto sogghigna appena e le porge l’abituale vodka al melone. – Tieni mò, Liscbet! Contra i pinsìr un gran rimédi l’è e’ bichìr! –

Raoul, l’uomo dallo sguardo ‘sassino, è la spina nel fianco di Liscbet. La ferita sempre aperta, l’unico per il quale sarebbe disposta a lasciare a casa il suo sottotitolo perenne di “burdéla cativa”.

E’ un notissimo dj che batte tutte le balere e i dancing del’Emilia-Romagna: dalle nebbie profonde della pianura padana fino alle spiaggie assolate della riviera adriatica. Lo conoscono tutti e, soprattutto… tutte. Nonostante la accertata fama di gran castigatore di femmine, al suo attivo non risultano legami sentimentali.

Liscbet le ha provate tutte con lui: lo sguardo grifagno, l’intera gamma di movimenti di labbra, gli occhioni da cerbiatta, la fanciulla impaurita e bisognosa di protezione, la maliarda che ti apre in due… Niente! Raoul, uomo di poche parole, ma ben assestate, non cade, non cede e, con un sorriso sfrontato e una frase ironica, la taglia a metà come una forma di Parmigiano.

Liscbet con un’occhiataccia in tralice strappa via il bicchiere dalle mani di Alieto, ma il cruccio evapora alla vista di un gruppo di virgulti che si fanno strada, bacino in avanti, all’interno della balera, per raggiungere i divanetti di finta pelle rossa. La burdéla li esamina e seziona in pochi secondi.

– Milvia, mo quello chi è? – indicando appena, con la punta dell’indice con cui tiene il bicchiere, un bel metro e novanta di ragazzone.

La Milvia, una biondona dal capello selvaggio e l’occhio verde gattoso, in abito rosso sangue-passione-cuore-sexyshop lucidissimo, si avvicina al caschetto nero Valentina di Crepax o Rosa Fumetto della Liscbet per sussurrarle più da vicino.

– Mo coooome? Non lo sai?  Quello è Gionatan, il figlio di Oberdan, il macellaio di Bagnacavallo. Quello grande, della piazzona centrale –

– Il macellaio? Ma io mi ricordo un ragazzotto tutto ciccia e brufoli, lì in negozio! –

La Milvia sorride maliziosa. – Quello era prima… –

 – Prima di che? –

La domanda dà finalmente la stura alla Milvia, che, alla pari di Alieto, sa i cazzi di tutti i cazzi, è sempre la prima a conoscere tutte le novità, ma sa anche che deve evitare di informare la Liscbet sui movimenti del Raoul. Anzi, non deve nemmeno nominarlo!

E’ un fiume in piena. – Il Gionatan s’era preso la cotta per la Gessica, la cassiera del negozio, quella gatta morta con i capelli rosso menopausa. E le ha comprato il brillante, il visone e l’automobile e stava pure per comprarle l’appartamentino! Il babbo, é purén! -. Liscbet sgrana gli occhioni, immediatamente interessanta all’articolo – Poi un giorno Gionatan l’ha beccata con Volmer il meccanico, che già da un pezzo ci davano e che ci davano… E allora è caduto in depressione, non mangiava più, non dormiva più… il babbo…é purén! Allora è andato dalla psicologa che ci ha detto di fare tanta attività fisica e sfogare sfogare. E và, và come ti è diventato… –

Liscbet fa l’inventario della tartaruga e del bicipite marmoreo, malcelati dall’attillatissima maglietta nera lucida, tamarra come la vetrina della boutique della Prisca, quella che si crede Rocca Barocca.

– Attività fisica, eh? Mo bene… Certo ci manca un tatuaggetto su quel bicipite, magari un bel “Liscbeth” tra due rose… -, sorride Liscbet con lo sguardo calcolatore, giocando con l’unghia del pollice laccata cobalto.

– Ancora? Mo Liscbet, ma quanti ancora lo devono avere su sto tatuaggio??? –

D’un tratto la Liscbet intercetta dall’altro lato della balera lo sguardo di Marla The Mother e istintivamente raddrizza la schiena. Con gli occhi le indica il pezzo di manzo seduto sui divanetti di pelle. Mother controlla. Liscbeta trattiene il respiro: la ben nota alzata di sopracciglio decreterà l’abbandono del campo; un lievissimo sorriso sghembo, impercettibile ai più, indicherà il via libera.

A Marla basta un’occhiatina rapida, il giudizio è formulato in pochissimi secondi: sorride appena appena.

La Liscbet si carica a manetta e, giocando sull’orlo del bicchiere con la bocca a cuoricino, punta lo sguardo sul Gionatan. E’ grifagna, con una punta di cerbiatta e una goccia di svenevole, una cosa talmente difficile a descriversi che, se ve la facessi vedere, faremmo prima.

Il pezzo di manzo si accorge immantinente del laser che lo sta sezionando e comincia a guardare la Liscbet fisso fisso fisso fisso… e fallo un sorrisino Gionatan! Che mica schiatti, su mò ! No? E dai pù… E’ timido. Fisso fisso fisso…

Ma una gomitata della Milvia nel fianco della burdéla cativa la fa sobbalzare.

Liscbet volge lo sguardo là dove anche la Milvia guarda: dall’entrata avanza fiero, sicuro e grifagno (sì, pure lui è grifagno) Raoul. Bello come una notte tetra, oscura e misteriosa (alla Liscbet piace tetro e oscuro, e alora?), con quella camminata che invita al coito sul posto; con la coda dell’occhio individua la burdéla e le spara un sorriso sfrontatissimo e stronzo. Sì, perchè lo sai, e, se lo sai, allora sei stronzo. Liscbet si sente il sangue rimescolarsi…

Uno.

Due.

Tre.

Ssssà.

Ssssà.

Prova.

Prova.

Mmmmm—Uhmmm—Ehmmm

Schiarisco la voce.

Devo fare un annuncio.

INIZIO ANNUNCIO

Mi sono rotta il cazzo di tutti quelli che pensano di vedere in me quello che vogliono-vorrebbero-avrebbero bisogno di vedere. NON esisto in virtù di-in funzione di-per concessione di-grazie a.

Siore e Siori, sono un comunissimo esempio di essere umano. Di quelli che si trovano un po’ ovunque, per strada, nelle case, nei supermercati. Non sono solo buona, solo cattiva, solo allegra, solo triste, solo serena, solo incazzata, e – pensa un po’ – ho un numero ampio di variabili emotive et altresì talune (poche) connotazioni razionali. Non sono La Dolce Lisbetta ne’ Lisbetta La Sanguinaria. Forse a pagamento e per una mezza giornata mi lascio riporre sul cassettone della camera da letto sbattendo gli occhi con il sorrisone e facendo ciao con la manina come un Maneki Neko. Ma non so quale sia il corretto codice di Partita Iva per la prestazione e, quindi, non emetto fattura.

Non ambisco a essere contenuta-sospinta-guidata-indirizzata-adorata-protetta.

Nella vita dei testa di cazzo sono lieta di essere un errore.

Adoro mettere i punti alla fine di ogni frase e non credo smetterò mai di farlo. Se non per capriccio o per noia.

E no, non sono stata inviata da qualche divinità esotica con gli occhi strabici per salvare te.

FINE ANNUNCIO

Avrei voluto inserire il video di The Unforgiven, ma, nonostante mi sia detta – Beh è il mio blog, potrò metterci il cazzo di musica che voglio, no? -, mentre lo pensavo, innanzi agli occhi m’è tosto comparsa quell’alzata di sopracciglio di Marla che mi mette tanta tanta soggezione e, allora, per non saper ne’ leggere ne’ scrivere,  manco lo linko, chenonsisamai.

 

Era una notte buia e tempestosa…

La fanciulla, correndo vertiginosamente lungo il sentiero, ansimava affannosamente. Fronde nodose a graffiarle le braccia candide e le mani delicate. Delicate, eppure ostinatamente strette a sollevare l’ampia gonna e concedere lo svelamento di quelle caviglie sottili, sempre ascose (o ascoste), allo sguardo straniero. Vistosamente si ergeva la morbidezza del petto niveo, serrato tra raso e broccato, mentre le labbra di melograno, schiuse a respirarsi l’orrore, disegnavano dolci la linea ancora fanciullesca del viso eburneo, seppure vagamente colorito dal rossore di una fuga senza misericordia. Gli occhi, verdi dei prati d’Irlan…

Uhm… verdi dei prati di Irlanda?

Fa un po’ Visitors. Non so. Non mi convince.

Il cielo d’Irlanda, che ti annega di verde e ti copre di blu? L’hanno già preso. Il blu dell’oceano? Va a sapere perché, mi suona di Baywatch, bagnini abbronzati e pompati e zoccoli di legno tacco 73. Azzurro mi ricorda la canzone. Celeste fiordaliso? Nontiscordardime? Moscio, palloso. No. Pervinca? Carta da zucchero? Avion?

Cambiare colore?

Occhi color cioccolata? O cioccolato. Stra-abusato e mi sta proprio sul cazzo. Lo senti come suona finto malizioso? Tipo bambina deficiente che vuole fare la sensuale ma dolciona, pucci pucci? Tutte ste “c”, che addolciscono, ciocci cioccio ciuccio… Bleah.

MaRoni, sò occhi maRoni. Cioccolata, castagna, nocciola… li puoi usare tutti, ma sò maRoni. Marmellate d’occhi.

Ma allora è meglio mia madre.

Che da bambina mi diceva: – Hai gli occhi come due chicchi di caffè –

Lo senti come suona diverso? Una con gli occhi color caffè di sicuro la prende a sberle una con gli occhi color cioccolata. O cioccolato. Tiè, beviti sto caffè, forte, amaro…

Chissà come sarei diventata se mia madre m’avesse detto: – Hai gli occhi color cioccolata -. Magari avrei indossato fiocchi tra i capelli, gonnelline a fiori, ballerine lucide. Invece con gli occhi di caffè ha condizionato tutta la mia vita. Senza saperlo.

E pensa se m’avesse detto, come io dico alla Cagnola, – Sei color cacchetta, amore mio -. Come sarei stata?

Vabbè.

Finiamo sti occhi.

Gli occhi, neri come gli abissi più reconditi, si stagliavano febbrili e oscuri…

Casting 1

– Chi è questa, Lisbè? –

– Nonricordoilnome, per la parte della Leggiadra –

– Vabbuò. Falla entrare và –

Giovanissima biondina riccioluta, invitata a sedere davanti alla “commissione” (composta dal Regista Etereo Non Etero, Direttore della Fotografia bello come l’ambra sulla superficie del pane appena sfornato, Segretaria d’Edizione sciroccata e assistente alla regia [minuscola ovviamente]), si lascia andare d’un botto sulla sedia, ingobbita, sbracandosi a gambe completamente aperte. Indossa mutandine rosa, ove mai interessasse.

Regista: – Parlaci di te, che esperienza hai? –

Biondina, come recitando una poesiola a memoria: – Ho studiato recitazione con Questoequello, lavorato per una cosetta al Teatro Ics e ora sto facendo uno stage con Quellaltroancora -. Poi ride con lo sguardo totalmente perso nel vuoto.

Regista: – Facciamo una piccola prova. Lisbetta, vuoi spiegare tu? –

Lisbetta: – Allora tu sei una fanciulla molto molto eterea, diciamo una sorta di spirito evanescente. Devi fare questo e dire quest’altro, ok? Io faccio la parte della protagonista. Fai finta di passarmi un oggetto tra le mani, guardami negli occhi e dì questo e quello -.

Biondina con il volto interdetto sembra cercare qualcosa nell’aria. Regista osserva nel monitor.

Biondina: – Se non ho un oggetto in mano ora, non riesco proprio a farlo –

Lisbetta: – Tiè, pja sta penna e passamela -.

Biondina scoppia a ridere felice come se qualcuno avesse risolto per lei un enigma irrisolvibile.

Regista dà l’azione. Biondina smolla la penna in mano a Lisbetta come fosse un cespo di lattuga venduto al banco del mercato.

Regista: – Dovresti essere un po’ più morbida e lenta nel movimento. Leggiadra, leggera. Ok? Riproviamo –

Biondina rismolla la penna a Lisbetta, stavolta come fosse una palla de piombo pesantissima e faticosissima da muovere.

Regista: – Un po’ più leggero e solenne il movimento, grazie –

Biondina rismolla la penna a Lisbetta, per la terza volta, come fosse una biscia che si contorce, difficile da controllare.

Poi ci ripensa. – Ah! Ma è tipo, cioè, un passaggio dimenZionale? Tipo, cioè, da una dimenZione all’altra? –

Regista e Lisbetta si guardano seri seri seri.

Lisbetta: – Sì, tipo. –

Biondina: – Aaaaaaaahhhh! Capiiiiiiiitooooooo! – E scoppia a ridere come fosse una battuta divertentissima.

Regista: – Va bene, basta così. Perfetto! –

Lisbetta sorride cortese alla Biondina, ringraziandola per aver partecipato al casting.

Biondina getta le braccia al collo di Lisbetta che, istintivamente, si ritrae (anche un po’ spaventata), mentre Biondina le bacia entrambe le guance ripetendole con aria commossa: – Grazie! Grazie! –

Quando Biondina esce, Lisbetta guarda Regista e Direttore Fotografia e, senza parlare, cancella il nome di Biondina dalla lista con un’enorme ics.

Segretaria d’Edizione sciroccata: – A me piaceva! –

Lisbetta le si avvicina e, con la penna in mano, mima la cancellazione del volto di Segretaria d’Edizione.

Regista: – Fai entrare il prossimo, và –

La maGGia del cinema

L’assistente alla regia.

Va dalla cagna protagonista che, risultando assolutamente fuori luogo, indossa un volto perennemente drammatico perché “si sta concentrando”, anche se deve dire due battute in croce, ma è tanto amica del regista. E la rassicura, le dice che è bravissima, diomio che talento e che bellezza! E nel contempo, va dalle vere brave attrici, che, siccome non sono amiche del regista (che è frocio, quindi no, nemmeno si tromba la protagonista), hanno una particina marginale marginale come l’angolo del battiscopa dietro un armadio e dice loro, con un sorriso entusiasta, che però sicuramente avranno un primo piano tra le inquadrature. Vergognandosi come una che ruba al barbone sotto casa du spicci dalla scatola di cartone.

Va dal regista che si muove come la Fracci tra le attrezzature e, guardando in macchina dopo che tutti hanno preparato tutto, dice: “Ok!”. E gli chiede che cazzo bisogna fare, qual è la prossima inquadratura, qual è il campo, cercando un piano di lavorazione della giornata che, tanto, verrà immancabilmente modificato dal regista a seconda dell’estro (o del mestruo), per poi riferire a tutti i macchinisti, operatori, elettricisti, attori, cazzi e mazzi, inventando e creando sul momento una qualsiasi cosa. Sperando di azzeccare il mestruo artistico direttoriale.

Va dai macchinisti, operatori, elettricisti, attori, cazzi e mazzi, urlando cose qualsiasi, anche solo di spostarsi da qui a là, al fine di far sembrare il set un luogo in cui tutti lavorano e non stanno a grattarsi le palle.

Va dal direttore della fotografia, che è sempre bono, e con la voce flautata chiede quanto tempo ci vuole perché tutto sia pronto per comunicare agli altri quando prepararsi in posizione. Il direttore della fotografia, fico come una notte d’estate in braccio alle stelle sul culo della luna, risponderà immancabilmente: “15 minuti”. E non dirà mai più una parola.

Trova uno schiavo qualsiasi che vada a procacciare il cibo per tutta la troupe, raggranellando soldi elargiti dalla produzione q.b. per foraggiare una formica in tempi di carestia.

Trova uno schiavo qualsiasi che corra a comprare una gelatina “magenta 102” con lo scooter dall’altra parte della città, perché il direttore della fotografia, bello come una spiaggia di un atollo oceanico deserta ma con tutti i comfort del caso, ritiene che il “magenta 101” non corrisponda esattamente alla propria idea.

Trova uno schiavo che per due ore regga il lupo in posizione obliqua a mezz’aria perché non c’è un adeguato reggilupodelcazzo che lo tenga esattamente in quel punto con quella inclinazione, mentre il direttore della fotografia, bello come un cedro del Libano in controluce in un tramonto desertico, muove di un millimetro alla volta la bandiera, perché c’è un pelino d’ombra che non corrisponde precisamente al pelino d’ombra che aveva in mente.

Dopo, trova un altro schiavo che regga il lupo per altre due ore, in sostituzione del precedente, ormai defunto o quantomeno con una paresi irreversibile nella metà superiore del corpo.

Alla bisogna prepara i caffè per tutto l’universo, anzi, se tu che leggi vuoi un caffè, passa pure, tanto ne sto facendo giusto 1387, che vuoi che sia farne 1388?

Ma deve anche reperire del te verde per la segretaria d’edizione sciroccata, che è vegana, anche se dice che se c’è qualcosa di alcolico va bene lo stesso e intanto racconta che per un mese s’è accompagnata sessualmente a una e che poi l’ha mollata perché questa mangiava solo frutta eccessivamente matura. E quindi ora tromba con il ciakkista. Ma trombano solo eh! Mica stanno insieme. Del resto fra un mese deve andare a Tallinn perché ha conosciuto un estone per girare un documentario e spera di fare in tempo prima di andare a Oslo. A quel punto le molla due sberle e qualche insulto.

Poi va dal ciakkista e gli urla che se anche si tromba quella demente della segretaria d’edizione, ha comunque un cervello adeguato per capire che, quando si grida: “Ai posti!”, lui deve stare davanti alla macchina. Non di lato. Non accanto. Non dietro. Davanti. Non è difficile, cazzo, dai!

Poi va dalla tecnicA del suono che vive con il boom attaccato addosso, anzi, al posto del braccio ormai ha direttamente un boom, e, dopo essersi assicurata che indossi le cuffie e il tascam sia acceso, le urla qualcosa nel microfonone facendola saltare. Scappando poi via, sogghignando come Cattivik.

Poi va dal gruppo attori e gente varia con le palle sfrante, ammucchiata tutta in un angolo, ormai consunta e fusa tutta assieme in un grande cero spento, e attacca il pippotto motivazionale entusiastico, sostenendo che è grazie al loro lavoro che questo progetto potrà funzionare, che il loro lavoro è essenziale, che il successo di questo progetto avrà inevitabilmente delle straordinarie ripercussioni su ciascuno di loro. Ottenendo ogni volta che l’enorme cero di sfranti si accenda. Seppure sempre più flebile rispetto alla volta precedente.

Ha fatto un corso speciale di 3 mesi presso la Guardia di Finanza per ottenere l’olfatto di un cane antidroga e scovare negli angoli più remoti del set gente varia intenta in azioni illecite potenzialmente dannose per la lavorazione. Poi a mani nude frantuma la boccetta di vetro della segretaria d’edizione sciroccata, contenente un qualsiasi alcolico che ella sostiene essere “gocce omeopatiche”.

Torna dal ciakkista che, dopo 175 ciak ha finalmente capito che deve stare davanti la macchina, ma non ha ancora capito che poi, quando quello che sta dietro la macchina e che si chiama regista urla: “Azione!”, se ne deve andare via di corsa dal campo e non rimanere lì nei pressi lasciando nell’inquadratura un piede, un gomito o l’angolo del ciak. E gli suggerisce, altresì, che forse, smettendo di frequentare quella sciroccata della segretaria d’edizione, nel breve tempo di altri 200 ciak, sarà in grado di non mandare a puttane un ciak a causa del ciak.

E, a un certo punto, dovrà andare a cercare il regista, perché quando saranno tutti pronti per una delle 308564 inquadrature inutili, si udrà un: “Dov’è il regista?”. E lo troverà seminascosto in penombra in un angolo di uno dei balconi, intento a fumare una sigaretta e a fissare il vuoto e gli domanderà: “Reggì, che minchia fai qui?” e quando egli risponderà: “Sto pensando…” continuando a fissare il vuoto, stringerà i denti e, invece di urlare insulti di varia natura, con aria adorante di disprezzo, si limiterà a un: “Stiamo tutti aspettando te”.

L’amore è un dardo. E ti si conficca sempre lì. Sì, proprio lì.

Sul divano.

– Per me è impossibile accettare la situazione attuale! Le condizioni di lavoro peggiorano di mese in mese, di giorno in giorno. Sono tutti lì, rincoglioniti ad accettare con il sorriso ebete ogni cosa gli propinano! Non posso accettarlo! Devo fare quaccosa! –

– QuaLcosa, tesoro. Pronunciala quella elle -.

– Sì, quaLLLcosa. Tu capisci che questi vivono giocando alla playstation o imbambolati davanti agli smartphone e intanto se lo fanno mettere al culo senza rendersene conto? Lavoriamo come muli, con turni massacranti e in modo ripetitivo, meccanico, come automi. E’ ingiusto! Io voglio fare quaccosa! –

– QuaLcosa. E dimmi: cosa pensi di poter fare tu da solo, oltre a ripetere incessantemente che vuoi fare qualcosa mentre sto tentando di fare la lista delle cose che devo fare entro domani? –

– Non lo so! Per questo te lo chiedo. Secondo te cosa dovrei fare per fare quaccosa? –

– Difficile a dirsi, sai… Se magari aspetti un attimo che finisco di scrivermi tutte le cose che devo fare, ne parl … –

– Io ci parlo con i miei colleghi! Gliele spiego le cose. Che è ingiusto lavorare così -.

– E loro che ti dicono? –

– Mi danno ragione, ma poi non fanno un cazzo. E io invece penso si debba fare quaccosa

– QuaLcosa. Ok, ti danno ragione così la smetti di sfracassargli le palle, che tanto non gliene fotte una mazza di quello che dici, ormai è assodato che sono inebetiti. Però non è che queste sono domande che puoi farmi e alle quali posso risponderti così, su due…-

– E vabbè! Ma così non si va da nessuna parte! –

– Senti… Davvero davvero vuoi fare quaccosa? –

– Sì! –

Quaccosa di davvero importante, immediato? Un gesto forte? –

– Sì! –

– Perfetto! Allora aiutami a piegare le lenzuola che devo stenderle. Così almeno anche io oggi riesco a fare quaccosa, dio ca*beeeeeep!*