ho una vita intenZa intenZa

Ma anche l’amicizia è un dardo. Che ti si conficca sempre lì.

Entra in casa come una furia, un’erinni, un ciclone, urlando, letteralmente urlando, milioni di parole, una di seguito all’altra con toni diversi: interrogativo, esclamativo, molto esclamativo e esclamativissimo.

Io sono in cucina che bado a due sleppe di spigole (n.d.r. branzino per i polentoni del Nord) che sono in forno, belle incastrate sotto un’erta  e coriacea coltre di sale che, ogni volta, mi ricorda lo spessore della mia personalità, pronta a sbriciolarsi con una mestolata ben assestata. Ho lasciato la porta di casa aperta dopo il suono del citofono, as usual.

Mi volto con l’occhio spalancato e la vedo che mi entra in sala buttando la borsa sulla poltroncina, gesticolando ossessiva. Solo dopo capisco che è al cellulare, con l’auricolare e sta raccontando qualcosa che, credo, non voglio sapere.

Silenzio. – Pronto? Pronto? -. Mi guarda con l’occhio incredulo. – Sto parlando al telefono da sola!-.  Lo vedo che è paonazza di rabbia, ma non ce la faccio, non ce la posso fà. Scoppio a ridere mentre mugolo delle scuse stridule, mescolate alle risate che non riesco a frenare.

Resta interdetta qualche secondo. Poi, finalmente, ride pure lei. Evvai cazzo! Evvai! Penso di averla sfangata facilmente.

E invece no.

Si siede in cucina, mi guarda ancora con l’occhio spiritato. – Devo fumare, anche se ho smesso -. Prende le mie sigarette. E attacca.

Stessi toni, stesse parole. Ha ragione, la capisco, stavolta ha perfettamente ragione.

Io però ciò le sleppe in forno e ‘nsia mai che mi si cuociono troppo. Aò 30 Euri de spigole!

– Che dici? Una birretta? Uno strappetto alla dieta stasera, eh Tata? -. Ci provo così.

Ci pensa un attimo. – Sì Tata sì. Stasera sì -.

Lo so, lo so. Tata&Tata. Non ditemi niente. Lo so… Tata&Tata… e vabbè.

La ingolfo di birra, mentre finalmente le sleppe sono pronte. Mangia con foga, beve, fuma e parlaparlaparlaparla.

Sento che la questione non è di pronta e rapida soluzione. Non basta una bottiglia di idraulico liquido come al solito, qua tocca chiamà lo stagnaro (n.d.r. idraulico, per i polentoni del Nord).  E, del resto, anche io ho qualche cazzo su per il culo, ma, vabbè, me lo tengo, as usual.

Quindi passo in rassegna, velocissima, tutte le stronzate da poter dire per raggiungere il consueto effetto: sedativo-motivazionale.

Niente, le ho usate già tutte con lei.

Poi, un lampo di genio.

– Tata, ho fiducia in te: tu sei come l’Araba Fenice -.

Pausa. Mi guarda con l’occhio sguincio, perplesso ma incuriosito.

– Cioè? -.

Evvai! Questa non la sa! Ciò azzeccato!

– La Fenice, l’uccello mitologico: rinasce sempre dalle proprie ceneri, dopo la morte -.

E’ folgorata, colpita, stupita. Vuole sapere.

Attacco un pippone misto di mitologia, filosofia, PNL, linguistica… Una roba che manco lo so che cazzo ho detto. Una supercazzola divina.

– Tata! Tu sì che sei cazzuta! -. Uh! Una cifra, sapessi…

Nel frattempo ho uotsap che impazza. Normale amministrazione. Sono programmata per: mandare affanculo qualcuno, amare qualcun’altro, dare la buonanotte a due-tre persone, rispondere a quesiti metafisici, scrivere porcate e, intanto, rifilare a voce il pippotto a Tata e pensare a cosa cucinarmi domani sera. Tutto insieme.

La supercazzola è andata a buon fine. E’ sedata e motivata. Pronta per lasciare la Casa del Disagio, ex Villa Sticazzi. Già pregusto il silenzio, la solitudine, il nulla cerebrale.

Ma ecco che il cellulare mi lampeggia di nuovo: – Almeno stanotte possiamo sentirci che ho ancora bisogno di parlarti? -.

Mi viene la tachicardia.

Lo faccio, lo faccio, lo devo fare!

Spengo il cellulare.

Tata se ne va.

Ma il mio cazzo su per il culo sta ancora lì.