fastidio

Il Caso

E mentre ero al supermercato, straordinariamente semidesolato nel primo pomeriggio, s’è creato Il Caso.

Due bambine, apparentemente in fila alla cassa, stazionavano con un cestello pieno di prodotti, invitando gestualmente le persone a passare avanti nella fila apparente.

Apparente, perché in realtà loro non erano in fila, pur trovandosi quasi di fronte alla cassa. Una delle due, addirittura, s’era seduta per terra.

Il cassiere, un tizio con due baffoni da Buffalo Bill e la parlata tra il Quarticciolo e Centocelle, scocciatissimo, a un certo punto ha chiesto loro cosa stessero facendo lì.

Le due bambine lo hanno guardato come fosse stato un tricheco parlante e, ovviamente, non conoscendo la lingua dei trichechi, non hanno risposto.

A quel punto, il Cassieretricheco, come da prassi stabilita da regolamento del supermercato, ha urlato verso il bancone della direzione: – Aò ma ste due che stanno a fà qua? -.

Prontamente è giunta una responsabile bionda, pettoruta e con le occhiaie fino ai piedi. La pettoruta, con un accento più da Pietralata, si è rivolta alle due domandando: – Voi! Che fate? -. Perché erano bambine, fossero stati due pregiudicati in canotta lercia, probabilmente avrebbe sorriso e offerto a cup of tea.

La bambina più grande, una ricciola scura con l’aria giudiziosa e lo sguardo spento di chi è abituato a rompersi i coglioni per le incomprensioni, le ha risposto svelta.

In inglese.

A quel punto la Pettoruta s’è tutta agitata e assieme a lei, anche il cartellino di riconoscimento, appuntato sul pettorone. – Oddio queste parlano inglese! -. Il Cassieretricheco, sempre lento e scocciato, continuando a passare prodotti sulla cassa, l’ha guardata con l’occhio calato: – Hai capito mò? Sò du ore che me stanno a fà ‘mpazzì ste due -.

La Pettoruta tosto ha chiamato l’addetta alla panetteria, una ragazzona sana (come si direbbe in un libro d’altri tempi), con la matita nera costantemente calata sotto gli occhi. – Aò te sai parlà inglese? -.

Nel mentre, il Cassieretricheco s’è fermato nella sua attività di passaggio di prodotti per seguire la conversazione, assieme, peraltro, a tutti i clienti, ormai incuriositi dalla situazione, seppure con volto assolutamente inebetito.

Naturalmente, pur sapendo parlare perfettamente l’inglese, io mi sono per un po’ astenuta dal farmi avanti per poter prima osservare con accuratezza l’operato dell’italiano medio in condizioni di difficoltà.

– No, cioè giusto du parole, ma non li capisco mica -. Ha detto, strascicando con lentezza le parole, la Ragazzona Sana.

E’ stato in quel momento che la Pettoruta ha preso in mano la situazione con decisione e abile destrezza: avvicinandosi al microfono della cassa, piegandosi innaturalmente tutta in avanti, con il pettorone che la sbilanciava sempre più verso il basso, ha battuto un dito sul microfono stonf stonf – Funziona sto coso? -, risuonando metallica per tutto il supermercato e poi: – Se c’è qualcuno che parla inglese è pregato di recarsi alla cassa 1. Ripeto, se qualcuno parla inglese, si rechi alla cassa 1 -.

Come stessero cercando con urgenza un medico per praticare un massaggio cardiaco, una veloce rianimazione, una respirazione bocca a bocca. Qualcuno che parla inglese.

Nel silenzio generale ho capito che quello era il mio momento, era il mio, tutto per me. Luci sul palco: – Io, io so parlare inglese -.

All’unisono si sono tutti voltati verso di me, Cassieretricheco, Pettoruta, Ragazzona Sana, clienti in fila. Come fossi il supereroe giunto da un’altra galassia.

– Ah! Meno male và! Puoi chiedergli come mai stanno lì? – mi ha domandato la Pettoruta.

Ho guardato le bambine, che, in mezzo a tutta quella agitazione e nel blocco totale del supermercato, sembravano attendere con pacatezza e rassegnazione il momento in cui qualcuno si fosse rivolto loro per rompere i coglioni definitivamente e, in inglese, ho domandato se stessero aspettando qualcuno.

Sempre la più grande mi ha risposto che stavano lì alla cassa attendendo la sorella maggiore mentre terminava la spesa nel supermercato. Poi, con aria sempre più stanca, mi ha domandato se c’era qualcosa di sbagliato nell’attendere alla cassa. Avrei voluto dirle che no, non c’è nulla di sbagliato, che, per me, potrebbe pure prenderci la residenza e che tocca aver pazienza, tanta pazienza in questo paese del cazzo, ma mi sono limitata a tradurre la conversazione alla Pettoruta.

Questa, non sapendo esattamente che problema riscontrare nella situazione, quale strana prassi del cazzo adottare, ha dovuto necessariamente giustificare tutto lo scompiglio creato dalla circostanza che nessuno sapesse parlare inglese, intimando alle bambine, per il mio tramite, di spostarsi di 10 cm per non “far pensare agli altri di essere in fila alla cassa creando confusione”. Ho tradotto quanto più gentilmente possibile la stronzata e dopo poco tutto l’iter ha ricominciato a procedere secondo i consueti ritmi: i clienti inebetiti hanno continuato la processione alla cassa, il Cassieretricheco a passare prodotti, la Ragazzona Sana a incartare panini, mentre la Pettoruta controllava che tutto fosse secondo prassi.

Mentre infilavo le mie cose nel sacchetto, la Pettoruta ridendo ha detto al Cassieretricheco: – Aò, qua tocca pure imparasse l’inglese, ‘a capito? -, mentre il tricheco bofonchiava un malimortè.

Sì, tocca addirittura imparasse l’inglese, mortaccivostra, sì.

Il cadavere

Il problema di certe giornate è che non so mai se si tratti del repentino cambio di clima e temperatura (dall’alto al basso o dal basso all’alto è irrilevante), delle mestruazioni che stanno per arrivare (o almeno mi pare) o dalle circostanze (quali? Impossibile anche individuare con esattezza le “circostanze”). Sta di fatto che mi viene una faccia cadaverica, con l’espressione cadaverica e il colorito cadaverico. E poiché tutto è in armonia nella mia persona, anche l’interno è cadaverico. Non provo emozioni se non quella sottile e imperturbabile consapevolezza dell’inutile, dello statico, dell’immobile.

Non solo non riesco a percepire nemmeno un barlume d’entusiasmo, ma qualsiasi cosa mi accinga a fare, anche ciò che solitamente mi piace, è pesante, noiosa e, soprattutto, inutile. Qualsiasi comunicazione umana è fastidio, totalmente privo di interesse. Le voci provenienti dalla strada sono solo l’eco della sciocca inconsapevolezza umana relativamente a un’esistenza cadaverica che tutti portano avanti contornandola di futili illusioni di una felicità (facciamo “serenità”, per non strafare) che non raggiungeranno mai.

Scuoto la testa da sola, senza alcun motivo. Mi trascino dal letto al divano alla scrivania in un circolo vizioso fatto di nulla, portando ogni volta con me il posacenere, le sigarette e ciò che vorrei fare e non faccio (un libro, dei quaderni, appunti, fogli, penne, matite, ecc.). Non mi riesce di ridere manco vi fosse una tortura apposita e persino sorridere, quando proprio devo farlo a tutti i costi, mi riesce male, storto, rigido, con gli occhi che rimangono spenti o corrucciati.

Naturalmente il pensiero costante è che sarà per sempre così, che ormai nulla potrà cambiare, che qualunque sia il tempo che, ahimè, dovrò trascorrere su questo pianeta, sarà perennemente cadaverico.

Non fosse per il fatto che da qualche parte nella testa mi sono appuntata, con una fermezza costruitasi negli anni, un post-it a memento: – Ricordati che poi cambia. Non cambia mai un cazzo, ma tutto cambia e, al massimo, resterai cadavere da qualche giorno a un paio di mesi se proprio va male -.

All’inizio lo scarabocchio appuntato in un angolo di cervello non funzionava molto bene. Non mi fidavo di me e della mia esperienza. Poi, a poco a poco, ho cominciato a darmi ragione e, parallelamente, i periodi cadaverici son durati sempre meno.

Ora so che quando divento cadavere è fondamentale non affannarsi a fare un cazzo, non tentare di trovare soluzioni a nonsisacosa, non ribellarsi al proprio stato post mortem, parlare il minimo indispensabile con meno persone possibili, fino a rendersi irreperibili, attendere che passi, possibilmente dormendo.

E ora, pertanto, mi accingo a ritirarmi nella bara.

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