amore

N°10

Le lettere scritte e custodite nel fondo dei cassetti devono poter volare libere e disperdersi nell’etere. 

Assieme ai destinatari.

 

Mio adorato,

non troveresti splendido poter dire senza restrizioni tutto ciò che si pensa, così come lo si pensa?

Senza intenti d’aggressione, come mera esigenza comunicativa, esplicativa del sé. Una disarmante, denudante, disamina di contenuti.

Forse no. Forse non sarebbe davvero splendido. Forse sarebbe comunque l’ennesima riproposizione di un ego straripante e trofico. O forse la disperata (e anche un po’ stolida) soddisfazione momentanea di esigenze ancora egotiste.

No. Credo di non trovare sufficienti argomentazioni a sostegno di una tesi di depurazione (o epurazione) di qualsivoglia barriera.

Certo vi sarebbe l’indubbio vantaggio di una accelerazione della conoscenza. Il restringimento o abbattimento dei tempi morti.

Ma anche la perdita del disvelamento per gradi, ricolmo di quei sussulti e scoramenti, attese e frustrazioni, tanto cari agli innamorati.

Come a dire che quella poesia, così cercata dagli umani, altro non è che un temporeggiare dinanzi alla morte.

Eppure, non lo nascondo, troverei davvero affascinante l’ipotesi di dire. O di dirti.

Anche per un solo, singolo, sussulto.

七月二十五日

Le Chic c’est freak

Mi ricordo i miei polsi legati dietro la schiena. E le mani, dorso contro dorso.

E il freddo del metallo sui capezzoli a contrastare un fuoco rigato sulla morbidezza.

Mi ricordo di te, che mi hai costretta a guardarmi allo specchio quando io non volevo, dicendomi: “Guardati ora. Ora sei libera, guarda quanto sei bella”. Ma io ho guardato solo i tuoi occhi, attraverso lo specchio, ed è stato in quel momento che l’ho capito. Quanto fosse vero.

Avevi l’età che adesso è mia e mi sembravi così grande così grande. Mi chiamavi “la mia bambina”. E ridevamo tanto, sempre.

Mi portavi in ristoranti troppo costosi a mangiare prelibatezze. Mi hai insegnato i vini e  il cristallo dei bicchieri. E mi dicevi: “Ridi, ridi sempre. Qualsiasi cosa succeda, in qualsiasi momento, tu ridi”.

In spagnolo una notte d’estate mi hai detto che profumo come l’erba appena tagliata e in giardino abbiamo ballato un tango.

E mi parlavi della Cina. Quando la Cina ancora non era. Mi dicevi: “Vieni con me, vieni lontano con me”.

Mi ricordo quando un giorno mi hai detto che in me c’era il sacro e che dinanzi al sacro nulla si può. Nemmeno tu. Nemmeno tu hai più potuto.

Nessuno ha mai più potuto.

E anche l’ultimo giorno, quando mi hai regalato il libro dicendomi: “Usalo solo per difenderti”. Sorridevi. Perchè bisogna sorridere sempre. Ma i tuoi occhi ormai li conoscevo e al sacro nulla può nascondersi.

Mi ricordo di come a distanza mi hai osservata vegliando su di me, per anni. Per anni. E di come, ad un certo punto, ho voluto esser morta. E lo sono stata.

Perchè eri grande, così grande, ma mi hai resa più grande di te. Troppo in fretta e io non potevo più accettarlo.

Ma stamattina ho avuto un balzo al cuore, perchè per un attimo non ho più ricordato il tuo nome.

Ho pensato: “E’ scritto da qualche parte. So che l’ho scritto”.

Ho raggrumato i ricordi per cercarti e mi è comparso il tuo nome.

Posso dimenticare qualsiasi cosa e non è importante. Ma mai, mai, il tuo nome.

Perchè è quello il nome che voglio.

Slow play*

Era proprio tra il Wyoming e il South Dakota, con un pizzico di Montana, che inviavo mail lunghissime per raccontare a un ragazzo che non conoscevo la diversa consistenza del corpo e l’odore dei jeans gettati sulla moquette dei motel, la potenza dell’Old Faithfull, le steak house e il sapore del caffé all’alba, Deadwood, la Dead Man’s Hand e l’amore assolutamente folle e non ricambiato di Calamity Jane per Wild Bill Hickock, le loro tombe vicine, le Harley in fila lungo la strada e i colori del Morning Glory.

Non lo conoscevo, ma saperlo lieto dei miei racconti, entusiasticamente incuriosito da un mondo e una vita a lui sconosciuti, mi era sufficiente. Per spendere quell’oncia di tempo a cercare le parole per descrivere l’esatto odore dell’aria e la linea di luce negli occhi di Las Vegas.

Una volta l’ho anche chiamato al telefono. Dalla piscina di Sheridan, chissà che ora era in Italia. M’ero dimenticata la sua voce, avendola ascoltata una sola volta in precedenza.

Onestamente, lo confesso, a me non me ne importava molto.

Di quel ragazzo. Mi divertivano le sue stranezze e il senso di sorpresa per qualsiasi piccola insignificante cosa.

Ero felice. E ho sempre pensato che quando si è felici, si possa amplificare e lasciarsi dietro un’eco di quella felicità condividendola. Così tra decine e decine di persone avevo scelto lui per la mia condivisione. Mi sembrava meritarlo, mi sembrava lo desiderasse più di altri o che ne avesse bisogno più di altri. Che volesse un sogno nuovo. E, allora, perché no?

E al ritorno mi ha ascoltato per ore raccontare tutto ciò che non ero riuscita a scrivere. Credo di non aver mai parlato tanto in vita mia, così, tutto insieme.

E’ stato durante quelle interminabili conversazioni che mi ha detto di aver comprato il biglietto per un treno e aver prenotato un albergo per venire qui. Ma non da me o per me. No no, per rivedere dei vecchi amici di Roma. Che sarebbe stato qui una settimana e, se magari ne avessi avuto voglia, gli avrebbe fatto tanto piacere incontrarmi per un caffè.

E io, sì, ero incuriosita, certo. Ma non molto. Non avevo grandi interessi nei suoi confronti se non quelle chiacchierate sull’America e Heidegger. A me sta più che bene far chiacchiere al telefono, a kilometri e kilometri di distanza. Non mi cambia nulla sotto certi aspetti. Essendo, per certi versi, tutta conficcata nel cervello e, per altri, solo sulla pelle. Una perfetta scissione in una straordinaria coabitazione.

Ma sì, che venga. Deciderò il giorno stesso se ho voglia di incontrarlo o meno. A seconda di come mi gira.

Volevo inviargli una mia foto, assieme a quelle dell’America. Ma mi aveva strappato la promessa solenne di non inviargliene alcuna. Voleva vedermi per la prima volta di persona. E quando gli inviai una foto della Cagnola in cui si vedeva la mia mano che le accarezzava il musetto, ne fu terribilmente contrariato perché “era un pezzo di me” che gli era giunto tramite un’immagine.

Diceva che non voleva che considerazioni di alcun genere sulla fisicità condizionassero il piacere di un incontro.

Mi son detta – E vabbè, è strambo. Sticazzi -.

Così, dopo un paio d’ore dal suo arrivo a Roma, ci siamo dati appuntamento per un caffè.

Erano i primi di settembre di un anno fa, un primo pomeriggio caldo e assolato. Avevo ancora Vegas negli occhi a colorarmi la pelle e aprirmi il sorriso.

Non c’era nessuno al centro della piazza a quell’ora. Tranne lui.

E quando l’ho visto mi si sono spalancati gli occhi e la pelle mi ha appena sospirato un -Ooohhh- di sorpresa.

No, non ha mai dormito nell’albergo che aveva prenotato.

E no, non aveva nessun amico a Roma.

Ora, di tanto in tanto, mi aiuta a piegare le lenzuola per stenderle.

deadmanshart

* Lo Slow Play è una delle forme di bluff usate nel poker: si fa credere all’avversario di avere una cippalippa quando invece si hanno carte forti in mano per spingerlo a continuare a giocare puntando sempre di più, al fine di riscuotere un piatto sostanzioso. Ammiro lo slow play altrui.

* Nella Dead’s Man Hand si hanno in mano due assi entrambi neri e due otto entrambi neri: erano le carte che aveva in mano Wild Bill Hickock quando venne ucciso a Deadwood durante una partita a poker. Avere una dead man’s hand in mano non è mai una bella cosa. Anche in senso non metaforico suppongo.

La Béla Burdéla del Pamela – Capitolo 2

Lui è lì.

Sorride. Intenso. Sfrontato. Una sfida celata nell’iride boschiva.

Liscbet si sente il battito del cuore mancarle un colpo: è quello ben assestato da Raoul e dalla sua entrata al Pamela.

– E’ solo! – pensa, mentre il respiro le solleva l’insenatura tra due coppe 4C, già drammaticamente strizzate verso l’alto.

– E’ solo… -, e le labbra le si schiudono appena, lasciando morbida la linea curva della bocca.

E’ solo l’evanescenza di un pensiero fugace, quando compare alle spalle del dj un’ombra rosa fluo che gli si avvinghia a un braccio come la gramigna al chicco buono.

– Mo quela è la Vanilde! – sussurra sorpresa la Milvia che, mai per un attimo s’è scostata dall’amica, pronta a ghermirla al volo nell’ipotesi di qualche strambo e repentino colpo di testa.

Lo sguardo della Liscbet muta di colpo: dall’aura magica dello stupore al ringhio ferale, zanne snudate.

La sua voce  è quasi un rantolo: – La Vanilde? Quella chiappa secca e mossia della Vanilde? Ce le spezzo quelle braccine ossute! Che ci fa lui con quela lì? Quela il giorno va a toglier le uova dal culo delle galline, non sa neanche parlar bene il dialetto! -.

La Milvia ha già pronta la litania, la formula rituale da recitare per l’occasione: – Mo che ti importa? Tu sei la Liscbet! Tirati su la tetta, muovi la chiappa! Sei la Liscbet, la burdéla cativa! -.

Liscbet si ricompone, il volto torna impassibile, ma il sopracciglio le si alza tanto che le arriva quasi all’attaccatura del capello.

Un reciproco cenno, felini che si sfidano il territorio, uno con il sorriso sbieco, l’altra con l’occhio rapace.

E’ a quel punto che la Liscbet si volta nuovamente verso il Gionatan che è ancora lì fisso fisso fisso a guardarla. Gionatan su! Una mossetta? No?

La nostra comprende la timidezza del novello tocco di manzo e decide di adottare la “mossa del bagno”.

– Milvia, ‘ndiamo al bagno và -, senza distogliere d’un secondo lo sguardo. La Milvia, che ben conosce strategie e tattiche del Pamela, s’appropinqua alla burdéla e intanto studia a sua volta il tavolo del Gionatan.

Le giovini camminano come le Kessler con passo perfettamente coordinato, ondeggiando qualsiasi cosa si possa ondeggiare, bicchieri in mano. Per andare al bagno bisogna necessariamente passare di fianco al tavolo cui siede il Gionatan con l’allegra combriccola maschia.

Ed è proprio nel punto in cui la Liscbet sa d’essere alla giusta distanza, con la giusta luce, la giusta prospettiva, che spara addosso all’occhio fisso del Gionatan tutto il grifagno del mondo e poi -tac! – nell’istante perfetto, avvicina il bicchiere alla bocca che diventa un perfetto cuoricino che circonda la cannuccia per una rapida succhiatina.

Due secondi, forse tre, durante i quali avviene un monologo muto. – Mo cosa fai lì? Vieni qui, vieni a prendermi, non lo vedi che son tua? Non ti piace tutta questa robina qui? Guarda che labbra morbide… -.

Milvia e Liscbet attendono in bagno il tempo adeguato affinché il manzo sia bello arrostito in superficie, ma sanguigno all’interno, poi escono nuovamente verso la sala.

Pochi passi e il Gionatan, magliettina tarra nera e jeans a vita bassa,  si alza e si piazza al momento giusto sulla traiettoria della Liscbet, che, a quel punto, potrà scegliere se circumnavigarlo indifferente o fermarsi esattamente di fronte a lui. Nella seconda ipotesi, come da manuale, la Milvia si dovrebbe scollare dalla gemella e proseguire verso il bancone, dove, sempre secondo regolamento del Pamela, un altro ragazzotto del gruppo provvederà a intrattenerla affinché non si senta sola….

Si ferma. Sono uno di fronte all’altra. Il Gionatan finalmente sorride alla sua griglia. – Ciao, scei beliscima, come ti chiami? –

Tocca a Liscbet. Via tutto il grifagno! E’ il momento della cerbiatta, della gazzella, della ninfa cedevole. – Liscbet e tu? -. Piega anche appena appena di lato la testa per mostrare meglio lo sguardo “Sono dolce e maliziosa allo stesso tempo”.

– Gionatan. Ti va di balare? –

Una polka frizzantina ha agitato già gli animi degli avventori del Pamela. – Baliamo! –

Mother è al bancone e parla con Alieto, il barista discreto. Entrambi guardano la burdéla gettarsi in pista.

Gionatan le cinge il fianco sinuoso, Liscbet palpa leggera il bicipite sostanzioso.

Quand’ecco che, tra il volteggiare a passetti delle coppie, tra le luci strobo della sala, Liscbet scorge Raoul con la smandruppona della serata. Ballano, lui le parla e sorride. Lei ride con scoppiettii a singulti.

Liscbet conosce alla perfezione l’epilogo di quel parlare per sorrisi.  Tenta di condurre il suo partner in altro punto della pista: non vuole vedere, non vuole sapere. Ma, come per un maleficio, se li ritrova sempre accanto. Anzi, adesso le due coppie ballano affiancate. Si irrigidisce, ma non desidera che Gionatan se ne possa accorgere e sorride comunque.

E’ un attimo. Il braccio di Raoul sfiora quello di Liscbet, a più riprese. E’ una vicinanza lieve, un incontro di brividi sulla pelle. Ma a Liscbet è sufficiente per sentirsi avvampare. Sente il suo odore, il suo calore. Così vicino. Guarda, solo con la coda dell’occhio, e lo scopre: Raoul le lancia rapide frecciatine di sguardi. Lo sta facendo apposta! E si diverte!

E’ troppo! Per Liscbet è davvero troppo! Le monta la carogna, pronta a divampare in un lampo. Ma è mentre Gionatan la fa volteggiare, che scorge in lontananza lo sguardo di Mother: il sopracciglio è impennato. E, di fianco a lei, Alieto ridacchia con aria canzonatoria.

E’ così che Liscbet torna con la mira sul suo muscolo ruspante e decide.

Sguardo svenevole, svenevolissimo.

– Gionatan, mi manca un po’ l’aria qui dentro. Forse è solo stanchezza… forse sarebbe meglio andare a casa – sguardo sguincio dal basso – ma non so se ce la faccio a piedi, non voglio rovinare la serata alla Milvia e la macchina serva a Marla e alora non so proprio cosa fare…-

– Mo ti porto io! Ho la macchina qui davanti! Ti porto a casa subito! –

– Davvero? Oh,ma… forse vuoi restare con i tuoi amici? –

Gionatan le perfora le pupille con significativa e maschia sicurezza: – Mo ti pare che nel deserto io lassio morire l’unico fiore? Spettami che vado ad avvertirli e poi ci penso io a te… –

Corre dagli amici: – Oh Ianes, dammi le chiavi della tua macchina. Te la riporto domani mattina! –

Timido sì, ma romagnolo ruspante, mica moschio!

Poco prima di avvicinarsi all’uscita, Liscbet avverte Mother con un cenno d’intesa: Marla sorride appena appena. E’ ok.

Poi si volta, è più forte di lei, e si volta a guardare Raoul: anche lui la sta guardando mentre si allontana con Gionatan.

E non sembra sorridere come prima.

Previously on “Più Balere Per Tutti”:

La Béla Burdéla del Pamela – Chapter One

Raoul, il dj migliore della Romagna

Memento me

Dimentico sempre di scrivere quando sono triste. Lo dimentico perché  lo voglio dimenticare. E’ quella noia di sé salvifica per i cervelli in eterna combustione.

Senza contare la particolare avversione per l’aggettivo “triste” che mi provoca un reflusso gastroesofageo. Il sostantivo “tristezza”, invece, mi concede margini più ampi di immaginifico. Potrei persino arrivarmi a una goliardia da due lire, al buffonesco Er Tristezza. Non riesci a essere seria Lisbeth? Ci provo. Ma se dovessi mai riuscirci davvero, temo dovrei procurarmi delle armi (rima baciata: in punizione per 1 giorno), e diventare il Manson De Noantri.

E invece ogni tanto dovrei concedermi un bel postarone tristarone (rima baciata voluta con intento dissacrante: niente punizione), di quelli pesantoni, che ti fanno piangere tutta la famiglia davanti al televisore. Perché la catarsi, la catarsi, la catarsi… Ma non ce la faccio proprio.

Che faccio? Mi butto sull’archetipo? L’archetipo del Tristone? Mi si trasforma immediato in qualche maschera carnascialesca, che sberleffa, canzona e fa un gran casino. Potrei farmi Meo Patacca con un finale da Rugantino. In fondo sono nata a Trastevere: filologicamente sarei esatta.

Sono triste. Sono molto triste.

Brava Lisbeth. Ce l’hai fatta.

***

Un venerdì 17 ottobre di millemila anni fa ho preso 30 e lode all’esame di diritto commerciale. C’era il sole nello studio del docente. Unico nella facoltà, lui gli esami se li faceva a tu per tu nel suo studio. Porta aperta, gli altri esaminandi in attesa in corridoio, pressavano quelli vicini agli stipiti, con l’orecchio pizzo per sentire bene le domande, le risposte e tutta la vicenda dell’esaminato. Quando ho varcato quella porta per andarmene con il libretto in mano, mi ricordo gli sguardi sorpresi, i sussurrii di complimenti stupefatti. E sì, mi ricordo anche qualcuno che, scherzando, mi ha poggiato una mano sul braccio: – Fatte toccà! -. Come una miracolata.

Sono scappata via da quel luogo che odiavo per correre in un negozio di dischi. Ho comprato un cd, a penna ci ho scritto sopra la data e, una volta a casa, l’ho ascoltato a un volume altissimo ballando da sola. Era l’unica cosa che mi interessava davvero fare quel giorno. Quelli che la maggior parte delle persone individuano in me come grandi meriti o capacità, per me sono solo rotture di coglioni. Preferisco ballare.

***

Oggi, venerdì 17 ottobre, s’è spenta una persona che ha rappresentato per me un mondo e un modo di vivere. E, soprattutto, una porzione sostanziale e significativa di me, della mia vita e dei miei ricordi, che avevo seppellito appositamente nella dimenticanza. Così come dimentico di scrivere che sono triste. Così come dimentico che sono triste. Perché voglio dimenticarlo.

Oggi, venerdì 17 ottobre, quella porzione di me, quella che ha meriti e virtù infinitamente maggiori di uno stupido voto, di uno stupido titolo, di stupide parole, di stupide “cosità”, s’è ricordata d’esistere con un dolore straziante. E non ha potuto fare a meno di spostarsi un masso.

Quella me ha contattato una persona cui rifiutava qualsiasi contatto da 5 anni, dopo quasi 20 anni di legame quotidiano e intenso, legame fraterno, legame intimo e vitale che ha connotato la mia esistenza, il mio essere quello che sono, il mio non essere mai più stata.

– Non riesco a reggermi uno strazio che non pensavo avrei provato in tale circostanza. Stringimi una mano in silenzio, per favore -.

Poi ho letto la risposta.

– Te la stringo ora e tutte le volte che ne avremo bisogno. Oggi è un giorno straziato. Ma ne abbiamo fatto parte. E con stile -.

Ho preso un masso enorme della mia vita e l’ho spostato con un soffio. Senza dire niente a nessuno. Incurante di qualsiasi conseguenza. Questa sono io. Questa qui.

Come prendere il masso Madre, o Padre, o Fratello e spostarlo da qua a là. Lievemente. Silenziosamente. Senza scalpori. Senza chiasso.

Cosa accadrà ora? Che succederà? Non lo so. Non ne ho idea. Ci sto pensando solo ora. Sono riuscita a fare quello che per 5 anni non ho potuto, voluto fare. Quello che per anni non sono riuscita a fare. Terrorizzata. Ci sto pensando solo ora. Con lo stomaco da qualche altra parte, gli occhi sgranati, la testa in ebollizione nebbiosa.

Ma noi ne abbiamo fatto parte. E con stile. E non devo dimenticarlo mai più.

***

Ho trascorso una bella serata, allegra e serena, con una persona che mi sembra carina, anche se mi fa schifo definire “carine” le persone. Se lo sia davvero, carina, non lo so. Ma ha fatto in modo che la mia serata lo fosse e per me questo è già molto. Ho bevuto un mojito buonissimo, mica lo sapevo che in quel posto fanno il mojito così buono. Devo tornare a prenderlo. E voglio portarci Mother quando verrà da me. Chissà se la persona che sembra carina s’è accorta durante la serata che in me c’era una rivoluzione, un moto ondoso, uno tsunami. Chissà se s’è accorta che avevo da poco preso il biglietto della mia vita che porta in destinazione ignota e lo avevo obliterato. Chissà se s’è accorta che avrei voluto urlare più forte che potevo qualsiasi cosa, solo per spezzarmi le corde vocali. Glielo chiederei quasi.

Talvolta penso che potrei prendermi una pugnalata al centro del petto e continuare a mantenere impassibile il mio sguardo.

E magari sorridere pure.

I’m on my way

Niente luna stanotte.

Un velo di nubi stracciate e filamentose cosparso in un cielo in cinemascope, enorme e schiacciato, ne lascia appena intravedere il bagliore lattiginoso a illuminare in lontananza il profilo di una collina arida.

Il vento s’alza a folate ampie e morbide. Caldo, come un abbraccio avvolgente e carezzevole.

Lisbeth è inquieta.

E’ quel vento a smuoverle l’anima, forse. O i grilli che friniscono senza sosta, l’urlo del rapace solitario a straziare il silenzio o, ancora, quel pensiero che, incessante, le graffia il sonno.

Di fronte alla porta della sua stanza, in quel motel perso nel deserto, concede al vento l’incontro notturno con la sua pelle. I capelli corvini s’alzano e volteggiano, lunghi, accompagnandosi alla stoffa leggera del vestito.

Osserva, senza davvero guardare, il turchese della piscina, al centro del piccolo cortile. Le luci basse giocano con l’acqua smossa dall’aria a proiettare ombre e movimenti.

E’ per questo che non se ne accorge subito.

Un’ombra sotto il porticato, dall’altro lato del cortile, apparentemente immobile, la osserva a distanza.

Lisbeth, altrettanto immobile, si ingrandisce le pupille e lentamente disegna i contorni di un uomo.

Poggiato a una trave del porticato, il ginocchio piegato, il tacco dello stivale sul legno. Un rapido riflesso di luce dalla piscina e compare una bottiglia di birra in una mano.

Lo straniero sa d’esser stato visto. Avvicina la bottiglia alle labbra e beve un sorso.

Lisbeth si passa leggera un polpastrello sopra le labbra, un velo di sudore. Poi con una mano si raccoglie i capelli e con l’altra s’accarezza la nuca, il collo e il petto. Il caldo dipinge sulla pelle i riflessi di una luna nascosta.

Lo straniero si piega a poggiare la bottiglia ai suoi piedi.

Lisbeth si muove appena, un paio di passi verso la piscina. Poi si ferma. Accende una sigaretta.

Lo straniero accende ripetutamente uno zippo sfregandolo sui jeans e poi lo richiude di scatto, spegnendo drasticamente la fiamma.

Rumore, fiamma, rumore.

Si guardano, silenziosi, fissi. Si guardano senza vedersi gli occhi.

Lisbeth, sollevando leggermente il mento, spalle dritte, cammina lentamente verso la piscina.

Rumore, fiamma, rumore.

Lisbeth getta la sigaretta lontano da sé. Una scia di scintille rosse infiamma l’asfalto. Poi apre il piccolo cancello della piscina e s’avvicina al turchese che danza con i fantasmi di luce e ombra.

Rumore, fiamma, rumore.

Si abbassa e con una mano raccoglie un po’ d’acqua. La lascia scivolare sul collo e sul petto a refrigerarsi dalla calura che sembra non cedere al buio. Con la coda dell’occhio controlla la fissità dell’ombra contro la trave.

Rumore, fiamma, rumore.

Poi, d’un tratto, silenzio.

Lisbeth volta il capo lentamente e guarda dritta quel silenzio.

Tacchi degli stivali sull’asfalto.

Lo straniero s’avvicina. Passo regolare e cadenzato.

Lisbeth cammina verso il cancello.

E’ lì, sul cardine di quel cancello, che s’incontrano.

Lo straniero la sovrasta più di una spanna. Camicia texana arrotolata agli avambracci, spalle possenti, occhi di ghiaccio.

Sguardo fermo, sicuro, una pagliuzza di sorriso sfrontato a macchiarne il gelo socchiuso. Incastrato con l’altro, nero ardente che, di rimando, lo guarda dal basso verso l’alto, quasi senza un battito di ciglia.

E’ lo straniero a parlare per primo.

Voce bassa, profonda, whisky di torba e tabacco. – I got a situation –

Veloce, un brivido le corre lungo le braccia. Lisbeth con lentezza distoglie lo sguardo abbassandolo sulle labbra che hanno appena detto, e ancora in basso, sulle spalle, il pettorale scolpito, l’addome, la vita bassa e poi, più giù, si ferma, attenta, sul cavallo dei jeans a guardare. Indugia. E osserva.

Inarca appena un sopracciglio, piegando impercettibilmente il capo da un lato e, lieve, un sorriso compiaciuto le risolleva lo sguardo socchiuso tra le ciglia a tornare sul ghiaccio che la guarda spudorato, poi, con le labbra morbide, morbidissime, in un sussurro: – We can fix it -.

N.B. Chi ha poca dimestichezza con l’inglese e/o con film e serie tv americane (in lingua originale) difficilmente comprenderà l’ironia “linguistica”. Posso anche far finta d’esserne dispiaciuta.

Il Post della Qualunque

La vita è bella, è una cosa bellissima…

… però è anche brutta, ma per fortuna c’è l’amore, perché l’amore è vita e ti riempie e dà senza chiedere ed è la cosa più importante del mondo… come l’amicizia, anzi, l’amicizia è la cosa più importante del mondo, perché anche se l’amore va male, l’amico c’è….

… però anche il sesso è una cosa bellissima, soprattutto se c’è l’amore, che è la cosa più importante del mondo, dopo l’amicizia…

… ma in fondo sticazzi! Anche senza amore, il sesso è il sesso e io oggi mi sento molto figo, sì, cazzo, sono proprio figo e vaffanculo a tutti! Perché io sono io e anche se voglio bene a tutti, io sono comunque io! E se mi fai del male io allora rivendico il diritto di dirti “Stronzo mi hai fatto male”, è un diritto di tutti poter dire: “Stronzo!”…

… anche se però il perdono è una cosa bellissima, la cosa più importante del mondo, dopo l’amore e dopo l’amicizia. Perché se l’amico ti tradisce, se tu gli vuoi bene, allora lo perdoni, perché quando lei se n’è andata, lui c’era e non fa niente se è andata via con lui prima, perché siamo cresciuti insieme e cazzo! Siamo fratelli! Siamo fratelli! E io sono tanto fragile… fragile fragile fragile e piango piango piango perché chi l’ha detto che un uomo non piange? Eh? Chi l’ha detto? E allora io piango piango, però poi vaffanculo! E tiro calci al mondo sciupppandomi tutta la frangetta perché sono forte, cazzo, sono forte. Ecco! E non perdono! No vaffanculo non ti perdono perché sei brutto e cattivo e mi fai sciupppare la frangetta!

Sì, ecco. E in fondo… in fondo siamo tutti un po’ forti… ma anche un po’ fragili. E anche un po’ belli… ma anche un po’ brutti. E tutti tradiamo… però poi basta chiedere scusa – aò scusa fratè – e tutto va bene… e in fondo l’amore è in tutti… ma anche no.

E tu, tu che sei tornata, dopo essere andata via dalla spiaggia e io, io che con il sapore di sale sulle labbra ho pensato che tu te ne andavi, ma poi saresti tornata, con il sole al tramonto e i gabbiani e una canzone che fa venire i brividi e la pelle d’oca e io ti ho baciata mentre te ne andavi e poi ritornavi….

Ecco. Io.

La Béla Burdéla del Pamela

Liscbet, la burdéla cativa, è arrivata presto al Pamela stasera.

Con la Milvia, l’amica del cuore, attraversa la pista a passetti rapidi rapidi e, impettita, si dirige al bancone del bar. E’ decisa a balare e divertirsi come non ci fosse un domani. Per questo indossa due lampadari verdi smeraldo alle orecchie, tonsurton con il vestitino di lycra elasticizzato, strizzatissimo: sa che la camminata ondeggiante provocherà un gemellaggio sismico tra i pendenti e la tetta morbida.

– Ciao Alieto, c’è ancora poca gente stasera –

Alieto, il barista discreto, sorride, mentre prepara i secchielli del ghiaccio e del lime. Solitamente silenzioso, Alieto conosce vita morte e miracoli di tutti. Al Pamela non si muove foglia che Alieto non voglia. Raccoglie tutte le confidenze e osserva acuto movimenti e sguardi all’interno della balera.

– Mo ciao Liscbet! Abbiamo appena aperto, vedrai che arrivano… A proposito, è un po’ che non si vede il Raoul, vero? –

Liscbet, si irrigidisce sospingendosi ancora più in alto la tetta e, fingendo un tono indifferente e disinteressato: – Dici? Non l’ho notato… -. Alieto sogghigna appena e le porge l’abituale vodka al melone. – Tieni mò, Liscbet! Contra i pinsìr un gran rimédi l’è e’ bichìr! –

Raoul, l’uomo dallo sguardo ‘sassino, è la spina nel fianco di Liscbet. La ferita sempre aperta, l’unico per il quale sarebbe disposta a lasciare a casa il suo sottotitolo perenne di “burdéla cativa”.

E’ un notissimo dj che batte tutte le balere e i dancing del’Emilia-Romagna: dalle nebbie profonde della pianura padana fino alle spiaggie assolate della riviera adriatica. Lo conoscono tutti e, soprattutto… tutte. Nonostante la accertata fama di gran castigatore di femmine, al suo attivo non risultano legami sentimentali.

Liscbet le ha provate tutte con lui: lo sguardo grifagno, l’intera gamma di movimenti di labbra, gli occhioni da cerbiatta, la fanciulla impaurita e bisognosa di protezione, la maliarda che ti apre in due… Niente! Raoul, uomo di poche parole, ma ben assestate, non cade, non cede e, con un sorriso sfrontato e una frase ironica, la taglia a metà come una forma di Parmigiano.

Liscbet con un’occhiataccia in tralice strappa via il bicchiere dalle mani di Alieto, ma il cruccio evapora alla vista di un gruppo di virgulti che si fanno strada, bacino in avanti, all’interno della balera, per raggiungere i divanetti di finta pelle rossa. La burdéla li esamina e seziona in pochi secondi.

– Milvia, mo quello chi è? – indicando appena, con la punta dell’indice con cui tiene il bicchiere, un bel metro e novanta di ragazzone.

La Milvia, una biondona dal capello selvaggio e l’occhio verde gattoso, in abito rosso sangue-passione-cuore-sexyshop lucidissimo, si avvicina al caschetto nero Valentina di Crepax o Rosa Fumetto della Liscbet per sussurrarle più da vicino.

– Mo coooome? Non lo sai?  Quello è Gionatan, il figlio di Oberdan, il macellaio di Bagnacavallo. Quello grande, della piazzona centrale –

– Il macellaio? Ma io mi ricordo un ragazzotto tutto ciccia e brufoli, lì in negozio! –

La Milvia sorride maliziosa. – Quello era prima… –

 – Prima di che? –

La domanda dà finalmente la stura alla Milvia, che, alla pari di Alieto, sa i cazzi di tutti i cazzi, è sempre la prima a conoscere tutte le novità, ma sa anche che deve evitare di informare la Liscbet sui movimenti del Raoul. Anzi, non deve nemmeno nominarlo!

E’ un fiume in piena. – Il Gionatan s’era preso la cotta per la Gessica, la cassiera del negozio, quella gatta morta con i capelli rosso menopausa. E le ha comprato il brillante, il visone e l’automobile e stava pure per comprarle l’appartamentino! Il babbo, é purén! -. Liscbet sgrana gli occhioni, immediatamente interessanta all’articolo – Poi un giorno Gionatan l’ha beccata con Volmer il meccanico, che già da un pezzo ci davano e che ci davano… E allora è caduto in depressione, non mangiava più, non dormiva più… il babbo…é purén! Allora è andato dalla psicologa che ci ha detto di fare tanta attività fisica e sfogare sfogare. E và, và come ti è diventato… –

Liscbet fa l’inventario della tartaruga e del bicipite marmoreo, malcelati dall’attillatissima maglietta nera lucida, tamarra come la vetrina della boutique della Prisca, quella che si crede Rocca Barocca.

– Attività fisica, eh? Mo bene… Certo ci manca un tatuaggetto su quel bicipite, magari un bel “Liscbeth” tra due rose… -, sorride Liscbet con lo sguardo calcolatore, giocando con l’unghia del pollice laccata cobalto.

– Ancora? Mo Liscbet, ma quanti ancora lo devono avere su sto tatuaggio??? –

D’un tratto la Liscbet intercetta dall’altro lato della balera lo sguardo di Marla The Mother e istintivamente raddrizza la schiena. Con gli occhi le indica il pezzo di manzo seduto sui divanetti di pelle. Mother controlla. Liscbeta trattiene il respiro: la ben nota alzata di sopracciglio decreterà l’abbandono del campo; un lievissimo sorriso sghembo, impercettibile ai più, indicherà il via libera.

A Marla basta un’occhiatina rapida, il giudizio è formulato in pochissimi secondi: sorride appena appena.

La Liscbet si carica a manetta e, giocando sull’orlo del bicchiere con la bocca a cuoricino, punta lo sguardo sul Gionatan. E’ grifagna, con una punta di cerbiatta e una goccia di svenevole, una cosa talmente difficile a descriversi che, se ve la facessi vedere, faremmo prima.

Il pezzo di manzo si accorge immantinente del laser che lo sta sezionando e comincia a guardare la Liscbet fisso fisso fisso fisso… e fallo un sorrisino Gionatan! Che mica schiatti, su mò ! No? E dai pù… E’ timido. Fisso fisso fisso…

Ma una gomitata della Milvia nel fianco della burdéla cativa la fa sobbalzare.

Liscbet volge lo sguardo là dove anche la Milvia guarda: dall’entrata avanza fiero, sicuro e grifagno (sì, pure lui è grifagno) Raoul. Bello come una notte tetra, oscura e misteriosa (alla Liscbet piace tetro e oscuro, e alora?), con quella camminata che invita al coito sul posto; con la coda dell’occhio individua la burdéla e le spara un sorriso sfrontatissimo e stronzo. Sì, perchè lo sai, e, se lo sai, allora sei stronzo. Liscbet si sente il sangue rimescolarsi…

Orgoglio e dignità

Puoi guardarlo per ore e per giorni quel telefono. Anche tutta la vita.

Ma finché non avrai deciso, non avrai compreso e scelto, il tuo sguardo sarà l’illusoria perdita di un attimo in un pozzo di tempo profondo, scavato nell’abisso dei tuoi desideri.

Perché se ciò che ti impedisce di prendere quel telefono e scriverlo, scrivere: – Mi manchi. Tanto-, è l’orgoglio, allora non esitare un istante a schiacciarti le dita sui tasti. Perché ci possono essere frammenti di colpe contingenti, mie o tue, o mie e tue, non importa. Ciò che conta davvero è la sicurezza che vi sia una colpa identificabile e concreta, da rimarginare come una ferita, con la ricerca di una comprensione, di un punto di saldatura comune, di una comunione di intenti. Se c’è colpa, c’è volontà e, se c’è volontà, vuol dire che c’è un c’è.

Ma prima di prendere quel telefono, pensaci bene. Rifletti se davvero ciò che stai evitando è solo il frutto di un orgoglio, stupido, inutile e deleterio, come solo l’orgoglio sa essere.

Perché se, invece, la mano ti resta ferma, dinanzi alla ricerca dello sguardo, per dignità, allora no, allora non toccarlo mai più quel telefono e dismettiti l’anima.

Pensaci bene. Perché tu lo sai che a mancarti non è solo quello che è stato. Ciò che ti manca davvero è ciò che non è stato. Ciò che non avrebbe mai potuto essere. E non importa allora se ci sono porzioni di blande colpe da ripartire o da calcolare in diverse misure.

Se ognuno s’è indossato una maschera di doveroso e opportuno, chi per non palesare eccessivamente un sentimento ben più grande che sapeva già sarebbe rimasto sterile e chi per non perdere il piacere, l’indubitabile piacere, di una bella presenza, non c’è una vera colpa. Ognuno s’è preso ciò di cui aveva bisogno, con la confusa intenzione di non disturbare l’altro. I paletti di un confine e le mani alzate a rassicurare ci sono state. E lo sai.

Se ancora, dopo mesi, stai a ricercarti un segno, un messaggio, un codice tra parole non tue, allora vuol dire che non è orgoglio. E’ dignità.

La dignità che il rispetto di sé impone. La dignità che l’amore di sé impone. La dignità che la tutela di sé impone. Quella dignità madre dell’onestà con se stessi.

La dignità di non grattare via con le unghie frammenti di vernice da un muro che non oltrepasserai mai. Grattare fino a consumarti le dita. Fino a lasciarti sanguinare, fingendo un sorriso rassicurante. Per non perdere quei frammenti, comunque insufficienti, comunque insoddisfacenti.

L’orgoglio vive degli altri. La dignità è sola.

E allora lascialo lì quel telefono, assieme a tutti i tuoi sogni, desideri e speranze.

Scrivilo qui, quello che vuoi dire, e che sai essere inutile e deleterio. Deleterio per la dignità, non per l’orgoglio.

Mi manchi. Tanto. Da morire. Ma mi manca ancora di più tutto quello che non c’è stato.

E poi cancellalo da te.

Lay beside me,
tell me what they’ve done.
Speak the words I wanna hear,
to make my demons run.
The door is locked now,
but it’s open if you’re true.
If you can understand the me,
than I can understand the you