amicizia

Sberleffo apotropaico

Giorni di gelore e seccanza, manifesti pel tramite d’un mutismo alternato a sillabe roboanti.

O altrimenti detto, mi girano i cojoni tanto che anche i miei casuali vicini di marciapiedi s’abbassano le ciglia incontrandomi lo sguardo.

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Poi incontro Martina, mentre mi bevo un caffè sul ballatoio e osservo nella corte centrale una cosa che dovrebbe essere etnica con un’indiana che danza e studenti che guardano e un signore che ogni tanto parla, ma io non riesco a sentire cosa dice.

– Aò Martì, come va? –

– Nammerda, nammerda, lasciamo stare… –

Sì, vero, meglio.

E poi dopo incontro Silvia che va di fretta di fretta di fretta e le chiedo come mai va di fretta e -va tutto bene?-

Silvia sorride. Sempre. Sorride sempre. Con le gonnellone fiorite e le collanone e il bel visino. Sorride.

– Vado di fretta perché è da stamattina che mi girano le palle, sono stranita e non vedo l’ora di andare a casa perché oggi mi stanno sul cazzo tutti -. Anche questo lo dice sorridendo.

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Comincio a sospettare che allora no, non sono solo io, no, non sono sola. No, ci sono anche Martina e Silvia. E io con loro sto bene, abbiamo un pezzo di cervello simile, quello che se ne va per i cazzi suoi in altra lingua.

E poi c’è Clelia che mi dice: – Oggi l’avvocato se ne sta da sola. Com’è? Ti isoli? Non è da te. –

E anche io sorrido, come Silvia sorrido, ma senza la gonnellona fiorita e la collanona. E manco il bel visino. No.

Lo so Clelia mia, che anche tu hai un pezzo di cervello che se ne va per i cazzi suoi in altra lingua. Hai ragione. No, non mi isolo. Sto qua, con voi.

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E’ che ho bisogno d’essere apotropaica.

Devo esprimermi le espressioni apotropaiche in modo molto espressivo.

Perché c’è gente che caga il cazzo, ma tanto. Ma tanto tanto.

Può succedere ad esempio che un giorno ti compaia sul cellulare un messaggio da un numero che non conosci e che si limita a comunicarti semplicemente: – Il 22 e il 23 sono a Roma -. E tu pensi che sia un errore, poi pensi che forse può essere quello stracciapalle del regista di Messina e allora fai spallucce e te ne fotti.

Ma poi te ne arriva un altro che ti intima: – Smetti di fare la bambina -. E allora tu, come da prassi, secondo il tuo stile, rispondi: – A sapere chi cazzo sei -.

E te lo dice chi è. No, non ci avevi pensato, all'”amico” stronzo che s’è comportato male quando sapeva che eri fragile, quando sapeva che t’avevano ferita. In fondo, son passati mesi, potevi mai pensare? Dopo averlo cancellato dalla rubrica dell’esistenza, potevi mai pensare che avesse tanta faccia da culo? Perché mi dimentico sempre delle straordinarie potenzialità delle facce da culo delle persone?

– Pensavo a 10 minuti, per un caffé –

– No –

Semplice. Secco. Facile no? Non è un concetto complesso, mi pare.

E invece il 23 mattina ti squilla il telefono di casa. Quel numero di telefono che non ha nessuno a parte gli intimissimi.  Non rispondi perché il numero che ti compare sul monitor del fax non lo conosci e scatta la segreteria. E senti quella voce che registra: – Sono sotto casa tua, almeno affacciati alla finestra, ti saluto da qui –

No. E’ semplice. No.

Non ti muovi dalla scrivania.

Ma poi ti suonano al citofono.

Resti immobile alla scrivania.

Dopo un’ora accendi il cellulare.

E comincia a squillare con l’ennesimo diverso numero di telefono. Milioni di numeri di telefono diversi.

Non rispondi.

E poi nuovamente un messaggio.

– T’avrei salutato dalla finestra -.

E la foto del tuo portone. Del tuo citofono.

Allora poi ti girano le palle. Perché i cagacazzi che non accettano i no, che non accettano di non essere i signori de stocazzo, che si comportano male e poi, senza chiedere scusa, ti usano anche la violenza di procurarsi il tuo numero, di venire sotto casa a cagarti il cazzo, pensando che uno strappo possa ricucirsi così, ennò, proprio no. Ancora no. Per sempre no.

E quindi, Clelia mia, no, non mi isolo, sto con voi e cazzeggio come sempre, perché vaffanculo a me se mi perdo un istante di vita.

Ma mi faccio apotropaica. E con lo sberleffo.

A chiunque pensi di avere il diritto di ricevere sempre e solo “sì”.

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Formula rituale dell’apotropaica: “E sticazzi, e tanti cazzi, masticazzi, e sto par di cazzi, e metticelo uno sticazzi”.

Memento me

Dimentico sempre di scrivere quando sono triste. Lo dimentico perché  lo voglio dimenticare. E’ quella noia di sé salvifica per i cervelli in eterna combustione.

Senza contare la particolare avversione per l’aggettivo “triste” che mi provoca un reflusso gastroesofageo. Il sostantivo “tristezza”, invece, mi concede margini più ampi di immaginifico. Potrei persino arrivarmi a una goliardia da due lire, al buffonesco Er Tristezza. Non riesci a essere seria Lisbeth? Ci provo. Ma se dovessi mai riuscirci davvero, temo dovrei procurarmi delle armi (rima baciata: in punizione per 1 giorno), e diventare il Manson De Noantri.

E invece ogni tanto dovrei concedermi un bel postarone tristarone (rima baciata voluta con intento dissacrante: niente punizione), di quelli pesantoni, che ti fanno piangere tutta la famiglia davanti al televisore. Perché la catarsi, la catarsi, la catarsi… Ma non ce la faccio proprio.

Che faccio? Mi butto sull’archetipo? L’archetipo del Tristone? Mi si trasforma immediato in qualche maschera carnascialesca, che sberleffa, canzona e fa un gran casino. Potrei farmi Meo Patacca con un finale da Rugantino. In fondo sono nata a Trastevere: filologicamente sarei esatta.

Sono triste. Sono molto triste.

Brava Lisbeth. Ce l’hai fatta.

***

Un venerdì 17 ottobre di millemila anni fa ho preso 30 e lode all’esame di diritto commerciale. C’era il sole nello studio del docente. Unico nella facoltà, lui gli esami se li faceva a tu per tu nel suo studio. Porta aperta, gli altri esaminandi in attesa in corridoio, pressavano quelli vicini agli stipiti, con l’orecchio pizzo per sentire bene le domande, le risposte e tutta la vicenda dell’esaminato. Quando ho varcato quella porta per andarmene con il libretto in mano, mi ricordo gli sguardi sorpresi, i sussurrii di complimenti stupefatti. E sì, mi ricordo anche qualcuno che, scherzando, mi ha poggiato una mano sul braccio: – Fatte toccà! -. Come una miracolata.

Sono scappata via da quel luogo che odiavo per correre in un negozio di dischi. Ho comprato un cd, a penna ci ho scritto sopra la data e, una volta a casa, l’ho ascoltato a un volume altissimo ballando da sola. Era l’unica cosa che mi interessava davvero fare quel giorno. Quelli che la maggior parte delle persone individuano in me come grandi meriti o capacità, per me sono solo rotture di coglioni. Preferisco ballare.

***

Oggi, venerdì 17 ottobre, s’è spenta una persona che ha rappresentato per me un mondo e un modo di vivere. E, soprattutto, una porzione sostanziale e significativa di me, della mia vita e dei miei ricordi, che avevo seppellito appositamente nella dimenticanza. Così come dimentico di scrivere che sono triste. Così come dimentico che sono triste. Perché voglio dimenticarlo.

Oggi, venerdì 17 ottobre, quella porzione di me, quella che ha meriti e virtù infinitamente maggiori di uno stupido voto, di uno stupido titolo, di stupide parole, di stupide “cosità”, s’è ricordata d’esistere con un dolore straziante. E non ha potuto fare a meno di spostarsi un masso.

Quella me ha contattato una persona cui rifiutava qualsiasi contatto da 5 anni, dopo quasi 20 anni di legame quotidiano e intenso, legame fraterno, legame intimo e vitale che ha connotato la mia esistenza, il mio essere quello che sono, il mio non essere mai più stata.

– Non riesco a reggermi uno strazio che non pensavo avrei provato in tale circostanza. Stringimi una mano in silenzio, per favore -.

Poi ho letto la risposta.

– Te la stringo ora e tutte le volte che ne avremo bisogno. Oggi è un giorno straziato. Ma ne abbiamo fatto parte. E con stile -.

Ho preso un masso enorme della mia vita e l’ho spostato con un soffio. Senza dire niente a nessuno. Incurante di qualsiasi conseguenza. Questa sono io. Questa qui.

Come prendere il masso Madre, o Padre, o Fratello e spostarlo da qua a là. Lievemente. Silenziosamente. Senza scalpori. Senza chiasso.

Cosa accadrà ora? Che succederà? Non lo so. Non ne ho idea. Ci sto pensando solo ora. Sono riuscita a fare quello che per 5 anni non ho potuto, voluto fare. Quello che per anni non sono riuscita a fare. Terrorizzata. Ci sto pensando solo ora. Con lo stomaco da qualche altra parte, gli occhi sgranati, la testa in ebollizione nebbiosa.

Ma noi ne abbiamo fatto parte. E con stile. E non devo dimenticarlo mai più.

***

Ho trascorso una bella serata, allegra e serena, con una persona che mi sembra carina, anche se mi fa schifo definire “carine” le persone. Se lo sia davvero, carina, non lo so. Ma ha fatto in modo che la mia serata lo fosse e per me questo è già molto. Ho bevuto un mojito buonissimo, mica lo sapevo che in quel posto fanno il mojito così buono. Devo tornare a prenderlo. E voglio portarci Mother quando verrà da me. Chissà se la persona che sembra carina s’è accorta durante la serata che in me c’era una rivoluzione, un moto ondoso, uno tsunami. Chissà se s’è accorta che avevo da poco preso il biglietto della mia vita che porta in destinazione ignota e lo avevo obliterato. Chissà se s’è accorta che avrei voluto urlare più forte che potevo qualsiasi cosa, solo per spezzarmi le corde vocali. Glielo chiederei quasi.

Talvolta penso che potrei prendermi una pugnalata al centro del petto e continuare a mantenere impassibile il mio sguardo.

E magari sorridere pure.

Ma anche l’amicizia è un dardo. Che ti si conficca sempre lì.

Entra in casa come una furia, un’erinni, un ciclone, urlando, letteralmente urlando, milioni di parole, una di seguito all’altra con toni diversi: interrogativo, esclamativo, molto esclamativo e esclamativissimo.

Io sono in cucina che bado a due sleppe di spigole (n.d.r. branzino per i polentoni del Nord) che sono in forno, belle incastrate sotto un’erta  e coriacea coltre di sale che, ogni volta, mi ricorda lo spessore della mia personalità, pronta a sbriciolarsi con una mestolata ben assestata. Ho lasciato la porta di casa aperta dopo il suono del citofono, as usual.

Mi volto con l’occhio spalancato e la vedo che mi entra in sala buttando la borsa sulla poltroncina, gesticolando ossessiva. Solo dopo capisco che è al cellulare, con l’auricolare e sta raccontando qualcosa che, credo, non voglio sapere.

Silenzio. – Pronto? Pronto? -. Mi guarda con l’occhio incredulo. – Sto parlando al telefono da sola!-.  Lo vedo che è paonazza di rabbia, ma non ce la faccio, non ce la posso fà. Scoppio a ridere mentre mugolo delle scuse stridule, mescolate alle risate che non riesco a frenare.

Resta interdetta qualche secondo. Poi, finalmente, ride pure lei. Evvai cazzo! Evvai! Penso di averla sfangata facilmente.

E invece no.

Si siede in cucina, mi guarda ancora con l’occhio spiritato. – Devo fumare, anche se ho smesso -. Prende le mie sigarette. E attacca.

Stessi toni, stesse parole. Ha ragione, la capisco, stavolta ha perfettamente ragione.

Io però ciò le sleppe in forno e ‘nsia mai che mi si cuociono troppo. Aò 30 Euri de spigole!

– Che dici? Una birretta? Uno strappetto alla dieta stasera, eh Tata? -. Ci provo così.

Ci pensa un attimo. – Sì Tata sì. Stasera sì -.

Lo so, lo so. Tata&Tata. Non ditemi niente. Lo so… Tata&Tata… e vabbè.

La ingolfo di birra, mentre finalmente le sleppe sono pronte. Mangia con foga, beve, fuma e parlaparlaparlaparla.

Sento che la questione non è di pronta e rapida soluzione. Non basta una bottiglia di idraulico liquido come al solito, qua tocca chiamà lo stagnaro (n.d.r. idraulico, per i polentoni del Nord).  E, del resto, anche io ho qualche cazzo su per il culo, ma, vabbè, me lo tengo, as usual.

Quindi passo in rassegna, velocissima, tutte le stronzate da poter dire per raggiungere il consueto effetto: sedativo-motivazionale.

Niente, le ho usate già tutte con lei.

Poi, un lampo di genio.

– Tata, ho fiducia in te: tu sei come l’Araba Fenice -.

Pausa. Mi guarda con l’occhio sguincio, perplesso ma incuriosito.

– Cioè? -.

Evvai! Questa non la sa! Ciò azzeccato!

– La Fenice, l’uccello mitologico: rinasce sempre dalle proprie ceneri, dopo la morte -.

E’ folgorata, colpita, stupita. Vuole sapere.

Attacco un pippone misto di mitologia, filosofia, PNL, linguistica… Una roba che manco lo so che cazzo ho detto. Una supercazzola divina.

– Tata! Tu sì che sei cazzuta! -. Uh! Una cifra, sapessi…

Nel frattempo ho uotsap che impazza. Normale amministrazione. Sono programmata per: mandare affanculo qualcuno, amare qualcun’altro, dare la buonanotte a due-tre persone, rispondere a quesiti metafisici, scrivere porcate e, intanto, rifilare a voce il pippotto a Tata e pensare a cosa cucinarmi domani sera. Tutto insieme.

La supercazzola è andata a buon fine. E’ sedata e motivata. Pronta per lasciare la Casa del Disagio, ex Villa Sticazzi. Già pregusto il silenzio, la solitudine, il nulla cerebrale.

Ma ecco che il cellulare mi lampeggia di nuovo: – Almeno stanotte possiamo sentirci che ho ancora bisogno di parlarti? -.

Mi viene la tachicardia.

Lo faccio, lo faccio, lo devo fare!

Spengo il cellulare.

Tata se ne va.

Ma il mio cazzo su per il culo sta ancora lì.

Mi bilancio dove non batte il sole

Settembre è il mese dei bilanci…

Sì? Davvero? Mai cagato. Never covered.

E quello tra capodanno e gennaio, che tanto verrà ripetuto come un pappone indigesto? Quanti cazzo di bilanci fate?

E poi c’è la primavera – oh che bello che bello – e sbocciano le pratoline e le violette e le roselline e sta cippa che è immediatamente antecedente all’estate che è sempre troppo calda/non abbastanza calda e di nuovo settembre con il bilancio ante-capodanno…

Spetta che ci penso eh.

Ci ho pensato.

Mentre mi davo un’annoiata grattatina al pube.

Mai fatto bilanci in vita mia.

Sarà che nasco ogni giorno?

E chi c’è c’è, chi non c’è non c’è. Non esiste. Scusa, chi sei? Ci conosciamo? Mi spiace, ma proprio non mi ricordo. Ah davvero qualche mese fa uscivamo insieme? E come mai oggi al mio risveglio non c’eri?

Ah stavi per caso aspettando che arrivasse settembre per poter fare un bilancio d’aria fritta?

No, perché io, sai, nel frattempo sono nata una sessantina di volte circa e, tra una nascita e l’altra, solitamente erigo templi e mi perdo i pezzi di merda per strada.

Ieri è passato remoto.

Andai.

Vidi.

Feci.

Ecco, soprattutto. Feci.

With the fire from the fireworks up above me
With a gun for a lover and a shot for the pain at hand

Black

Te lo ricordi?

Ricordi quando tornavamo a notte inoltrata verso casa sulla tua Clio nera?

Quando, dopo la chiusura del locale, attraversavamo una Roma silente e oscura? Dal Lungotevere, illuminato di giallo e arancio, di foglie enormi e gorghi grigio verdognoli, alla nostra periferia di lampioni rotti, alle stradine secondarie, marginali, desolate – non ci sono semafori qui – dicevi. E il semaforo di Caracalla? Quello più lungo di tutto l’universo, in prima fila a quell’ora, con i finestrini aperti e lo stereo che si confondeva con quello del vicino di macchina. E quando accanto c’era una coppia di ragazzi ci si passava gli accendini da un’auto all’altra  e – Dove andate di bello a quest’ora? –  – A casa e voi? – – Anche noi. Che zona? Un caffè prima di casa? – – No grazie -, e, appena scattava il verde, ridendo pigiavi sull’acceleratore per partire per prime e far mangiar la polvere a quelli dietro.

Ti ricordi le sigarette e le parole e le lacrime e tutte le congetture del mondo e le risate ricordando una serata appena trascorsa. Quando tornavamo dall’Alpheus dove passavamo metà della notte a chiacchierare con tutti quelli che conoscevamo, sedute sui cosi rosa nel corridoio e poi disperderci di tanto in tanto in qualche sala a scelta a ballare perché sentivamo una canzone – che proprio non posso non ballare-. E poi inseguire con gli occhi nel buio quello che ci piaceva e poi raccontarci, lì, sulla strada, le parole precise che ci si era scambiati per capire bene.

E non c’era un cazzo da capire e lo sapevamo bene, però ci piaceva parlarne comunque. E ogni tanto anche prendere in giro le cazzate che avevamo ascoltato, perché dissacrare l’amore era il gioco più bello del mondo, quasi quanto piangerne per una notte per poi amare ancora il giorno dopo.

Te lo ricordi, amica mia? Che io te lo dicevo sempre? Che l’importante è vivere fino in fondo per sé e che gli altri sono solo le comparse all’interno del proprio film e, solo quando arriva un attorone di quelli davvero bravi bravi, allora, solo allora, forse ci può essere un coprotagonista. Che la sceneggiatura sei tu che la scrivi e, se vuoi, puoi far morire chi ti pare, anche il coprotagonista o la protagonista stessa?

Non te lo ricordi mi sa. L’hai dimenticato. Ti vedo consunta dall’affannosa ricerca di qualcosa che non va ricercato, incapace di scrivere, dirigere e recitare il tuo film. Hai smesso di pigiare l’acceleratore per far mangiare la polvere. Il tuo volto è smunto e la tua bellezza folgorante spenta e opaca. Aggrappata alle labbra di chicchessia, il primo che passa, che ti getti uno spicciolo.

E te lo ricordi quando arrivavamo in quella strada dritta e buia? Quella dove Elvino Gargiulo uccise i bambini seppellendoli in una fungaia forse in una notte come quelle? E io ti dicevo – Fai il Big Shooter – e allora tu alzavi lo stereo e acceleravi forte, scivolando via dritta, come una navicella proiettata nello spazio, mentre cantavamo a squarciagola senza interromperci.

Scommetto che non ti ricordi cosa cantavamo, quali erano le due canzoni che tutte le notti, in quelle notti, dovevamo sempre ascoltare, come un rito di passaggio tra due dimensioni. Quelle dimensioni tra le quali io ancoro gioco saltellando.

E allora, amica mia, forse è ora che te le ricordi io.