Proseguendo una conversazione interrotta dall’incombente

E’ il problema di chiunque si costruisca un personaggio rappresentativo di un’unica porzione di sé.

Con la convinzione che esso costituisca la propria parte fondante, la reale unicità di un essere che unico e monolitico non può (essere).

Per sopperire a frustrazioni, colmare mancanze, ingigantire piccolezze e nascondersi i giganti.

Perché la bellezza del personaggio è nella sua costruzione realistica e reale, ma marginale rispetto al prisma complesso dell’essere.

E’ nella coscienza e volontà del personaggio, nel dolo del medesimo.

Così è possibile l’alternanza delle maschere. Autentiche, ma variabili come il mascara nero, blu o viola. Come una cravatta diversa per ogni giorno. Come il cielo: mutevole nei tempi e nei luoghi, eppure unico.

Così è possibile l’uso del personaggio per il proprio piacere. E per quello altrui. E’ possibile estrapolarlo da qualsiasi dimensione per incastonarlo in altre.

E, dicevo, il problema di chiunque si costruisca un personaggio rappresentativo di un’unica porzione di sé è proprio quello di rimanervi incastrato, staticamente infisso. Di non essere in grado di uscirne e, anzi, di fomentarne quotidianamente l’ampiezza, ingrandendosi la convinzione d’essere esattamente, propriamente ed esclusivamente ciò che si vorrebbe o si assume essere.

Legittimato dagli applausi di spettatori interessati esclusivamente allo spettacolino della settimana, prima di spostarsi altrove. Di spettacolo in spettacolo. Senza, realmente, comprendere le capacità interpretative. Troppo occupati, a loro volta, nella propria personale interpretazione di un unico personaggio.

Così i giganti nascosti mutano le proprie forme in fantasmi e ombre e mostri, da individuarsi in un esterno inesistente.

Inesistente tanto quanto l’interiorità ormai tristemente soppressa dall’ossessiva costruzione e vivificazione dell’unico (e alla fine anche un po’ noioso) personaggio.

Ecco. Ora me ne vo a far cose e addentarmi un pezzetto di quotidiano.

Scegliendomi l’abito più adeguato all’interno di un guardaroba di proporzioni imbarazzanti.

19 comments

  1. Bevo questa dissertazione e me la faccio girare in bocca per evincerne il gusto tannico e riconoscere tutti i sapori stratificati.
    Perché questo succede: cominciando ad esplorare un frammento di sè, senti lo spigolo di un altro pezzo che spinge nel fianco, domandando voce.
    E hai bisogno di allestire uno spazio tutto per lui, per non influenzare la sua libertà di esprimere l’ombra e la luce.
    Ed ogni frammento è vero e comprensivo del tuo essere. E ne scopri di nuovi, nascosti ed incredibili, apparentemente in contrasto ma, che assaggiati nel loro insieme, lasciano sapore complesso e delizioso sul palato.
    Io ti sto scoprendo poco a poco, ma c’è sempre una nuova espressione, un nuovo fiore di loto che si risveglia nel laghetto orientale.
    Perdersi tutto questo di te è il fio pagato dal fuffarolo che, trafelato, veleggia di blog in blog.

    1. Spetta che me siedo du secondi, che lo zenzero mi sta aprendo in due e attendo l’effetto chimico di riassestamento. Che oggi devo, devo proprio andare.
      Eppure… eppure anche lo zenzero che per me è piacere, assume l’aspetto di una conseguenza calcolata e sticazzata: fastidio marginale vs. piacere. Ah non ho dubbi sulla scelta.
      Ad ogni modo, le tue parole vanno a toccarmi uno degli angoli pudici che conficco mascherato tra le diverse facce del prisma. Mascherato e conficcato eppure visibile a chi vuol guardare.
      Durante tutto questo tempo ci sono tue frasi che mi si sono fissate stabili nella memoria, indelebili. Frasi sulla mia persona che, in realtà, mi espongono, svelata, la tua. E che, in un caso specifico, m’hanno sorpresa, vivamente sorpresa, inducendomi a una nuova domanda. Complessissima. Alla quale ancora non so rispondere.
      Credo sia così debbano funzionare le relazioni. O almeno per me è così che funzionano.
      Tu guardi me e io guardo te che guardi me e così di continuo. Alla ricerca di, con la scoperta di e con l’immenso piacere di. Perché poi, come sempre, è solo una questione di intenzioni. Ancor di più se non dichiarate, ma palesemente e fattualmente esibite.

      Non lo so. Non so se perdersi “cose” di me sia un fio. Non ne ho idea. Dipende da cosa si desidera per sé nella vita. Posso farmi un’idea vaga osservando chi c’è e chi non c’è. Chi s’accontenta di un riflesso e chi desidera la sostanza. La “polpa”, come dice il musicante. Chi si perde cose e chi non se le vuole perdere. Ecco, in questo senso, mi ricavo qualche altra opinione in merito.
      Non so vedo tante persone tanto convinte, ma non mi sembrano propriamente soddisfatte.
      Io son mai convinta di un cazzo. Eppure…

      Vado và.

      1. Ci sono affinità profonde: in alcuni casi speculari, altre volte gemelle oppure che vanno a completare, a riempire spazi vuoti, ad unire i puntini.
        Tu dici cose che sono anche mie, ma trovano la loro esaustiva verità nel momento in cui tu le mostri.

        Non so neppure io. Sai quando hai una vocina dentro che ti dice che ti stai perdendo qualcosa d’importante, ma tu non la ascolti. E resta l’eco, il vuoto, incomprensibile, quasi fastidioso, perché si sono dimenticate le parole.

      2. E comunque, mi succede, poi, che in un contesto serio, formale, in momenti di silenzio, in presenza di diverse persone, capita che mi torni in mente un frammento di conversazione.
        E succede che, porca mignotta, mi venga da ridere ridere.
        Come oggi, che mi son dovuta trattenere, guardare in basso, tapparmi il naso, cercare di pensare ad altro…
        Hai una pessima influenza su di me!

      3. Perché pensi che un riflesso sia un accontentarsi e chi ti dà la sicurezza che la polpa sia la sostanza? Ornamento e monumento avrebbe detto il mio amico Gianni (o in nostro comune amico Martin), chi è più importante? E chi ti dice che chi si vuol perdere qualcosa non lo faccia per non perdersi tutto? (oh, stasera so’ domandoso….)

      4. Suppongo che chi non desideri conoscere altro di me se non strettamente ciò che gli interessa o gli serve al momento, tendenzialmente non sia interessato a me, globalmente intesa. Cioè se vuoi guardare solo una faccia del prisma e non il resto, mi pare di capire che di tutto il resto non te ne fotte un cazzo. Ergo, più facilmente ti mostro quella faccia che tu stesso vuoi, poi mi girano le balle assieme a tutte le altre facce e finisce lì, perché mi stufo.
        Il tutto comprende il qualcosa, quindi comunque il tutto lo perdi. Però forse ho capito cosa intendi. O meglio, cerco di farmi diversi esempi nella testa (la casistica la chiamo). Credo, in questo caso, che la valutazione sulla “perdita” implichi la valutazione sull’importanza o essenzialità di quel qualcosa all’interno del tutto.

        A me piacciono le domande.

      5. Non sempre il qualcosa è dentro il tutto, Anzi, spesso la scelta, nel momento in cui la fai, implica che prendi qualcosa e lasci qualcos’altro. Per esempio io, quando me l’hai chiesto, ho scelto di andare in guerra con te. Sapevo che perdevo qualcosa? Sticazzi, era la cosa giusta da fare. Ma soprattutto ho scelto di avere qualcosa (o meglio, qualcuno) e quindi di perdere qualcun altro. Così ti torna?

      6. Mi ricordo sempre quello che chiedo alle persone.
        Se mai dovessi chiedere a qualcuno di combattere una guerra per me o con me, lo farei sincerandomi che lo sappiano fare e che non abbiano un cazzo da perdere, nemmeno un like su un post.
        Così come me.

    1. Macché perle! Era solo davvero la prosecuzione di una conversazione, che però era un pezzo qua, un pezzo là, un po’ su, un po’ giù, perché faccio milioni di cose insieme, poi dovevo uscire e allora al volo al volo ho scritto il post per sintesi.
      Che poi, resti fra noi, tanti cazzi dei like…ecco.
      Se fossi interessata ai numeri, saprei bene cosa scrivere e come scriverlo e tu sai che io so che tu sai, all’infinito.

      Pensa biondo che il mio blog preferito, in assoluto in assoluto, che proprio siamo nell’ambito del genio, non è su wp. Lo seguo da 8 anni. Scrive per cazzi suoi, 1 al massimo 2 post al mese, talvolta per 2 mesi non scrive nulla, ed ogni post è lungo da mo-ri-re. Una roba impensabile per wp.
      Ebbene, l’autore di questo blog che mantengo segretissimo, tanto che nemmeno Mother lo sa, non gira, non legge, non cerca, non si fa vedere. I suoi post ricevono 3, massimo 4 commenti, per lo più da parte del suo migliore amico.
      Quando capita qualche estraneo, gli prende l’ansia.
      Un fracco di persone lo ha spinto a scrivere altro, oltre al blog. Ma lui se ne fotte.
      E, pensa un po’, io so anche chi è. Di più. Per quei cazzo di casi della vita, dieci anni prima che aprisse un blog, io l’ho anche conosciuto di persona. Una storia stranissima.

      1. ghghghghghghghgh
        Verissimo che faccio casino… ma stavolta l’innamorata non ero io!
        Cmq mi diverto tanto a fare casino da innamorata. Mi secca quando non riesco a innamorarmi di nessuno, mi secca da morire!
        Mi trovi qualcuno di cui innamorarmi? Eddai eddai… ultimamente sono pigra.

        P.S. Senti chi parla…

      2. L innamoramento è un interruttore
        Click
        Scatta o non scatta
        Click
        Mi fanno ridere le donne (di solito sono loro) che per innamorarsi vogliono conoscere pure quanti peli nel culo c hai
        Più conosci uno/a più difficile é innamorarsi
        vaglielo a spiegare..

      3. Santalamadonna!
        Solo tu…solo tu!
        Alle donne spiegaglielo tu.
        Io lo spiego agli uomini.

        Anzi. Me so rotta li cojoni di spiegare.
        Ammetto, accetto e annetto solo chi già sa.

      4. Ps: e comunque scusa ma é una cazzate dire che scrive per sé. Nessuno lo fa davvero. Anche quelli che usano la scrittura come terapia. Chi apre blog men che meno. Se fosse come dici te non userebbe il web. A me gli ipocriti stanno sul caxxo.
        Ecco perché proprio non mi sopporto.

      5. Aridaje co sta storia… Dovrei riprendere un mio commento e ricopiartelo per non scrive sempre le stesse cose.
        Babbo, scrivo di più nel mio blog privato, inaccessibile a chiunque, che qui o altrove. Te dico pure come si chiama: “Finalmente sole”.

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