Slow play*

Era proprio tra il Wyoming e il South Dakota, con un pizzico di Montana, che inviavo mail lunghissime per raccontare a un ragazzo che non conoscevo la diversa consistenza del corpo e l’odore dei jeans gettati sulla moquette dei motel, la potenza dell’Old Faithfull, le steak house e il sapore del caffé all’alba, Deadwood, la Dead Man’s Hand e l’amore assolutamente folle e non ricambiato di Calamity Jane per Wild Bill Hickock, le loro tombe vicine, le Harley in fila lungo la strada e i colori del Morning Glory.

Non lo conoscevo, ma saperlo lieto dei miei racconti, entusiasticamente incuriosito da un mondo e una vita a lui sconosciuti, mi era sufficiente. Per spendere quell’oncia di tempo a cercare le parole per descrivere l’esatto odore dell’aria e la linea di luce negli occhi di Las Vegas.

Una volta l’ho anche chiamato al telefono. Dalla piscina di Sheridan, chissà che ora era in Italia. M’ero dimenticata la sua voce, avendola ascoltata una sola volta in precedenza.

Onestamente, lo confesso, a me non me ne importava molto.

Di quel ragazzo. Mi divertivano le sue stranezze e il senso di sorpresa per qualsiasi piccola insignificante cosa.

Ero felice. E ho sempre pensato che quando si è felici, si possa amplificare e lasciarsi dietro un’eco di quella felicità condividendola. Così tra decine e decine di persone avevo scelto lui per la mia condivisione. Mi sembrava meritarlo, mi sembrava lo desiderasse più di altri o che ne avesse bisogno più di altri. Che volesse un sogno nuovo. E, allora, perché no?

E al ritorno mi ha ascoltato per ore raccontare tutto ciò che non ero riuscita a scrivere. Credo di non aver mai parlato tanto in vita mia, così, tutto insieme.

E’ stato durante quelle interminabili conversazioni che mi ha detto di aver comprato il biglietto per un treno e aver prenotato un albergo per venire qui. Ma non da me o per me. No no, per rivedere dei vecchi amici di Roma. Che sarebbe stato qui una settimana e, se magari ne avessi avuto voglia, gli avrebbe fatto tanto piacere incontrarmi per un caffè.

E io, sì, ero incuriosita, certo. Ma non molto. Non avevo grandi interessi nei suoi confronti se non quelle chiacchierate sull’America e Heidegger. A me sta più che bene far chiacchiere al telefono, a kilometri e kilometri di distanza. Non mi cambia nulla sotto certi aspetti. Essendo, per certi versi, tutta conficcata nel cervello e, per altri, solo sulla pelle. Una perfetta scissione in una straordinaria coabitazione.

Ma sì, che venga. Deciderò il giorno stesso se ho voglia di incontrarlo o meno. A seconda di come mi gira.

Volevo inviargli una mia foto, assieme a quelle dell’America. Ma mi aveva strappato la promessa solenne di non inviargliene alcuna. Voleva vedermi per la prima volta di persona. E quando gli inviai una foto della Cagnola in cui si vedeva la mia mano che le accarezzava il musetto, ne fu terribilmente contrariato perché “era un pezzo di me” che gli era giunto tramite un’immagine.

Diceva che non voleva che considerazioni di alcun genere sulla fisicità condizionassero il piacere di un incontro.

Mi son detta – E vabbè, è strambo. Sticazzi -.

Così, dopo un paio d’ore dal suo arrivo a Roma, ci siamo dati appuntamento per un caffè.

Erano i primi di settembre di un anno fa, un primo pomeriggio caldo e assolato. Avevo ancora Vegas negli occhi a colorarmi la pelle e aprirmi il sorriso.

Non c’era nessuno al centro della piazza a quell’ora. Tranne lui.

E quando l’ho visto mi si sono spalancati gli occhi e la pelle mi ha appena sospirato un -Ooohhh- di sorpresa.

No, non ha mai dormito nell’albergo che aveva prenotato.

E no, non aveva nessun amico a Roma.

Ora, di tanto in tanto, mi aiuta a piegare le lenzuola per stenderle.

deadmanshart

* Lo Slow Play è una delle forme di bluff usate nel poker: si fa credere all’avversario di avere una cippalippa quando invece si hanno carte forti in mano per spingerlo a continuare a giocare puntando sempre di più, al fine di riscuotere un piatto sostanzioso. Ammiro lo slow play altrui.

* Nella Dead’s Man Hand si hanno in mano due assi entrambi neri e due otto entrambi neri: erano le carte che aveva in mano Wild Bill Hickock quando venne ucciso a Deadwood durante una partita a poker. Avere una dead man’s hand in mano non è mai una bella cosa. Anche in senso non metaforico suppongo.

17 comments

  1. Si chiama gioco d’azzardo. Bisogna avere il coraggio di azzardare, e il baro ne è il maestro.
    Non puoi barare con te stesso, E non puoi usare sempre lo stesso trucco e sempre allo stesso tavolo.
    Non so tu, figliola, ma ormai riconosco le carte dal dorso: ogni piega, ogni angolo smussato dall’uso.
    Quando avremo il nostro grazioso bordello a Shangai, gradirei la saletta da gioco d’azzardo con deliziose e deliziosi croupiers, in abiti di seta con il collo alla coreana. E giocherei, pronta a puntarmi la vita. Tu avresti una collezione di fermagli per capelli in materiali preziosi e di squisita fattura, che un tuo ammiratore, sempre in giro per il mondo, ti porterebbe come cadeau al ritorno dai suoi viaggi.

    1. Il coraggio e il piacere.
      Quando le carte son vecchie e troppo usate, si cambia mazzo.

      Desidero avventori dall’elegante sguardo impassibile.
      E un abito blu. E l’abolizione di ogni necessaria spiegazione che oltrepassi la singola frase.
      Piccoli cenni per azioni. Conversazioni rarefatte con la significativa presenza del non detto.

      Sorriderò inclinando la testa sempre a sinistra.

      1. Mi piace cambiare mazzo di carte.
        Ne ho sempre pronto uno nuovo, ancora nel cellophane.
        Nuovo giro, nuovi giocatori, puntate alte.

        Quale colore per il panno con cui rivestire i nostri tavoli da giuoco?

      2. Rosso.
        Shanghai. Rosso. E non sento ragioni.

        Giammai il 4!
        Però voglio la vasca da bagno grande quanto una stanza. La voglio, la voglio, la voglio!

      1. ops! ho fatto una gaffe…maledico la mia mente. I’m sorry Salander . Questa me la sono cercata e la sento come un bel calcio nel culo. Come diavolo fai a sapere che vengo nutrito a croccantini ?

      2. Chino il capo e costernato per lo sgarro accuso il colpo e sono sicuro che il mio non ti abbia scalfitto. Thank you darling. Io son così un’ammucchiata di refusi per errore scrivo e a volte penso. Touché.
        Mi fai sangue così ruspante Salander

  2. Non sono mai stata capace di bluffare, mi viene sempre da ridere quando ho belle carte, e puoi star certa che quando succede, la posta non è alta quanto vorrei. Non so bluffare ma ho imparato a rischiare. In un filmaccio di quelli che guardo io, Terence Hill dice “Piatto ricco, mi ci ficco”. Anni fa non avrei mai giocato senza una mano vincente, adesso gioco a prescindere, e se va male mi rifarò alla prossima. Se non gioco non mi diverto, mi sono stancata di veder girare le carte senza prenderle in mano.

    1. Stasera il concetto di rischio continua a girarmi intorno, come se il post notturno avesse stabilito l’argomento della mia giornata con chiunque.
      Io ho sempre adorato giocare, forse ce l’ho nel dna, mio padre era un accanito pokerista.
      Ma ho sempre giocato con una certa moderazione, rischiando sempre, ma mai troppo.
      Al contrario sotto certi aspetti, nella vita, nelle relazioni umane, nelle scelte professionali, ho sempre rischiato senza mai timori.
      Me la son presa in culo qualche volta, sì. Sicuramente. Eccome.
      Ma dio santo quanto ho vissuto! E più invecchio e meno ho paura. Come se la mia capacità di recupero dopo la delusione, la violenza o l’amarezza, si fosse velocizzata tanto che quasi non so se preoccuparmi.
      Mi viene sempre in mente la frase de Il Danno di quel genio di Louis Malle: “Le persone danneggiate sono pericolose. Sanno di poter sopravvivere. È la sopravvivenza che le rende tali perché non hanno pietà. Sanno che gli altri possono sopravvivere, come loro”.

      1. Era proprio alla vita privata che mi riferivo. Nel lavoro mi sono sempre buttata senza problemi, fidandomi delle mie capacità. Ma quando non dipendeva tutto da me era diverso, ci pensavo diecimila volte. Il tempo e le cicatrici servono anche a questo, a cambiare punti di vista e modi di agire.
        E succede che negli ultimi mesi mi sono ritrovata a fare cose mai fatte. Partire per l’Islanda con otto sconosciuti incontrati per la prima volta in aeroporto. Situazione analoga per la Giordania. E quanto mi sono divertita.
        Rispondere ad un uomo che anche per me è stato solo un gioco innocuo, senza strascichi e senza conseguenze. E un attimo dopo confessare invece che no, non è stato affatto innocuo, che mi fa male lo stomaco e mi tremano le mani al solo suo pensiero, scoprire tutte le carte in un sol botto, e denudarsi fino all’anima, all in. Per scoprire poi col cuore in gola che non era stato innocuo per nessuno dei due. E che mi sarei persa se non mi fossi buttata alla cieca in quel modo!!!
        Ci vuole coraggio, e hai ragione, più invecchio e più me ne viene . Sarà che mi rendo conto che il tempo è sempre di meno o che bisogna vivere il più possibile, costi quel che costi, e se anche mi faccio male, sticazzi, almeno ci ho provato.

      2. Partire con degli sconosciuti… mi piace!
        Una volta un tizio mi disse che voleva gentilmente offrirmi una vacanza a Las Vegas, quando avessi voluto, sapendo che la amo molto. Gli risposi: “Ma non ci conosciamo!”. Apprezzai la sua risposta: “Appunto! Ci conosceremo a Las Vegas, immagini qualcosa di più bello?”.
        Rifiutai. Allora convivevo.

        “Che mi sarei persa”… è questo il mio pensiero costante. Non voglio perdermi nulla. Che il tempo sia poco lo so da sempre, vivo con la precarietà nel dna.

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