I’m on my way

Niente luna stanotte.

Un velo di nubi stracciate e filamentose cosparso in un cielo in cinemascope, enorme e schiacciato, ne lascia appena intravedere il bagliore lattiginoso a illuminare in lontananza il profilo di una collina arida.

Il vento s’alza a folate ampie e morbide. Caldo, come un abbraccio avvolgente e carezzevole.

Lisbeth è inquieta.

E’ quel vento a smuoverle l’anima, forse. O i grilli che friniscono senza sosta, l’urlo del rapace solitario a straziare il silenzio o, ancora, quel pensiero che, incessante, le graffia il sonno.

Di fronte alla porta della sua stanza, in quel motel perso nel deserto, concede al vento l’incontro notturno con la sua pelle. I capelli corvini s’alzano e volteggiano, lunghi, accompagnandosi alla stoffa leggera del vestito.

Osserva, senza davvero guardare, il turchese della piscina, al centro del piccolo cortile. Le luci basse giocano con l’acqua smossa dall’aria a proiettare ombre e movimenti.

E’ per questo che non se ne accorge subito.

Un’ombra sotto il porticato, dall’altro lato del cortile, apparentemente immobile, la osserva a distanza.

Lisbeth, altrettanto immobile, si ingrandisce le pupille e lentamente disegna i contorni di un uomo.

Poggiato a una trave del porticato, il ginocchio piegato, il tacco dello stivale sul legno. Un rapido riflesso di luce dalla piscina e compare una bottiglia di birra in una mano.

Lo straniero sa d’esser stato visto. Avvicina la bottiglia alle labbra e beve un sorso.

Lisbeth si passa leggera un polpastrello sopra le labbra, un velo di sudore. Poi con una mano si raccoglie i capelli e con l’altra s’accarezza la nuca, il collo e il petto. Il caldo dipinge sulla pelle i riflessi di una luna nascosta.

Lo straniero si piega a poggiare la bottiglia ai suoi piedi.

Lisbeth si muove appena, un paio di passi verso la piscina. Poi si ferma. Accende una sigaretta.

Lo straniero accende ripetutamente uno zippo sfregandolo sui jeans e poi lo richiude di scatto, spegnendo drasticamente la fiamma.

Rumore, fiamma, rumore.

Si guardano, silenziosi, fissi. Si guardano senza vedersi gli occhi.

Lisbeth, sollevando leggermente il mento, spalle dritte, cammina lentamente verso la piscina.

Rumore, fiamma, rumore.

Lisbeth getta la sigaretta lontano da sé. Una scia di scintille rosse infiamma l’asfalto. Poi apre il piccolo cancello della piscina e s’avvicina al turchese che danza con i fantasmi di luce e ombra.

Rumore, fiamma, rumore.

Si abbassa e con una mano raccoglie un po’ d’acqua. La lascia scivolare sul collo e sul petto a refrigerarsi dalla calura che sembra non cedere al buio. Con la coda dell’occhio controlla la fissità dell’ombra contro la trave.

Rumore, fiamma, rumore.

Poi, d’un tratto, silenzio.

Lisbeth volta il capo lentamente e guarda dritta quel silenzio.

Tacchi degli stivali sull’asfalto.

Lo straniero s’avvicina. Passo regolare e cadenzato.

Lisbeth cammina verso il cancello.

E’ lì, sul cardine di quel cancello, che s’incontrano.

Lo straniero la sovrasta più di una spanna. Camicia texana arrotolata agli avambracci, spalle possenti, occhi di ghiaccio.

Sguardo fermo, sicuro, una pagliuzza di sorriso sfrontato a macchiarne il gelo socchiuso. Incastrato con l’altro, nero ardente che, di rimando, lo guarda dal basso verso l’alto, quasi senza un battito di ciglia.

E’ lo straniero a parlare per primo.

Voce bassa, profonda, whisky di torba e tabacco. – I got a situation –

Veloce, un brivido le corre lungo le braccia. Lisbeth con lentezza distoglie lo sguardo abbassandolo sulle labbra che hanno appena detto, e ancora in basso, sulle spalle, il pettorale scolpito, l’addome, la vita bassa e poi, più giù, si ferma, attenta, sul cavallo dei jeans a guardare. Indugia. E osserva.

Inarca appena un sopracciglio, piegando impercettibilmente il capo da un lato e, lieve, un sorriso compiaciuto le risolleva lo sguardo socchiuso tra le ciglia a tornare sul ghiaccio che la guarda spudorato, poi, con le labbra morbide, morbidissime, in un sussurro: – We can fix it -.

N.B. Chi ha poca dimestichezza con l’inglese e/o con film e serie tv americane (in lingua originale) difficilmente comprenderà l’ironia “linguistica”. Posso anche far finta d’esserne dispiaciuta.

42 comments

  1. Non riesco a cogliere il fascino che dici… puoi non dispiacertene…
    Anche perchè il racconto ha ritmo, ha sostanza… tempi dilatati come nei migliori western e rush inferociti. E brava Lisbeth!

  2. Ma lui è un miscuglio di Clint Eastwood con una punta di Brad Pitt quello di Thelma &Louise?
    Perché questa è la scena di un film, pellicola che scorre via lisia lisia come una bicchierata di levissima (scusa, Mother ha chiuso la cassa tardi al Pamela, ieri sera, ed è ancora in modalità balera).
    Anzi, è un corto vero e proprio, con una sua storia il cui finale, credo, non lascia dubbi.
    Se lui è omo vero fino al midollo.
    Non moschio.
    Perché allora….ma se ha una situation….

    1. My beloved Mother (non ti grattare le palle, lo so che sei still alive, ma adoro “beloved” eheheheh), you got it!
      Sul primissimo piano ci metto Clint perché lo sguardo di Clint per me è il re degli sguardi. Sergiuzzo mica era tonto, se l’è scelto bene l’inespressivo espressivissimo. E io lo voLio così.
      Ma ci schiaffo sotto il corpo di Brad, proprio quel Brad, giovine e ruspante.

      Mother, dammi una balera vecchiotta, con la puzza di fumo ancora sui divanetti (perché sono come Visconti: anche se nei film non si sentono gli odori, quanto giro voglio l’odore autentico), l’orchestrina, gli attori e ti giro una web series solo per me e per te. Praticamente un fracchettino di soldi da buttare in cazzeggio.

      Varda qua, è già girato, te fo un decoupage de noantri: te apro col totalone del cielo e delle colline notturne, ti vado di primo piano della Lisbeth inquieta, poi tutti totalini, campi medi, da Lisbeth a straniero e ritorno, campo medio di loro due sul cancello, una bella soggettiva a spallaccio della Lisbeth dagli occhi aR pacco e ancora agli occhi e ti chiudo con un primissimo piano della Lisbeth. Fine. Una vera cagata. Me lo scrivo, me lo giro e me lo monto. Sul me lo giro e me lo monto, poi, so pratica.

      Yep Mother! He got a situation! I can fix it!
      So, amommauei.
      Is there understood?

      (Mi mancava tanto un “is there understood?” da ficcare da qualche parte. Ora mi sento meglio.

      1. Mother, do you think they’ll drop the bomb?

        No, scusa, ho sbagliato domanda.
        Volevo chiedere: c’è un’alternativa a sure, of course, absolutely, che è efficacissima e mi piace da morì. La usano spesso e ogni volta mi dico: “Eccola!”, ma poi me la dimentico.
        Any idea about?

      2. L’ho scritto a cazzo de cane: picchiami.
        Definitely.
        Da oggi in poi lo metterò assieme a “terrific!” e lo incastrerò con qualche “I promise!” o “I swear!”. A seconda dei casi.

      1. Lo sai che non chiedo cose che non fai.
        E se lo trovi, tu, oli la sua colt, ogni sera, mentre lui fumando la sua cicca si infila nella vasca colma d’acqua e poi….cose vostre.

      2. Non sarebbe Clint. Dello straniero non si conosce nemmeno il nome. Viene, fa quello che deve fa e se ne va.
        Avoja se je sparo. E tu lo sai dove miro, vero?

      3. Da uno che ha una locanda che si chiama “L’alito caldo della scrofa” (ti giuro, l’ho vista io a Carmel, – dove lui è sindaco – con questi occhi) ti puoi aspettare qualsiasi cosa

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