Month: settembre 2014

Mi bilancio dove non batte il sole

Settembre è il mese dei bilanci…

Sì? Davvero? Mai cagato. Never covered.

E quello tra capodanno e gennaio, che tanto verrà ripetuto come un pappone indigesto? Quanti cazzo di bilanci fate?

E poi c’è la primavera – oh che bello che bello – e sbocciano le pratoline e le violette e le roselline e sta cippa che è immediatamente antecedente all’estate che è sempre troppo calda/non abbastanza calda e di nuovo settembre con il bilancio ante-capodanno…

Spetta che ci penso eh.

Ci ho pensato.

Mentre mi davo un’annoiata grattatina al pube.

Mai fatto bilanci in vita mia.

Sarà che nasco ogni giorno?

E chi c’è c’è, chi non c’è non c’è. Non esiste. Scusa, chi sei? Ci conosciamo? Mi spiace, ma proprio non mi ricordo. Ah davvero qualche mese fa uscivamo insieme? E come mai oggi al mio risveglio non c’eri?

Ah stavi per caso aspettando che arrivasse settembre per poter fare un bilancio d’aria fritta?

No, perché io, sai, nel frattempo sono nata una sessantina di volte circa e, tra una nascita e l’altra, solitamente erigo templi e mi perdo i pezzi di merda per strada.

Ieri è passato remoto.

Andai.

Vidi.

Feci.

Ecco, soprattutto. Feci.

With the fire from the fireworks up above me
With a gun for a lover and a shot for the pain at hand

2 + 2 = 5

Lei chiede: – Ma come dovrebbe essere un uomo per farti innamorare? Ma proprio innamorare sul serio eh -.

Io rispondo: – Immagina me in versione maschile e all’ennesima potenza -.

Spalanca gli occhi, mi guarda sbalordita, poi sbuffa fuori il fumo e spegne veloce la sigaretta nel posacenere sul tavolino.

E’ quasi seccata: – Ah vabbè, allora per forza non puoi innamorarti davvero davvero: non esiste! -.

Resto un attimo in silenzio, come a rifare un calcolo che non torna.

– Ma, abbi pazienza, state sempre tuttE a dirmi che sarei il vostro uomo ideale, magari esistesse un uomo come me, ecc. ecc… Sarà mica naturale che io sia anche il MIO uomo ideale? -.

E no, non esiste. Lo so.

Star dei social media

Leggo questo articolo per caso: http://www.corriere.it/tecnologia/economia-digitale/14_settembre_15/jenn-mcallister-jennxpenn-star-youtube-eeaac4d0-3ce0-11e4-95e1-a222c06f54b6.shtml

Mi colpisce in particolare la precisazione sui contenuti.

“Di cosa trattano? Niente di impegnativo. Pare piaccia. «Prendere in giro i ragazzi su Tinder»; «Le cose che fanno i ragazzi che le ragazze odiano»; «Tipi di persone che mi danno fastidio»; «Insicurezze». Sono alcuni dei titoli delle clip postate su YouTube da «jennxpenn»”.

Praticamente gli stessi contenuti di diversi blogger ben più grandicelli d’età, che, tuttavia, ne hanno cavato al massimo qualche like in più.

Stessa noia, diverso fatturato.

E, se qualcuno me lo domandasse, risponderei che io non scrivo.

Mi arrampico tra le parole.

Le scalo come vette aguzze e inaccessibili, se non per attimi di illusione comunicativa.

Preferisco sbriciolarmi le dita come farina da impastare lungo la via del non detto.

Preferisco consumarmi le nocche contro i muri grezzi dei silenzi e delle esclamazioni afone.

Non amo chi mi segue camminandomi sui talloni.

 

Black

Te lo ricordi?

Ricordi quando tornavamo a notte inoltrata verso casa sulla tua Clio nera?

Quando, dopo la chiusura del locale, attraversavamo una Roma silente e oscura? Dal Lungotevere, illuminato di giallo e arancio, di foglie enormi e gorghi grigio verdognoli, alla nostra periferia di lampioni rotti, alle stradine secondarie, marginali, desolate – non ci sono semafori qui – dicevi. E il semaforo di Caracalla? Quello più lungo di tutto l’universo, in prima fila a quell’ora, con i finestrini aperti e lo stereo che si confondeva con quello del vicino di macchina. E quando accanto c’era una coppia di ragazzi ci si passava gli accendini da un’auto all’altra  e – Dove andate di bello a quest’ora? –  – A casa e voi? – – Anche noi. Che zona? Un caffè prima di casa? – – No grazie -, e, appena scattava il verde, ridendo pigiavi sull’acceleratore per partire per prime e far mangiar la polvere a quelli dietro.

Ti ricordi le sigarette e le parole e le lacrime e tutte le congetture del mondo e le risate ricordando una serata appena trascorsa. Quando tornavamo dall’Alpheus dove passavamo metà della notte a chiacchierare con tutti quelli che conoscevamo, sedute sui cosi rosa nel corridoio e poi disperderci di tanto in tanto in qualche sala a scelta a ballare perché sentivamo una canzone – che proprio non posso non ballare-. E poi inseguire con gli occhi nel buio quello che ci piaceva e poi raccontarci, lì, sulla strada, le parole precise che ci si era scambiati per capire bene.

E non c’era un cazzo da capire e lo sapevamo bene, però ci piaceva parlarne comunque. E ogni tanto anche prendere in giro le cazzate che avevamo ascoltato, perché dissacrare l’amore era il gioco più bello del mondo, quasi quanto piangerne per una notte per poi amare ancora il giorno dopo.

Te lo ricordi, amica mia? Che io te lo dicevo sempre? Che l’importante è vivere fino in fondo per sé e che gli altri sono solo le comparse all’interno del proprio film e, solo quando arriva un attorone di quelli davvero bravi bravi, allora, solo allora, forse ci può essere un coprotagonista. Che la sceneggiatura sei tu che la scrivi e, se vuoi, puoi far morire chi ti pare, anche il coprotagonista o la protagonista stessa?

Non te lo ricordi mi sa. L’hai dimenticato. Ti vedo consunta dall’affannosa ricerca di qualcosa che non va ricercato, incapace di scrivere, dirigere e recitare il tuo film. Hai smesso di pigiare l’acceleratore per far mangiare la polvere. Il tuo volto è smunto e la tua bellezza folgorante spenta e opaca. Aggrappata alle labbra di chicchessia, il primo che passa, che ti getti uno spicciolo.

E te lo ricordi quando arrivavamo in quella strada dritta e buia? Quella dove Elvino Gargiulo uccise i bambini seppellendoli in una fungaia forse in una notte come quelle? E io ti dicevo – Fai il Big Shooter – e allora tu alzavi lo stereo e acceleravi forte, scivolando via dritta, come una navicella proiettata nello spazio, mentre cantavamo a squarciagola senza interromperci.

Scommetto che non ti ricordi cosa cantavamo, quali erano le due canzoni che tutte le notti, in quelle notti, dovevamo sempre ascoltare, come un rito di passaggio tra due dimensioni. Quelle dimensioni tra le quali io ancoro gioco saltellando.

E allora, amica mia, forse è ora che te le ricordi io.


 

Il Caso

E mentre ero al supermercato, straordinariamente semidesolato nel primo pomeriggio, s’è creato Il Caso.

Due bambine, apparentemente in fila alla cassa, stazionavano con un cestello pieno di prodotti, invitando gestualmente le persone a passare avanti nella fila apparente.

Apparente, perché in realtà loro non erano in fila, pur trovandosi quasi di fronte alla cassa. Una delle due, addirittura, s’era seduta per terra.

Il cassiere, un tizio con due baffoni da Buffalo Bill e la parlata tra il Quarticciolo e Centocelle, scocciatissimo, a un certo punto ha chiesto loro cosa stessero facendo lì.

Le due bambine lo hanno guardato come fosse stato un tricheco parlante e, ovviamente, non conoscendo la lingua dei trichechi, non hanno risposto.

A quel punto, il Cassieretricheco, come da prassi stabilita da regolamento del supermercato, ha urlato verso il bancone della direzione: – Aò ma ste due che stanno a fà qua? -.

Prontamente è giunta una responsabile bionda, pettoruta e con le occhiaie fino ai piedi. La pettoruta, con un accento più da Pietralata, si è rivolta alle due domandando: – Voi! Che fate? -. Perché erano bambine, fossero stati due pregiudicati in canotta lercia, probabilmente avrebbe sorriso e offerto a cup of tea.

La bambina più grande, una ricciola scura con l’aria giudiziosa e lo sguardo spento di chi è abituato a rompersi i coglioni per le incomprensioni, le ha risposto svelta.

In inglese.

A quel punto la Pettoruta s’è tutta agitata e assieme a lei, anche il cartellino di riconoscimento, appuntato sul pettorone. – Oddio queste parlano inglese! -. Il Cassieretricheco, sempre lento e scocciato, continuando a passare prodotti sulla cassa, l’ha guardata con l’occhio calato: – Hai capito mò? Sò du ore che me stanno a fà ‘mpazzì ste due -.

La Pettoruta tosto ha chiamato l’addetta alla panetteria, una ragazzona sana (come si direbbe in un libro d’altri tempi), con la matita nera costantemente calata sotto gli occhi. – Aò te sai parlà inglese? -.

Nel mentre, il Cassieretricheco s’è fermato nella sua attività di passaggio di prodotti per seguire la conversazione, assieme, peraltro, a tutti i clienti, ormai incuriositi dalla situazione, seppure con volto assolutamente inebetito.

Naturalmente, pur sapendo parlare perfettamente l’inglese, io mi sono per un po’ astenuta dal farmi avanti per poter prima osservare con accuratezza l’operato dell’italiano medio in condizioni di difficoltà.

– No, cioè giusto du parole, ma non li capisco mica -. Ha detto, strascicando con lentezza le parole, la Ragazzona Sana.

E’ stato in quel momento che la Pettoruta ha preso in mano la situazione con decisione e abile destrezza: avvicinandosi al microfono della cassa, piegandosi innaturalmente tutta in avanti, con il pettorone che la sbilanciava sempre più verso il basso, ha battuto un dito sul microfono stonf stonf – Funziona sto coso? -, risuonando metallica per tutto il supermercato e poi: – Se c’è qualcuno che parla inglese è pregato di recarsi alla cassa 1. Ripeto, se qualcuno parla inglese, si rechi alla cassa 1 -.

Come stessero cercando con urgenza un medico per praticare un massaggio cardiaco, una veloce rianimazione, una respirazione bocca a bocca. Qualcuno che parla inglese.

Nel silenzio generale ho capito che quello era il mio momento, era il mio, tutto per me. Luci sul palco: – Io, io so parlare inglese -.

All’unisono si sono tutti voltati verso di me, Cassieretricheco, Pettoruta, Ragazzona Sana, clienti in fila. Come fossi il supereroe giunto da un’altra galassia.

– Ah! Meno male và! Puoi chiedergli come mai stanno lì? – mi ha domandato la Pettoruta.

Ho guardato le bambine, che, in mezzo a tutta quella agitazione e nel blocco totale del supermercato, sembravano attendere con pacatezza e rassegnazione il momento in cui qualcuno si fosse rivolto loro per rompere i coglioni definitivamente e, in inglese, ho domandato se stessero aspettando qualcuno.

Sempre la più grande mi ha risposto che stavano lì alla cassa attendendo la sorella maggiore mentre terminava la spesa nel supermercato. Poi, con aria sempre più stanca, mi ha domandato se c’era qualcosa di sbagliato nell’attendere alla cassa. Avrei voluto dirle che no, non c’è nulla di sbagliato, che, per me, potrebbe pure prenderci la residenza e che tocca aver pazienza, tanta pazienza in questo paese del cazzo, ma mi sono limitata a tradurre la conversazione alla Pettoruta.

Questa, non sapendo esattamente che problema riscontrare nella situazione, quale strana prassi del cazzo adottare, ha dovuto necessariamente giustificare tutto lo scompiglio creato dalla circostanza che nessuno sapesse parlare inglese, intimando alle bambine, per il mio tramite, di spostarsi di 10 cm per non “far pensare agli altri di essere in fila alla cassa creando confusione”. Ho tradotto quanto più gentilmente possibile la stronzata e dopo poco tutto l’iter ha ricominciato a procedere secondo i consueti ritmi: i clienti inebetiti hanno continuato la processione alla cassa, il Cassieretricheco a passare prodotti, la Ragazzona Sana a incartare panini, mentre la Pettoruta controllava che tutto fosse secondo prassi.

Mentre infilavo le mie cose nel sacchetto, la Pettoruta ridendo ha detto al Cassieretricheco: – Aò, qua tocca pure imparasse l’inglese, ‘a capito? -, mentre il tricheco bofonchiava un malimortè.

Sì, tocca addirittura imparasse l’inglese, mortaccivostra, sì.

Mi domandavo giustappunto di cosa avessi voglia.

E’ una domanda che ogni tanto è necessario porsi, perché ciò che non va, che non piace, che si rifiuta è sempre abbastanza evidente.

Oddio, non è nemmeno troppo vero: conosco tante persone che non hanno le idee chiare su ciò che non vorrebbero, ostinandosi a permanere nella medesima situazione perché, tutto sommato, è più comodo stare e lagnarsi.

Però, in alcuni momenti, ciò che si desidera tende a essere sfuggente.

Così mi son posta la domanda che, da quando esisto, ogni tanto mi lascio riecheggiare nelle orecchie della mente.

La prima risposta che mi son data è: un viaggetto a Trieste. Che ogni tanto mi fa bene. Ma al momento non mi è semplicissimo partire, essendo da poco tornata da un viaggio.

Così, mi son detta, se tanto devo pensare a qualcosa che vorrei e che comunque al momento non posso avere, tanto vale pensare più in grande: viaggetto in America tra California, Arizona, New Mexico e Nevada. Tanto non mi si smuove più da quegli Stati.

Ma perché solo il consueto viaggio?

E allora andare a vivere in America.

E cosa fare in America?

Già che c’ero avrei potuto darmi qualsiasi risposta, assolutamente inverosimile: l’attrice, la regista, la proprietaria di emittenti televisive, la presidente of United States… chemmefrega? Potevo pensare qualsiasi cosa.

E invece no.

Voglio gestire un motel. Ecco. Questo è esattamente ciò che voglio. Un motel, al confine tra California e Arizona.

Mi sembra un’adeguata via di mezzo tra il pulire i cessi in un bar in qualche ghetto di Los Angeles e Bill Gates. Non mi si può dire di aver esagerato. Proprio no.

Il problema è che, quando scelgo di lasciarmi libera nella risposta, avulsa dall’immediato e da qualsiasi concretezza, una volta afferrato l’oggetto del volere, del resto, di tutto il resto, automaticamente non me ne frega più un cazzo.

Tutto il resto non conta niente.

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