Month: luglio 2014

Ansia

Mi assale tra le spalle e il diaframma. Mi abbranca con artigli acuminati. Acuminati come certi frammenti del mio animo.

Sferra colpi, graffi, stilettate, scosse elettriche. Convulsioni, tremori.

Sei la somma incompiuta in attesa ancora di un totale definitivo di tutti i mali, i mostri, gli incubi. Reali. Reali come i miei occhi e la mia pelle. Come il mio stomaco e il mio cuore.

Ti conosco a memoria, riconosco il tuo volto ovunque. Ripetuto infinite volte tra centinaia di volti. Impressi nella mia memoria come condannati da giustiziare. Ognuno con la sua foto segnaletica, ognuno con un numero identificativo. Numeri, sì. Immeritevoli di un nome.

Vorrei arrendermi. Alzare le mani e arrendermi. Fai di me ciò che vuoi, non è che mi importi davvero, in fondo.

E non posso.

Come in un disegno di Escher fatto di scale che portano ad altre scale, in un non luogo senza uscite, la causa che ti dà linfa vitale è la stessa che consente a me di combatterti ancora e ancora. E ancora.

Un vicolo cieco nell’universo del grottesco.

E allora, dai, combattiamo per l’ennesima volta. Come esistessimo noi due solamente in un mondo di particelle insensate, guardiamoci negli occhi come ogni volta. Sfidiamoci di nuovo.

Tanto, lo sai, vincerò io.

E perderò, pagando il prezzo più alto.

Milioni di anni fa io mi ricordo il primo che me lo disse: <Tu sei l’unico fiore nel deserto.>

Era pazzo. O almeno io lo pensai e tutti, in fondo, lo credevano. Pazzo e gentile.

Pochi giorni fa lui, invece, mi ha detto: <Sei come la pioggia nel deserto.>

Lui, invece, non è pazzo. O almeno io lo penso e tutti, in fondo, lo credono.

E io avrei dovuto dirlo, al pazzo e al non pazzo e a tutti quelli in mezzo.

Che il deserto pullula di vita e movimenti sotterranei, di fiori e piante, di zampine discrete e di morsi letali.

Che quella vita s’è strenuamente adattata per vivere con agio là dove sembra non esistere null’altro che il vento.

Avrei dovuto dirlo che il deserto parla una lingua articolata, complessa, musicale. Da ascoltare in silenzio e riempirsi il petto.

Avrei dovuto dirlo che non sono un fiore. E nemmeno la pioggia.

Io sono il deserto.

 

Sto alla finestra.

Come quando, con le braccia conserte sul davanzale di marmo, osservo dall’alto. Le persone, la strada, le macchine, le vetrine. Tutti i movimenti.

Come quando guardo e penso: <Che minchia stanno facendo quei due? Perché stanno litigando? Perché quegli altri ridono? Cosa avranno comprato quelli in quel negozio? Perché quel negoziante sta sulla soglia a guardare? Perché quei motorini sono tutti storti? Perché un’auto senza contrassegno è sul parcheggio invalidi? Perché quello parla da solo? Perché quell’altro gesticola tanto?>

E’ uguale. Identico.

Osservo dall’alto del mio davanzaletto.

L’unica differenza è che conosco la risposta a ogni domanda. Ogni risposta a ogni domanda.

Perché tu sei andato a leccare il culo a uno che detesti. Perché tu stai dicendo cose da amichetto complice mentre intanto ti rodi i gomiti per l’invidia. Perché tu ti smieli di evanescenze noiose e tristi calcolandoti le emozioni in tasca. Perché tu cammini sculettando, ammiccando e dipingendo amori reali come trompe l’oeil. Perché tu sorridi come un fiorellino gentile mentre il fegato ti sta scoppiando. Perché tu fai lo gnorri girandoti dall’altro lato. Perché tu usi milioni di diminutivi per sminuirti le zanne. Perché tu sei ricomparso dal silenzio. E perché tu, invece, nel silenzio ti celi.

Io so tutto.

Di ognuno di voi io conosco a memoria ciò che vi affannate a nascondere.

E guardo.