Month: giugno 2014

Avete paura di me, vero?

Avete paura della verità che vi arriva addosso come un pugno nello stomaco, vero?

Quella verità dinanzi alla quale avete chiuso un occhio, per guardare solo i frammenti più comodi. Mistificati da coscienze lasciate a casa,  in bella vista a chi vi deve guardare solo la mattina.

Dovevate portarle con voi le vostre coscienze. Per chi vi guarda anche di notte, per chi vi guarda in ogni angolo di sguardo.

E’ della vostra verità che dovete aver paura.

Non so che giorno è oggi. Mi sembra sempre ieri.

Mentre si avvicendano le ore, accompagnate dalle cose non fatte e dalle parole non dette, io sono immobile come ieri.

E se qualcuno mi chiedesse ieri che giorno era, risponderei ugualmente che era ieri e basta.

Che è ieri e basta.

 

Aver paura dei rumori, di una voce per strada, del telefono che squilla, di una macchia sul pavimento, di un odore estraneo, del ricordo di uno sguardo.

Aver paura del giorno, della luce, della notte, del silenzio, di una tenda che si agita per il vento, di un sorriso che non conosco, di voci che conosco.

Aver paura di dormire, aver paura di rimanere svegli.

Aver paura di parole senza senso e aver paura di parole che hanno un senso.

Quello sbagliato.

Che ne sanno le persone dell’attimo che sfiorisce in un attimo?

Del tempo in cui ogni cosa può esser giusta o sbagliata e di quello in cui non c’è più tempo per il giusto?

Annuso l’odore altrui sui miei cuscini come l’eco di un oltraggio che si ripete infinito tra le valli dell’indifferenza.

Accompagnami con la tua voce tutte le notti di questa esistenza stordita dall’ignobile ripetersi delle stesse luci.

Accompagnami nello stesso modo, non mi serve niente di più. Nulla in più delle tue pause, quelle tra una parola e un respiro, prima di una nuova parola e di quel piccolo guizzo di sorpresa appena accennato.

Se tu mi accompagnassi tutte le notti, io potrei, sì, ne sono certa, potrei anche dimenticare l’avvicendarsi delle luci che dall’alba si sprigionano in mattini di rumori soffocanti.

Vorrei prendermi le tue parole, vorrei che fossero per me. Non tutte. Nemmeno le più belle. Quelle più vere, quelle sì. Vorrei che fossero mie. Vorrei strofinarle sulla pelle, sentirne l’odore e tenerlo addosso sempre. Annusare una A e baciare una Zeta.

Non smettere mai di accompagnarmi. Renderò ogni tua parola un tempio.

Mi agiti l’anima. Rimescolata dalle fattezze vivide dei tuoi sguardi. Intensi come un marchio impresso sulle palpebre.

Vorrei annusarti in silenzio. Chiudere gli occhi e percorrerti gli angoli. Imparare la minuzia della tua pelle e dimenticarla il momento successivo per tornare a saziarmi del nuovo te.

Sei così bello che non riuscirei a toccarti. Statua di carne e sangue. Il fuoco ti scorre nelle vene e io mi incendio percependoti i battiti.

Ringrazio il fato che ti ha lasciato così lontano da me.