Parbleu

E’ nel sottoscala della vecchia bettola sul mare che si nasconde per dormire.

La signorina Parbleu, incalzata dalle domande dei fugaci passanti, si ripassa la matita sugli occhi specchiandosi sul palmo di una mano. Troppo liso perché le linee della vita si intersechino nel verso giusto.

<Parbleu! Anche stanotte vuoi sgusciare sotto le assi del pavimento?>

<Oui, Monsieur.> Compunta risponde la Parbleu, senza aggiungere altro vezzo da riporre tra le pieghe dei commenti increduli e dei risolini malcelati.

Se lo domandano, il vecchio guardiano del faro, l’ostessa rubizza, la stridula cameriera, i giocatori di tressette col morto e senza, i marinaretti e le donzelle a pois e riga sulla calza, i pescatori mani rugose e anche il capitano del vecchio trinchetto ormai in secca.

Se lo domandano tutti. Ma nessuno, probabilmente, vuole saperlo.

Se lo sapessero, non avrebbero più di che parlottare o sogghignare. Nessuno strano verso con la bocca e il naso tra una carta e l’altra, nessun mormorio da soffiare oltre le dita nelle orecchie del vicino, nessuna strizzatina d’occhio o sguardo complice.

Si limitano a guardarla, la Parbleu, con le sue manine piccole e curate, il rossetto scarlatto e la borsetta di coccodrillo nera.

La guardano mentre sorseggia il Kir Royal delle diciotto, mentre sorride al benzinaio della stazione lungo la litoranea, che le bacia il dorso della mano, non prima d’essersi dato una strofinata ai palmi sulla tuta. La guardano mentre scoppia a ridere per una mosca dispettosa che si posa impertinente sul cranio calvo del vicesindaco.

E la guardano quando, a notte inoltrata, s’alza dalla seggiola senza far rumore e s’avvia nell’angolo in fondo a destra, quello di fianco all’armadio dei liquori.

<E’ ora, Parbleu?>

<Oui, Monsieur. Sono piuttosto stanca. Buonanotte a tutti!>

Agita la manina muovendo l’aria fumosa dell’unica grande sala della vecchia bettola sul mare.

Si china a sollevare quattro assi del pavimento e, come per magia – opla! – scompare sottoterra. Là dove, un tempo, era il sottoscala dell’antica casa del doganiere.

Ma ecco, un giorno, arrivare un bambino. Ricciolo biondo e nasetto all’insù, nipote della governante del sindaco.

<Signorina Parbleu, è vero che di notte scende sotto il pavimento? Perché va a dormire lì?>

Un mormorio di silenzi si intreccia tra gli sguardi degli avventori. Le orecchie tese e le bocche socchiuse.

<Oh!>, fa la Parbleu con le labbra tonde e gli occhi stupiti.

Sbatte le ciglia e poi: <Perché tanto tempo fa laggiù ho seppellito un fiore. E io non abbandono mai ciò che ho amato.>

<Parbleu!>

Mother Road

 

E’ qui alla fine che t’ho imparato.

Come si imparano le ruote e i fiori del giardino. Come si imparano le vocali e il sapore del caffé. Come si imparano gli occhi e la morte.

Come si impara a essere uomini.

Ti ho imparato là dove vai a morirti. In mare.

Dove ti sbiadisci i passi d’asfalto per farti bianca di granelli.

L’ho segnato sulla parola “fine”:

che lo stesso cielo è un tumulto ingombro di lividi. O un bacio impresso a fuoco.

E’ lo stesso.

Dipende da dove guardi.

 

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 Foto per gentile concessione del mio totalmente ignaro migliore amico.  E tanti cazzi.

N° 7

Mio Adorato,

vorrei strapparti via quel sorriso d’assassino con un morso di vita spezzato tra i denti di tutti i miei perché, dei segreti incatenati tra ogni stigma indossato con la nonchalance degli abietti.

Sì, mia meraviglia, controlliamoci le lenti per una corretta visione attraverso lastre gelate. Che tutto sia inanellato sotto l’immensa custodia di un sorvegliante robotico, omologato a norma.

Ma dinanzi alla magnificenza di una balconata sulla notte, dinanzi alla perfezione del riflesso spogliato, ingoiamoci gli occhi e incarniamoci sotto le mentite spoglie di noi.

Denudiamoci l’anima e tutti i motivi, incartiamoci le mani tra veli di labbra e conficchiamoci gli spigoli nell’ultimo ansimo senza domande.

Supercazzola

La capacità di innovazione del sé nulla ha a che vedere con certe (trite e ritrite) pretese di coerenza. Là dove la portata metamorfica di un io è un autentico aspetto della personalità, non v’è da discutere di coerenza. Non foss’altro per quella naturale concatenazione di cause ed effetti che, in teoria, consentono l’altrettanto naturale cambiamento.

Le pallosità “coerenti” trovano solitamente fondamento in tutti coloro i quali, per motivi “innocentemente” egoistici, se non per vero e proprio dolo, necessitano di dummies perennemente immobili cui pesantemente riversare addosso le proprie paure, noie, responsabilità e altro.

Peraltro l’uso stesso (abuso, più spesso) del termine coerenza è sovente improprio ed errato, volto a legittimare, invece, proprio quella infondata pretesa di immobilismo di una persona.

La coerenza, quella in senso proprio, insensatamente chiamata in causa come valore positivo, unilateralmente considerata nella sua accezione di valore assoluto, non collegato all’elemento determinante e, stante la sua efficacia di elemento determinato, da questo non indipendente, non sempre è da considerarsi un reale motivo di elogio o vanto.

Uno stronzo coerente non è propriamente il massimo. Forse non è noioso quanto un coglione coerente, ma comunque non lo metterei nella lista dei desideri da scrivere nella letterina a Babbo Natale.

E quanto, invece, sia interessante una personalità metamorfica e in perenne evoluzione è facilmente immaginabile.

Sì, sono di parte.

Sì, sentenzio.

Sì, sticazzi.

N°3

Mio adorato,

dove sta la bellezza?

Ti domando. Mi domando.

Ho imparato che la forma, quando è regola, diviene nucleo essenziale, sostanza, elemento codificante di sé.

Ho imparato che la forma, quando è regola, fortifica un margine a difesa, è baluardo di un impegno, corazza di protezione.

E allora mi domando. Ti domando.

C’è una regola tra noi? Esistono codifiche di forme? Margini di protezione? Baluardi a difesa?

Immagino la bellezza tra persone come fogli in forma libera.

Albeggia e mi sento la forma indotta in una sequela di incastri deboli, precari. Strutturati secondo regole di fogli mai spiegati.

Ti ho mai detto quanto sia brava a schiudere gli origami?

I traslochi altrui. Le liti familiari altrui. I lutti altrui. Le donne stronze altrui. Gli uomini cojoni altrui. Le paranoie altrui.  I matrimoni insoddisfacenti altrui. Le scelte dimmerda altrui. I sensi di colpa altrui. Le dipendenze altrui. La carente sessualità altrui. I credi religiosi altrui. La noia altrui.

ALTRUI, VAFFANCULO FUORI DA CASA MIA!

Ecco. Ora va molto meglio.

True colors

La gente per strada. Sempre di più.

Solitamente mi muovo mangiando i marciapiedi con i tacchi e immaginando la realtà come un videogame in cui calcolare esattamente le distanze tra i punti tramite rette diversamente colorate a seconda delle diverse associazioni. Tra persone e oggetti. Statici o dinamici.

Ogni movimento che scantona quelle rette in modo imprevisto è un probabile obiettivo contro cui mirare.

Ma di recente qualcosa è cambiato.

Devo aver abbattuto tutti i mostri ed essere passata al livello successivo.

E’ cominciato quando la signora della lavanderia s’è fermata a fissarmi la frangetta. Quando le ho lasciato la trapuntina estiva, quella con le rose blu.

Me la guardava, immobile. Lei che, piccoletta, parla sempre. E’ sempre in movimento. Ma entro i confini ben delimitati del bancone, senza travalicare le mie rette.

– Sono meravigliosi.  Questi colori hanno una luminosità incredibile. – Mi guardava stralunata, come fossi un insetto esotico.

Poi una signora, lungo il corridoio d’ingresso al supermercato. Che io imbocco così come quello della metropolitana: come un tunnel all’interno del quartier generale nemico. So che sboccherò in un posto pieno di nemici e dovrò far fuoco a raffica.

– Bellissima! Bellissima! –

Mi sono voltata. “Ma dici a me? Ma dici a me?”.

Anche lei ipnotica sulla frangia. Ma esaltata. Non più un insetto strano, no.  Più come una botta di coca in forma ottica.

E a poco a poco mi sono abituata. Ho cominciato a giocarci.

Sulla metropolitana, per strada, nel supermercato, al bar, ovunque. Quando posso fingo di non accorgermene, poi mi volto e guardo la reazione.

Quando posso. Perché, di solito, non si trattengono.

I sorrisi, i commenti, le domande, le parole. E tutti gli sguardi.

Talvolta fanno finta di. Si girano. Ma con la coda dell’occhio controllo: tornano a guardare. E io di nuovo mi volto a coglierli in fallo. Sguardi colpevoli. Oppure, qualcuno più spudorato si fa coraggio e smette di nascondersi. E mi viene da ridere.

Donne, uomini, adulti, giovani. Non ha importanza. Nemmeno la nazionalità. Le commesse sulla porta dei negozi a fumare, le persone in fila alla cassa, i bambini che smettono di colpo di rompere i cojoni ovunque, la badante dell’est che parla a raffica al cellulare aggrappata a un palo fermo che “eppur si muove”, il peruviano che suona la chitarra sotto la metro a Piazza Vittorio, il ragazzo cinese del mio stesso colore che ci si saluta con l’indice reciprocamente puntato sulla testa dell’altro. E con chi è viola uno scambio fugace di sguardi complici: in fondo apparteniamo alla stessa cromia.

E’ tutto un fiorire di sorrisi d’approvazione.

Ma che davvero?

Davvero, umani?

Davvero avevate dimenticato i colori?

 

 

 

No, non pensate che. Mi state comunque tutti sul cazzo.

N°10

Le lettere scritte e custodite nel fondo dei cassetti devono poter volare libere e disperdersi nell’etere. 

Assieme ai destinatari.

 

Mio adorato,

non troveresti splendido poter dire senza restrizioni tutto ciò che si pensa, così come lo si pensa?

Senza intenti d’aggressione, come mera esigenza comunicativa, esplicativa del sé. Una disarmante, denudante, disamina di contenuti.

Forse no. Forse non sarebbe davvero splendido. Forse sarebbe comunque l’ennesima riproposizione di un ego straripante e trofico. O forse la disperata (e anche un po’ stolida) soddisfazione momentanea di esigenze ancora egotiste.

No. Credo di non trovare sufficienti argomentazioni a sostegno di una tesi di depurazione (o epurazione) di qualsivoglia barriera.

Certo vi sarebbe l’indubbio vantaggio di una accelerazione della conoscenza. Il restringimento o abbattimento dei tempi morti.

Ma anche la perdita del disvelamento per gradi, ricolmo di quei sussulti e scoramenti, attese e frustrazioni, tanto cari agli innamorati.

Come a dire che quella poesia, così cercata dagli umani, altro non è che un temporeggiare dinanzi alla morte.

Eppure, non lo nascondo, troverei davvero affascinante l’ipotesi di dire. O di dirti.

Anche per un solo, singolo, sussulto.

七月二十五日

Pesantoni

Sbuff.

Ciò proprio lo sbuffo marcilento in questi giorni.

Sì, marcilento: marci, da marciume. E lento, da lentezza. Quello sbuffo pesantepesantepesante.

Quello che mi farebbe chiedere alle persone: – Ma perché non muori un po’? Giusto un pochino, mica chissà cosa. – O mi suscita tutte quelle frasi tipo: – Ma quando te l’ho chiesto? –  – E sticazzi? –

E soprattutto: Giamaica.

Già m’hai cacato er cazzo.

Tutta sta gente da mal de panza che ti si insinua tra l’ansa del colon, il duodeno e te la senti tutta nel retto.

Le persone-colica.

Piuttosto preferisco concentrarmi sulle cose importanti della vita: il garage.

Mi sono scervellata per cercare di trovare un modo per uscire da quell’ascensore lanciando un messaggio velato ma inequivocabile; una cosina discreta, senza troppo chiasso, ma allo stesso tempo chiara.

Niente parole.

Un gioco di sguardi? Un ammiccamento fugace?

E ho trovato una soluzione che mi si confà. Adatta alla mia persona.

Musica.

Prendo tutto l’impianto 5.1 e me lo monto addosso: due casse sulle spalle, due sulle mani, l’orizzontale su un supporto montato sulle tette e il subwoofer sulla testa. Non credo sia necessario specificare dove infilare la presa per l’alimentazione.

Sono solo indecisa sulla canzone.

Questa?

O questa?

O, infine, questa?

 

Persone-colica, non mi avrete mai!